Social Media Stoicism

Cosa direbbero Zenone, Crisippo, Seneca, Epitteto e Marco Aurelio se avessero dei profili social?  


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Quello che conta del viaggio è solo il cammino, ha ragione Antoine de Saint-Exupery riferendosi al suo piccolo personaggio, il principe. Esso è “duraturo”, lascia le sue tracce nel vissuto di chi lo compie, mentre lo scopo, se si guarda bene, risulta essere “un’illusione”. È il film Povere Creature! ad essere una lunga e fantasiosa narrazione del viaggio la cui protagonista è una donna che decide di incamminarsi lungo la tortuosa strada dell’appassionata consapevolezza. Non solo di passione, ma anche di ragione – sempre che le due si possano davvero separare – condirà la sua nuova esistenza. Bella Baxter si nutre di esperienze e tenta di leggerle attraverso le lenti che estrapola dalle sue importanti letture. Il libro è un’ascia, per Kafka, che deve essere usata per rompere il ghiaccio che è dentro di noi, e credo che questa felice metafora sia efficace anche per riferirci al più generale viaggio: un cammino rigoglioso di scoperte che corrisponde al tempo stesso che trascorriamo sulla Terra. Camminare significa mettere da parte le chiavi dei nostri sensi per poter lasciarli aperti, in attesa della vita.



Nate per preservare il ricordo di un mondo spirituale sparente allo sguardo dell’anima umana, le fiabe testimoniano ancora oggi la presenza di una Superiore Realtà delle Cause, di cui il nostro mondo materiale è soltanto l’ombroso riflesso. Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e Alice attraverso lo Specchio (1871) di Lewis Carroll sono tra quelle che, nel repertorio favolistico mondiale, più di altre ne recano l’impronta. I due racconti del genio inglese si propongono segretamente al Lettore come testi d’iniziazione, capaci di ricondurre la sua anima, dopo la caduta nel regno dualistico della materia, all’altezza e alla logica vivente dello Spirito.   


di Nadia De Sario


La prima parte si è aperta con la domanda sulla correttezza o meno della parola “antropocene”, evidenziando il fatto che non tutti gli esseri umani siano responsabili dell’attuale disastro climatico; si è conclusa, quindi, con una critica molto forte all’attuale concezione della natura come un qualcosa da possedere, come un qualcosa da sfruttare; questa seconda parte mette in luce una soluzione pratica, un modo per cambiare l’attuale stato delle cose attraverso uno sguardo diverso e un sistema produttivo in armonia con la natura. 


di Nadia De Sario


Antropocene deriva dalla parola greca “Anthropos” che indica la specie umana, l’essere umano in generale al di là delle sotto-categorie etniche, sessuali, di classe. Ma sottolineare che in questa era geologica sia predominante l’anthropos sarebbe come implicare che la responsabilità dell’attuale disastro climatico sia dell’essere umano come specie. È interessante quindi vedere che, in alcuni contesti, l’universale maschile viene non solo adoperato per indicare l’umanità nel suo complesso, ma anche difeso in virtù della conservazione di regole grammaticali o tradizionali. E nel contesto del cambiamento climatico, si è appunto scelto di usare l’universale anthropos. In questo breve articolo cercherò di scavare a fondo queste ragioni, mostrando che in realtà quest’era geologica dovrebbe essere chiamata in altro modo. 


La biografia di Simone Weil ha molti tratti misterici e la sua partecipazione alla Guerra di Spagna nei corpi delle Brigate internazionali antifranchiste è uno dei più enigmatici.


Nelle dinamiche contemporanee prive di punti di riferimento e certezze, la riflessione di Camus ci aiuta a mantenere indomito quello spirito di rivolta comune a tutta la natura umana. Partendo da questo senso di condivisione, quali sono i mezzi e le idee adatti a rifondare la nostra società?




L’obbiettivo di questo articolo è quello di portare avanti una riflessione rispetto a un tema a me molto caro, l’eutanasia. Quello che ho intenzione di fare è capire, evidenziare e confutare la narrazione che costantemente viene portata avanti dalla componente cattolica e reazionaria del paese, che impedisce ed esecra, in virtù di un dogma morale, quello che sarebbe un grande passo in avanti per la civiltà.


Nel moderno Zeitgeist il concetto di crescita economica merita una demistificazione pena cadere in forme di economicismo e di culto di un feticcio culturale al servizio di ideologie politiche che mirano ad una conferma dello status quo.

di Lorenzo Cerani


Nel moderno Zeitgeist il concetto di crescita economica merita una demistificazione pena cadere in forme di economicismo e di culto di un feticcio culturale al servizio di ideologie politiche che mirano ad una conferma dello status quo.



di Riccardo Di Girolamo


La definizione della natura in Nietzsche e le contraddizioni che questa comporta nella considerazione a-finalistica e a-sostanziale della stessa.

di Giuseppe Gallelli


È possibile coniugare lavoro e felicità, vivere, cioè, in una società con equa distribuzione della ricchezza, del lavoro, del potere? Una riflessione a partire dal libro La felicità negata di Domenico De Masi. 


