Giudizio o sentenza?

 

Quando l’uomo giudica, egli si dovrebbe assumere la responsabilità di dedicarsi alla ricerca di ciò che è in questione, in modo da rendere l’esito il più condivisibile possibile. Ma è sempre rilevabile questo meccanismo dietro il suo giudizio? L’uomo è sempre in grado di usare correttamente il suo pensiero critico?  

 

di Sara Baracchini

 

Lilly Sotirova, “The Atmosphere Of Knowledge” (2018)
Lilly Sotirova, “The Atmosphere Of Knowledge” (2018)

 

Giudicare è una delle azioni più comunemente attuate dall’uomo, anche inconsapevolmente, fin dalle origini primitive. Il termine giudice deriva dal latino ius dicendi, che indica colui che dichiara diritto. L’uomo infatti è dotato di pensiero critico e libero arbitrio, due concetti fondamentali, dalla cui unione si ricava un giudizio dedito all’ampliamento delle conoscenze relative all’oggetto in questione. Il libero arbitrio è generalmente ricondotto alla facoltà di un uomo di agire e pensare “da sé”, ossia senza l’azione di forze esterne; il pensiero critico, invece, alla capacità di analizzare informazioni o esperienze in modo oggettivo, verificando la veracità di impressioni e/o pregiudizi. Il ricavato dalla somma di queste due doti, quindi, deve necessariamente essere un progresso di pensiero da parte del giudicando.

 

Oggigiorno non sempre si presenta questa evoluzione; manifestare il proprio giudizio, infatti, è soggetto a due livelli di approfondimento differenti, in uno dei quali esso potrebbe essere definito quasi nullo. In conseguenza a questa distinzione, è possibile individuare due tipi di persone: coloro il cui metodo non è basato sullo studio più approfondito dalla realtà e coloro che effettuano una ricerca più attenta e dettagliata, ampliando così il loro bagaglio di conoscenze. Rispettivamente si potrebbero definire i due gruppi come quello degli stolti e dei ricercatori.

 

Ma perché è importante accrescere il nostro sapere? Se si prende come scopo del giudizio l’essere il più universale possibile, ricercare il massimo numero di elementi, di relazioni che ci sono date sapere rispetto ad un determinato oggetto diventa essenziale, e tanto più grande è il lasso di tempo a nostra disposizione, tanto più saremo sicuri di possedere una conoscenza e non un suo fantasma. Essendo quindi la conoscenza alla base dell’approfondimento, i ricercatori saranno meno soggetti all’errore e alla confutazione da parte di altre persone, riuscendo così ad assolvere correttamente lo scopo del giudizio, rendendolo condivisibile ai più. Se il sapere porta ad accrescere la propria credibilità all’interno della società, si può capire come questo metodo sia il più corretto e il più valido. Giudicare diviene quindi una possibilità di miglioramento da parte dell’individuo che si trova ad essere più scienziato e più a contatto con la verità.  

 

Gli stolti, invece, come detto in precedenza, non adottano il metodo della ricerca. Essi si fermano alla superficie, all’apparire dell’oggetto, non preoccupandosi della veridicità delle loro affermazioni. Essi quindi non usufruiscono in maniera adeguata del pensiero critico, poiché non distinguono la realtà dalle impressioni. Molte volte, infatti, il giudizio da loro emesso, che più correttamente si chiama sentenza, in quanto non assolve al suo scopo, riguarda altri individui, ed è spesso guidato da un sentimento di frustrazione personale e di invidia; la sentenza quindi non sarà volta ad attuare un miglioramento sulla persona, ma a denigrarla. Lo stolto, così facendo, cadrà in una contraddizione ancora più grande, poiché questo non porterà mai ad un suo vantaggio: è impossibile infatti che il vantaggio di uno sia lo svantaggio dell’altro. Essendo egli in relazione con il giudicato, e procurandogli con la sentenza un malessere, lo stesso giudicando percepirebbe ciò che l’altro prova, sentendo di conseguenza la medesima sofferenza.  Quando ciò non accade, di nuovo, è per la sua stolta ignoranza.

 

« Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza – è dunque il motto dell'Illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall'eterodirezione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l'intera vita e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. »

 

Come sostiene Kant in questo celebre passo della Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, è importante, per la crescita dell’uomo all’interno della società, che egli si dedichi alla continua ricerca del sapere in modo da progredire nelle scienze. Lo stolto, però, non subisce alcuna trasformazione, rimanendo in uno stato arretrato e assistendo al continuo miglioramento di coloro che lo circondano. Quindi, se l’azione prediletta dall’uomo è il giudicare, egli dovrà basarsi sul metodo che porta alla continua scoperta di nuove relazioni, cui conseguirà un vantaggio personale suo e della società tutta

 

15 marzo 2019