Vacche della filosofia. Da Kojève a noi, attraverso Sartre

 

Presentazioni di libri, conferenze, seminari accademici aperti al pubblico: come gli eventi in cui si dovrebbe celebrare il sapere filosofico si sono trasformati nelle nuove "stalle" della cultura.

 

Il più delle volte, purtroppo, la “riscoperta” di un grande filosofo in un determinato contesto culturale nazionale significa soltanto che una serie di studiosi incomincia a rileggere le sue opere al fine di accumulare un mucchio di materiale critico-bibliografico asettico e a partire da esso organizzare parate di convegni, discussioni pubbliche, eventi editoriali. Iniziative che anziché sforzarsi di riproporre un’autentica esperienza di pensiero sepolta tra le macerie del passato, mostrando in che modo essa possa aiutare ad orientarsi nei mari burrascosi dell’esistenza e spalancare orizzonti di senso nuovi o dimenticati, sembrano piuttosto volte a conferire ai ciarlieri che vi prendono parte un'allure fascinosa da intellettuali che, se mancasse, li farebbe apparire per quello che sono: sfigati abbrutiti da una consacrazione a una pratica – quella filosofica – che dovrebbe sempre mantenere il carattere della vocazione, ma che nel loro caso diventa invece puro mestiere. La filosofia, se proprio vuol essere un lavoro, non può mai disgiungere i due sensi del Beruf di weberiana memoria.

 

 

Nel corso di tali farse, oltre ai mestieranti del sapere (accademici, editori e quant’altri) a nutrire in sempre maggior numero il consesso dei partecipanti sono i poser della cultura: ragazzotti spesso caratterizzantisi per l’occhietto bovino, il taglio un po’ hipster e improbabili giacche vintage, che sfogliano un po’ di tutto senza capire mai niente e sono solitamente assai aggiornati sulle ultime mode in fatto di letture e correnti all’avanguardia le più disparate, nei confronti delle quali non è mai possibile sentirli prendere una vera posizione o esprimere un’opinione anche solo lontanamente intelligente. L’atteggiamento, anzi, si contraddistingue quasi sempre per l’adozione di un sistematico entusiasmo passivo. Il “nuovo per il nuovo”, che tanto disgustava il vecchio Croce, è diventato la parola d’ordine, oltre che sulle passerelle delle svariate fashion week, anche in queste odierne sfilate filosofiche. Non è raro, poi, osservare i soggetti in questione adoperarsi per ammaliare col loro fasullo aplomb da ‘savant de’ noantri’ qualche stupidina e malcapitata studentessa dal seno grosso e dall’occhiale a montatura spessissima, ivi astante per ragioni del tutto simili alle loro ‒ solo peggio celate. Finiranno in poco tempo, dopo un reciproco scambio di muggiti che all’orecchio umano potranno suonare come “Nietzsche diceva che …”; “La verità è relativa …” o “Ma si sa che la metafisica è morta …”, a letto o magari in qualche cesso pubblico ad accoppiarsi un po’. Da manuale di etologia, sezione dedicata ai riti di corteggiamento.

 

 

Non è certo in questo spirito che inizialmente si consumò una delle più celebri riscoperte della storia del pensiero filosofico: quella cosiddetta Hegel-Renaissance che ebbe inizio negli anni ’30 a Parigi ad opera di Alexandre Koyré e Alexandre Kojève. La Fenomenologia dello Spirito del grande filosofo tedesco tornava ad essere un testo a partire dalle cui categorie interpretare in modo nuovo e potenzialmente rivoluzionario il presente, alla fine di un lungo periodo in cui l’assenza di Hegel nel mondo culturale francese, come ricorda Judith Butler nel suo celebre Soggetti di desiderio (1999), era stata pressoché totale. Lo spirito non era quello, ma lo è diventato: se l’ambizione dei due pionieri era senz’altro lodevole, la scolastica che il loro gesto produsse ha “inventato” quel modo di intendere e vivere la cultura che emerge dal grottesco quadretto che abbiamo dipinto poc’anzi. Dagli interessanti tentativi di Koyré e Kojève derivano l’esistenzialismo, il femminismo e un certo post-marxismo tipici delle generazioni successive. L’esistenzialista parigino di ieri – col basco nero, il dolcevita e la chitarra ‒ è l’hipster pseudocolto di oggi che presenzia instancabilmente agli eventi culturali, mangia bio, nel novanta percento dei casi suona in duecento band dal nome impronunciabile e la cui ragione di vita da ultimo si risolve nel sembrare il più possibile tenebroso e acuto e impegnato per copulare con il maggior numero di sue provocanti simili.

 

Alexandre Kojève
Alexandre Kojève

 

Jean-Paul Sartre, che si era formato tra i “banchi” di quella scuola hegeliana e il cui opus maius non a caso è zeppo di una terminologia presa a prestito dal lessico del grande filosofo di Stoccarda, disse di sé di non aver mai «saputo come condurre correttamente la mia vita sessuale o emotiva; per lo più mi sono sentito profondamente e sinceramente uno sporco bastardo. Un bastardo davvero insignificante, una sorta di universitario sadico, un Don Giovanni ministeriale ‒ disgustoso». Non diversamente pare facesse Simone De Beauvoir, madrina dell’emancipazione femminile postbellica, che amava cambiare idea politica a seconda del compagno di giochi che frequentava (e pare ne frequentasse circa dieci alla volta): che sia lei la maestra delle miriadi di emancipatissime signorine che oggigiorno si concedono a destra e a manca senza il minimo rispetto per se stesse? 

 

Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir
Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

 

Ironia della sorte, le pagine della Fenomenologia da cui prendeva le mosse il commento e l’interpretazione di Kojève (quella stessa da cui derivano le filosofie degli Albano e Romina della filosofia francese del Novecento) sono pagine in cui si mette in rilievo che l’uomo diventa davvero uomo e si comporta come tale solo quando, a differenza delle bestie, non desidera l’altro come un oggetto naturale ma desidera il suo desiderio – in altre parole, desidera il suo riconoscimento spirituale.

 

« Il Desiderio umano differisce dal Desiderio animale (costituente un essere naturale, che semplicemente vive e ha soltanto un sentimento della propria vita) per il fatto che si dirige non verso un oggetto reale, "positivo", dato, ma verso un altro Desiderio. Così, per esempio, nel rapporto tra l'uomo e la donna, il Desiderio è umano unicamente se l'uno non desidera il corpo bensì il desiderio dell'altro, se vuole "possedere" o "assimilare" il Desiderio assunto come tale, se cioè vuole essere "desiderato", "amato" o, meglio ancora, "riconosciuto" nel suo valore umano, nella sua realtà di individuo umano. » (A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel)

 

Insomma, tratto tipico della cultura filosofica odierna almeno dal dopoguerra in poi ‒ e perciò anche dei suoi sempre più numerosi revival storiografici ‒ sembra proprio quello di prendere gli autori e le opere nient’altro che per nomi propri e aggregati cartacei, e non come potenziali dispensatori di buoni (perché filosoficamente fondati) insegnamenti su come vivere al meglio la propria vita: essi servono a riempirsi la bocca, solo a questo – e del resto diversamente non potrebbe essere, vista la ormai acclarata inutilità della filosofia. Ma nemmeno su questo punto, questi pezzenti del pensiero riescono a conservare un briciolo di coerenza: utili a scopare, o a fare due soldi sulle spalle della gente, almeno, lo sono!

 

22 ottobre 2017