«I veri problemi della vita non hanno soluzione, ma storia», come ci suggerisce Nicolas Gomes Davila in Tra poche parole. Ed ecco una breve storia filosofica dei Talents, cinque giovani padovani nello spettro autistico che provano ad abbattere le barriere tra disabilità, lavoro e vita attraverso il gioco, l’umanesimo, l’arte, la letteratura e i Lego. È un viaggio – modesto e contenuto nei numeri – che suggerisce però la capacità che può avere la filosofia di tenere insieme i pezzi, liberando piccoli frammenti di coraggio, di «sapere aude», come ci insegna Orazio nelle Epistole




Per quanto ironici ed intriganti, tra girl dinner, girl math e simili, i trend di subdola infantilizzazione delle donne stanno riportando alla luce un atteggiamento sospetto che si credeva ormai sepolto insieme ai concetti più tradizionali del sistema patriarcale. La questione ha una stratificazione particolare: se da una parte scherzare su determinate cose è sfizioso e necessario, dall'altra è importante riguardarsi per evitare l’ulteriore estensione di un terreno già troppo fertile che favorisce la diffusione di stereotipi di genere.


Tim Ingold è un antropologo inglese di spicco nel panorama accademico internazionale, per via delle sue idee originali, innovative e dai tratti poetici. Una di queste è la lineologia, contenuta nel saggio Siamo linee. Secondo Ingold siamo come linee che si muovono continuamente e che nel farlo creano “nodi”, legami. La realtà che risulta dal caratteristico movimento delle linee è una realtà in continuo divenire, all’interno della quale l’uomo cerca di trovare la propria identità.


Sono ormai alcuni anni – almeno dall’inizio del 2021– che si sente parlare del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, per gli amici Recovery plan). Esso è diventato un punto focale del dibattito politico italiano, e a ragione: infatti tramite il piano l’Italia si propone di realizzare, di comune accordo con l’UE, riforme di larghissima portata riguardanti i settori cruciali dello Stato e dell’economia – e fin qui tutto bene. Quello che ci deve far riflettere in questa sede invece – al netto dell’impatto più o meno positivo del Piano – è una questione più generale: dovremmo, cioè, chiederci come mai le politiche del Recovery plan, così necessarie a detta di tutti i suoi promotori italiani ed europei per la modernizzazione del paese, non siano assurte prima a priorità del nostro sistema politico, e se ciò non riveli un certo vulnus nella capacità della nostra democrazia di governare il paese. 



di Francesca Baroni


Nell'attuale paradigma culturale la filosofia dell'arte si dirama in una pluralità di tendenze. Una di queste è rappresentata dalla contemporanea disciplina "estetica quotidiana”. Lo scopo di questa filosofia è di indagare le esperienze che l'uomo ha nella vita quotidiana, le quali assumono un valore estetico. È possibile, all'interno di questo scenario, separare ciò che è estetico da ciò che non lo è? Inoltre, qual è l’ambito di ricerca di questa nuova disciplina? Domande a cui i teorici e critici della everyday aesthetics, tentano di rispondere.


L’intelligenza artificiale è, senza dubbio, una delle questioni del secolo. Come tutte le innovazioni epocali, l’IA suscita perplessità e paure. Queste hanno sicuramente un loro fondamento e sono fondamentali a mettere sotto la lente d’ingrandimento gli interrogativi che l’intelligenza artificiale porta con sé. Da un lato i timori portano a ingigantire le problematiche, dall’altro cercano di esorcizzarle sminuendo i dubbi che emergono. Per questa ragione occorre, attraverso l’analisi filosofica, cercare di soffermarsi con maggiore calma e lucidità sui quesiti che le frontiere della tecnologia pongano. Risposte certe, per il momento, non sono possibili. Nonostante ciò, abbiamo dei pregressi a cui rifarci, dei pattern che possiamo seguire e sulla base dei quali provare a farci un’idea.


Schmitt, nel suo saggio Der Begriff des Politischen del 1932, descrive schiettamente la politica soltanto come una contrapposizione tra amico e nemico. Ma quali riflessioni possiamo ricavare da una definizione così semplice? 



di Antonio Spoletta


In un tempo in cui le disuguaglianze economiche sono sempre più in aumento, il limitarismo concentra la proprio riflessione sulla necessità di porre un limite all'accumulo di capitale. 

 


Quando si parla di politica, si tende a distinguere fra l’efficacia – il riuscire a ottenere risultati concreti in tempo breve – e la legittimità – il fatto che un’azione di governo sia supportata dai cittadini, che chi è al governo sia stato votato e riconosciuto dal popolo come suo rappresentante. Come se un governo potesse essere efficiente ma non avere il sostegno popolare, oppure essere appoggiato dai cittadini ma dimostrarsi incompetente. Può, però, davvero esistere, in assenza di legittimità e voce popolare, un governo che favorisca il bene comune in modo efficace? 

