La società senza dolore di Byung-chul Han

 

L'analisi del filosofo tedesco della "società senza dolore" nel suo ultimo saggio ha messo a nudo, attraverso un'analisi condotta a partire da una condizione emotiva ben precisa, molte delle problematiche postmoderne.

 

 

Era da molto che non mi capitava tra le mani un saggio di filosofia contemporaneo che mi lasciasse positivamente pensieroso, facendo chiarezza su aspetti che io ritengo fondamentali nel nostro tempo. 

Con uno stile limpido e conciso Byung-chul Han ha infatti affrontato il nostro rapporto con il dolore, osservandolo da vari "punti di vista": quello ontologico, etico, letterario, politico, storico, medico, arrivando persino a declinare tale problema nell'attualissima situazione pandemica.

 

Innanzitutto dovremmo chiederci perché il dolore? Perché tanta attenzione su di esso?

Per rispondere a tale domanda, prima di addentrarci nei passi del testo del filosofo, dobbiamo domandare cos'è il dolore. Una sensazione fisiologica? Secondo l'International Association for the Study of 

Pain (IASP), il dolore è «un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata o meno a danno tessutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di un simile danno». Rientrerebbe in questa definizione il dolore come "stato emotivo", come sofferenza dell'animo? E in casi più estremi ciò che potremmo chiamare il "male d'essere" – ciò che Montale diceva, in una poesia, di aver spesso incontrato: il "male di vivere"?

Al di là delle varie forme di dolore oggi riconosciute e classificate – addirittura si parla di "dolore sociale" – vi è un aspetto comune a ognuna di esse: il dolore è un male.

 

Una scena tratta dall'anime filosofico "Neon Genesis Evangelion"
Una scena tratta dall'anime filosofico "Neon Genesis Evangelion"

Il dolore è dunque il nemico, un ostacolo. Byung-chul Han comincia il suo saggio parlando proprio dell'algofobia, ovvero della paura del dolore che contraddistingue la nostra società. Questa fobia si è intrufolata in ogni statuto psicologico e medico. Quella che infatti il filosofo chiama come "psicologia positiva" ha un obiettivo da perseguire: la felicità come «oasi permanente di benessere ottenibile per via medica», così come la medicina attuale «considera un'esistenza priva di dolore come una sorta di diritto costituzionale. Le sofferenze sono uno scandalo»

Questa paura generalizzata del dolore comporta la ricerca di strumenti farmacologici specifici efficaci per eliminare qualsiasi manifestazione dolorosa.

 

Ma noi abbiamo menzionato anche la seconda accezione del dolore: quella "emotiva", dovuta al relazionarsi con un'alterità. Anche qui il discorso non è differente: l'anestesia permanente dell'algofobia comporta un netto crollo della soglia del dolore. Non essendo più abituati a sopportare il dolore anche il rapporto con l'alterità – in quanto possibile causa di dolore – viene visto con sospetto, lasciando spazio alla sempre più diffusa introspezione narcisistica e ipocondriaca.

Non è un caso che nella società odierna i vincoli emotivi "intensi" siano sempre meno frequenti e duraturi.

Nell'Elogio dell'amore il filosofo francese Alan Badiou riporta uno slogan di un sito per incontri: «È possibile essere innamorati senza soffrire!» 

Nulla di più errato! Non ci può essere amore senza possibilità di provare dolore, proprio perché amare l'altro significa amare la sua – e allo stesso tempo anche la nostra – umanità: non ci potrebbe essere amore se riducessimo l'altro a oggetto sessuale che non fa male.

 

Non a caso un gigante della filosofia novecentesca come Martin Heidegger, più volte citato da Byung-chul Han nel corso del saggio, ha messo spesso in chiaro come il Da-sein sia fondato sulla condizione dell'essere-nel-mondo (In-der-Welt-sein). Questa dimensione costitutiva del Da-sein presuppone anche il con-essere (Mit-sein), ovvero che «così come non ci può essere un soggetto senza mondo, non può esistere un io isolato senza altri» (G. Cicchese, I percorsi dell'altro. Antropologia e storia).

Per Heidegger dunque l'alterità e il confronto con essa sono dimensione pre-costitutiva del Da-sein, persino nel caso in cui tale alterità non sia conosciuta.

Han denuncia, a partire dal discorso heideggeriano, la scomparsa di quell'espressione fondamentale che Heidegger chiama fürsorge (cura):

 

« L'esperienza della cura che guarisce, la sensazione di essere toccati e interpellati, è sempre più rara. Viviamo in una società in cui aumentano solitudine e isolamento, peraltro accentuate dal narcisismo e dall'egoismo. Anche la crescente concorrenza, il calo della solidarietà e dell'empatia isolano le persone. [...] Ci manca in tutta evidenza la mano guaritrice dell'Altro. Nessun analgesico può sostituire quella scena primordiale della guarigione. »

 

Una delle rare foto in cui Martin Heidegger e Ernst Jünger compaiono insieme
Una delle rare foto in cui Martin Heidegger e Ernst Jünger compaiono insieme

Ernst Jünger apre un purtroppo poco noto saggio del 1934, intitolato Sul dolore, così: «dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei».

