Il socialismo revisionista di Bettino Craxi

 

Una lettura sull'operato di Bettino Craxi: uno dei maggiori protagonisti del Partito Socialista Italiano e della Prima Repubblica.

 

La foto ritrae Craxi assieme all'ex presidente della Repubblica francese Mitterrand
La foto ritrae Craxi assieme all'ex presidente della Repubblica francese Mitterrand

 

Nonostante le moltissime divergenze, comunisti e socialisti italiani mantennero una stretta collaborazione per molti decenni. PCI e PSI si opposero nella clandestinità al fascismo e lottarono insieme durante la Resistenza, fecero congiuntamente campagna elettorale per la Repubblica durante il referendum del 1946; mentre due anni dopo si presentarono alle prime elezioni politiche sotto lo stesso simbolo, quello del Fronte Popolare. Schiacciati all’opposizione dalla Democrazia Cristiana, i due partiti rimasero alleati fino al congresso socialista del 1957. Il PSI, condannando duramente l’invasione sovietica dell’Ungheria, ruppe ogni tipo di rapporto con il PCI.

 

Da quel momento, i socialisti iniziarono a guardare ai moderati, cercando di rafforzare il legame tra il socialismo e la democrazia, messo a dura prova dall’esperienza stalinista. La svolta arrivò nel 1963, quando il PSI di Pietro Nenni entrò nel Governo Moro, dando inizio alla stagione del centrosinistra. Ad ogni modo, il cambio di rotta fondamentale per il Partito arrivò nel 1976, quando il Comitato Centrale elesse alla segreteria il quarantaduenne Bettino Craxi. Si trattava di un momento estremamente difficile per il PSI. Il progetto di un Pentapartito delle sinistre, fortemente voluto dall’allora segretario socialista Francesco De Martino, che aveva rotto con la DC per formare un possibile Governo con comunisti, socialdemocratici, demoproletari e repubblicani, era stato bloccato dal PCI, che aveva deciso di tentare l’ardua impresa del compromesso storico. Considerato un momento di transizione, il milanese di origini messinesi riuscì a farsi rieleggere durante il Congresso dell’aprile 1978, mettendo eccezionalmente d’accordo tutte le anime del PSI.

 

Il 27 agosto, quattro mesi dopo, venne pubblicato sull’Espresso Il Vangelo Socialista, un articolo che segnò uno spartiacque fondamentale nella storia ideologica del PSI e che consacrò Craxi a pensatore del socialismo revisionista italiano, alla pari di Filippo Turati e Carlo Rosselli. Si trattò di una risposta indiretta all’allora segretario comunista Enrico Berlinguer, che pochi giorni prima nel corso di un’intervista di Eugenio Scalfari per la Repubblica, affermava:

 

« Comunque, a me sembra del tutto vivente e valida la lezione che Lenin ci ha dato elaborando una vera teoria rivoluzionaria, andando cioè oltre "l'ortodossia" dell'evoluzionismo riformista, esaltando il momento soggettivo dell'autonoma iniziativa del partito, combattendo il positivismo, il materialismo volgare, l'attesismo messianico, vizi propri della socialdemocrazia. [...] Chi ci chiede di omettere condanne e di compiere abiure nei confronti della storia, ci chiede una cosa che è al tempo stesso impossibile e sciocca. Non si rinnega la storia: né la propria, né quella degli altri. Si cerca di capirla, di superarla, di crescere, di rinnovarsi nella continuità. » (Berlinguer risponde, la Repubblica, 2 agosto 1978)

 

Nella foto Craxi e Berlinguer
Nella foto Craxi e Berlinguer

 

Per il PSI, da tempo relegato a forza minore e secondaria della sinistra italiana, la difesa berlingueriana del leninismo fu occasione molto ghiotta. Craxi nel suo articolo mise le basi per una profonda svolta ideologica, che aiutò il Partito nella sua ripartenza. «La storia del socialismo – esordisce l’ex premier – non è la storia di un fenomeno omogeneo. Nel corso di travagliate vicende sotto le insegne del socialismo si sono raccolti e confusi elementi distinti e persino reciprocamente repulsivi.» (Il Vangelo Socialista, l’Espresso, 27 agosto 1976) Già dall’inizio Craxi precisò un elemento: molte sono le correnti del socialismo, comune è l’obiettivo, diversi sono i mezzi per raggiungerlo. Questo esordio, dal mio punto di vista, funge da giustificazione ideologica alle divisioni interne alla sinistra.