di Serena Daniele


Spazio delle mie brame è il bel saggio di Giuseppe Dambrosio, dedicato alle forme di controllo sui corpi che l’esercizio del potere esercita e declina negli spazi preposti all’organizzazione sociale e al suo contenimento; un lavoro che stimola una quantità di riflessioni, e che mette in luce il divario fra l’evoluzione del pensiero pedagogico e la rigidità dei luoghi in cui bambine e bambini, ragazzi e ragazze ne fanno quotidianamente esperienza.



di Cosimo Giorgio Romano


Assistiamo oggi più che mai alla mancanza di dialogo, a quella dimensione in cui non solo due soggetti o più portano davanti rispettive posizioni, ma soprattutto i propri limiti. Dialogo vero è dove "manca" la verità, dove manca la sua concezione fallace di possesso. Questo limite è oggi acutizzato dai social, di cui l’uomo è sempre più schiavo. Tale realtà ha trasformato i soggetti in una platea di nescienti, dove gli individui recepiscono risposte. Questo mondo ha modificato l’uomo, ma in negativo. L’uomo senza il dialogo ha perduto la propria umanità.


Uno degli stereotipi ricorrenti all’interno delle scuole e, in generale, nel sentire comune, è quello secondo cui la filosofia non sia oggettiva, cosa invece inerente alle scienze tutte. Le scienze vanno al sodo, sono “pratiche”, sono “concrete”, mentre la filosofia resta nell’astratto. E’ uno dei pregiudizi più comuni, ma anche uno dei più fragili e deboli, anche se si volesse provare ad argomentarli e difenderli. 


L’Italia è unita dalla presenza di un’identità nazionale amata e utile. Lo scopo principale di questo articolo è riflettere su come promuoverla, su come renderla più viva. L’obiettivo è dare un piccolo contributo per un auspicabile Risorgimento culturale.




Oggi alla reperibilità istantanea, che ha demolito per sempre la separazione tra vita professionale e vita personale, si annette l’impossibilità ormai di fare a meno dei sistemi di messaggistica istantanea e, in più, si aggiunge l’onere della presenza (l’essere online) che tali app non solo impongono, ma che possono dimostrare-certificare-rappresentare: ci troviamo di fronte ad una inedita forma di “prostituzione di sé’?

di Giuseppe Gallelli


Clara Mattei è una giovane economista italiana, vive e lavora da anni a New York dove è docente alla New School for Social Research, uno dei pochi dipartimenti di Economia al mondo, come lei stessa scrive, «in cui la grande tradizione dell’economia politica classica è accolta e studiata cogliendone il suo forte potere esplicativo sulla società». L’autrice, in questa sua pubblicazione, vuole offrire un paradigma realmente critico e strumenti di autodifesa riguardo la narrazione in voga sul funzionamento attuale dell’economia e della nostra società.


La morte andrebbe riconcepita, ridefinita come il destino comune a tutti gli umani e, ancor più ampiamente, a tutti gli esseri viventi. Ci si deve incamminare lungo tortuosi percorsi di meditazione per realizzarla, proprio come suggerisce la psicoanalisi a proposito dell’accettazione dell’abbandono della persona amata o di un qualsiasi trauma infantile. È che a volte ci si sente immortali fra le margherite di un campo o al cospetto della luna irremovibile, fra le coperte del sogno. Ci si sente immortali di giorno, fra le strade gremite di storie così distanti fra loro eppure tutte così umane! Ma il nostro linguaggio comune è davvero ben munito per concepire la morte?




La teoresi di Gentile è dimenticata. Ugo Spirito la problematizzò; poi Gustavo Bontadini ed Emanuele Severino se ne servirono per rilanciare spazi metafisici ormai obsoleti nella filosofia contemporanea. Tutti gli altri la gettarono nell'arena politica, travisandola o banalizzandola. Dopo i filosofi lombardi, possiamo trovare un'altra via per portare "Gentile oltre Gentile"?


Orwell, nel suo 1984, scrisse che il male della società del post-dopoguerra sarebbe stato rappresentato dai mass media. Oggi, a causa dell’eccessiva strumentalizzazione del mito del self-made man, il valore di tutto è diventato quantificabile solo in base a quanto vende, e la pubblicità, veicolata dai mass media, è il modo più veloce per “sembrare” migliori. Ma da dove nasce tutto ciò e qual è stato l’impatto che ha avuto nella società contemporanea?

di Giuseppe Montana


Danilo Dolci è una delle figure più emblematiche e singolari della cultura italiana del secondo Novecento. La sua pedagogia, affascinante e insieme semplice, è legata, prima che ad una teoria, all’esperienza del centro educativo di Trappeto (a metà strada tra Palermo e Trapani). Lì, in una delle terre più povere e dimenticate del nostro paese, il suo impegno paideutico cresceva e via via si sviluppava come un’opera d’arte capace di far germogliare le menti e i cuori di chi lo ascoltava. Egli, combattendo e denunciando la presenza mafiosa nell’isola attraverso la pratica della nonviolenza, contribuì a suscitare nella gioventù siciliana la speranza del cambiamento, guadagnandosi così l’appellativo di “Gandhi italiano”. Il presente articolo vuole celebrare il cruciale e risoluto cimento di Danilo Dolci nel campo dell’educazione, mostrandone la perdurante attualità.





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