Han prende questa affermazione jüngeriana alla lettera e la utilizza, in un processo archeologico di sapore foucaultiano, per comprendere le società a partire dal rapporto che la cultura di questa società ha con il dolore. 

Semplificando sino all'osso, Han individua tre tipi di società: dei martiri, degli eroi e quella postmoderna.

La società pre-moderna, quella dei martiri, è caratterizzata da un rapporto intimo con il dolore, in cui «il dolore funge da strumento di dominio». Questa frase non può che richiamare la prima parte della Genealogia della morale nietzscheana, nella quale Nietzsche spiega il rovesciamento dei valori aristocratici avvenuto con il platonismo-cristianesimo, con il quale son diventati "buoni" coloro che soffrono, coloro che rinunciano, i deboli, etc.

 

Con il passaggio dalla società dei martiri a quella disciplinare, industriale, il dolore diventa strumento che modella l'essere umano come mezzo di produzione – in particolare legato all'apprendimento.

La figura del lavoratore jüngeriano è iscritta in questa società: il dolore tempra l'uomo, lo affina, lo rende profondo.

 

Nel postmoderno invece il dolore si svuota di qualsiasi orizzonte di senso: viene depoliticizzato, e si riduce a questione medica. Essendo nella nostra visione un "negativo", un ostacolo, va annullato per permettere la felicità, ovvero la capacità di prestazione – come se dolore e felicità fossero una questione privata, qualcosa che dipende solo da noi.

In realtà non vi può essere felicità senza dolore: se non vi fosse il dolore non saremmo in grado di percepire la felicità ed è per questo che Nietzsche ne La Gaia Scienza descrive felicità e infelicità (da assimilare in questo caso al dolore) come «due sorelle, e gemelle, che diventano grandi insieme o [...] restano piccole insieme».

La società postmoderna ha dunque economicizzato anche la sfera del senso, rendendo la vita simile ad un'impresa da gestire, che deve costantemente aumentare il proprio profitto, espresso nel massimo piacere e nel minimo dolore possibile.

 

Ma come Jünger nota, il dolore non può scomparire: esso si nasconde, «matura gli interessi e gli interessi sugli interessi»

Questo dolore, spinto ai margini per far spazio ad un noioso e mediocre benessere, si ripresenta in maniera non più localizzata, ma piuttosto in forma silente, sfumata, penetrando nei meandri della nostra esistenza, colpendo i nervi scoperti della nostra psiche.

Se eliminare completamente il dolore, in ogni sua forma, è dunque impossibile e controproducente, bisogna accettarlo e fare i conti con esso. Questo non significa sminuire le possibilità di chi soffre (ad esempio un malato terminale), ma anzi riconoscere, quando possibile, le forze che abbiamo nell'affrontare il dolore, lasciando alla medicina il suo spazio di manovra nel trattamento di manifestazioni del dolore di seria entità.

Nel capitolo La verità del dolore, Han definisce le possibilità del dolore. Il dolore è infatti:

– vincolo: chi rifiuta qualsiasi circostanza dolorosa è incapace di vincolarsi;

– differenza: il dolore marca i confini e le differenze;

– realtà: noi percepiamo la realtà anche e soprattutto a partire dalla resistenza al dolore.

 

La nostra società è una società nichilistica per certi versi, ma anche allo stesso tempo anti-nietzscheana, perché si designa come società palliativa, fiacca da un punto di vista vitale, perché rinuncia alla vita vera in cambio di una confortevole sopravvivenza che anestetizza il dolore.

Ma il dolore è un motore dialettico: il dolore è la contraddizione che fa sì che lo spirito non resti uguale a se stesso, ma possa giungere a una maggiore conoscenza e consapevolezza. Hegel sottolineava questo fondamentale momento:

 

« L'altro, il negativo, la contraddizione, la scissione, appartengono dunque alla natura dello spirito. In questa scissione risiede la possibilità del dolore. È per questo che il dolore non è venuto nello spirito dall'esterno, come ci si immaginava ponendo la domanda di come il dolore fosse entrato nel mondo. » (G.F.W. Hegel, Filosofia dello spirito)

 

Solo quando guardiamo in faccia il negativo, il dolore, facciamo esperienza e dunque conoscenza. Facendo mente locale diventa evidente come siano le circostanze dolorose a mettere maggiormente in moto il nostro intelletto, proprio perché ci spingono ad uscire da esse. 

 

3 gennaio 2022