 

Le scomposizioni furono evidenti negli anni della presa del potere dei bolscevichi in Russia, quando i militanti del movimento socialista internazionale furono obbligati a scegliere da che parte stare. Si trattò della stessa situazione emersa nella Rivoluzione francese, «durante la quale, mentre era in atto la guerra contro l’Antico Regime, si scontrarono due concezioni della società ideale; quella autoritaria e centralistica e quella libertaria e pluralistica.» E qui iniziò la prima svolta. Il filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon entrò nel pantheon ideologico del PSI, poiché «considerava il socialismo come il superamento storico del liberalismo e vedeva nel comunismo una “assurdità antidiluviana” che, se fosse prevalso, avrebbe “asiatizzato” la civiltà europea.» (Il Vangelo Socialista) Per Craxi il merito di Proudhon fu quello di capire la vera funzione che le due ideologie avrebbero avuto in una società post-capitalista, dando al socialismo un ruolo più democratico e liberatorio per l’uomo:

 

« Da un lato il comunismo che vuole la soppressione del mercato, la statalizzazione integrale della società e la cancellazione di ogni traccia di individualismo. Dall’altra il socialismo, che progetta di instaurare il controllo sociale dell’economia e lavora per il potenziamento della società rispetto allo Stato e per il pieno sviluppo della personalità individuale. » (Il Vangelo Socialista)

 

Da dove arrivano queste precisazioni ideologiche, che portano Craxi ad un allentamento dal leninismo? Sicuramente dal celeberrimo Stato e Rivoluzione, scritto di Lenin che, nella sezione dedicata all’esperienza della Comune di Parigi, l’esempio storico più vicino al socialismo scientifico profetizzato da Karl Marx e Friedrich Engels, espone i parametri dello Stato post-rivoluzionario e critica fortemente la democrazia parlamentare:

 

Vladimir Lenin, ex primo ministro dell'Unione Sovietica
Vladimir Lenin, ex primo ministro dell'Unione Sovietica

« Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: ̶ ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche.

 

Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno?

 

Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il "socialdemocratico" contemporaneo [si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo] è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.

 

Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell'eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che “lavorino” realmente. “La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo”. » (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione)

 

Già in questa prima parte dell’articolo si apre un vero e proprio terremoto politico. Il PSI cambia completamente veste. Il PCI, invece, non riesce a scrollarsi di dosso il pesante rapporto con il PCUS, che aleggiava sopra di esso come uno spettro. In questo modo il PSI si autocelebrò come l’unico partito con possibilità di governare a sinistra, sulla scia dei compagni europei Olof Palme e François Mitterrand, entrando di diritto nel “club” della socialdemocrazia del Continente.

 

« Il carattere autoritario di ciò che viene chiamato il “socialismo reale o maturo” non è una deviazione rispetto alla dottrina, una degenerazione frutto di una data somma di errori, bensì la concretizzazione delle implicazioni logiche dell’impostazione rigidamente collettivistica originariamente adottata. L’esame dei fondamenti essenziali del leninismo non può che confermare tale tesi.» Lenin, analizza Craxi, nella celebre pubblicazione Che fare? rovesciò ogni aspettativa iniziale. Nonostante fosse un marxista ortodosso, e quindi fedele alla linea della rivoluzione possibile solo nei Paesi capitalistici avanzati, si trasformò in un rivoluzionario di professione, dando al Partito il ruolo primario. «Così il socialismo da compito storico della classe operaia diventa qualcosa che deve essere pensato, costruito e diretto da una élite selezionata di individui posti al di sopra della massa.» (Il Vangelo Socialista)

 

L’allora segretario socialista, prendendo le distanze dal leninismo, parla di un «capovolgimento del marxismo» e «ritorno alla tradizione giacobina». Citando Lev Trockij, Craxi afferma con sicurezza che la teoria leninista «confondeva la dittatura del proletariato con la dittatura sul proletariato e affidava la missione storica di edificare il socialismo non alla classe operaia [...] ma a una organizzazione forte, autoritaria che domina il proletariato ed attraverso ad esso la società.» (Il Vangelo Socialista)

 

La foto ritrae Craxi ad una conferenza
La foto ritrae Craxi ad una conferenza

 

Il colpo finale indirizzato al comunismo è molto duro. Craxi, nell’evidenziare l’abissale distanza ideologica con il socialismo, parla di «una religione travestita da scienza che pretende di aver trovato una risposta a tutti i problemi della vita umana. Per questo non ha voluto tollerare rivali ed è in una parola “totalitario”.» (Il Vangelo Socialista) Come ricorda anche Bertrand Russell, il Partito fondato sul marxismo-leninismo è una vera e propria autorità che stabilisce ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In questo modo il marxismo si eleva a filosofia fondante dello Stato, aprendo la “caccia” ai dissidenti e agli eretici, sprofondando così nel totalitarismo.

 

Se Lenin avesse potuto leggere Craxi, l’avrebbe sicuramente tacciato di difesa della borghesia in funzione antirivoluzionaria, perché come scrisse nel 1918 nell’articolo “Democrazia” e Dittatura, i socialisti revisionisti «parlano di "democrazia pura" o di "democrazia" in generale per ingannare le masse e per nascondere loro il carattere borghese della democrazia attuale. Continui la borghesia a detenere nelle sue mani tutto l'apparato del potere statale, continui un pugno di sfruttatori a servirsi della vecchia macchina statale borghese! Va da sé che la borghesia si compiace di definire "libere", "eguali", "democratiche", "universali" le elezioni effettuate in queste condizioni, poiché tali parole servono a nascondere la verità, servono a occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione e il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che è quindi impossibile parlare di effettiva libertà, di effettiva eguaglianza per gli sfruttati, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione.» ("Democrazia" e Dittatura, Pravda, 3 gennaio 1919)

 

Nella proposta finale, nell’elevazione ideologica che Craxi fa del socialismo, il richiamo finale è per Carlo Rosselli, che nella sua opera Socialismo Liberale prese le distanze dal marxismo ortodosso:

 

« Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore [...] Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali. Carlo Rosselli definiva appunto il socialismo come un liberalismo organizzatore e socializzatore. » (Il Vangelo Socialista)

 

Dopo questa lunga analisi è possibile trarre le conclusioni del caso. Leninismo e pluralismo sono concetti opposti; la democrazia presuppone la pluralità di centri in concorrenza fra loro dove, grazie alla dialettica, viene impedita la nascita di un potere totalitario. «I veri marxisti-leninisti non possono tollerare contropoteri, ideali comunitari diversi da quello collettivistico. [...] La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo in sintesi è il grande paradosso del leninismo.» (Il Vangelo Socialista)

 

La svolta impressa da questo articolo rivoluzionario fu visibile immediatamente nel simbolo del PSI, che ospitò l’antico simbolo socialista del garofano, rimpicciolendo nella parte inferiore la falce e il martello, simbolo comunista per antonomasia, che verrà cancellato definitivamente nel 1985. L’operato di Craxi venne premiato con vigore dagli elettori, che portarono nel 1987 il PSI al 14,3% dal 9,8% del 1979. Bettino Craxi aveva completamente stravolto il Partito e il suo patrimonio ideologico, facendolo diventare una rispettata forza di governo.

 

 

18 febbraio 2020