Che cosa significa musica commerciale?

 

Il fatto che il pub più frequentato metta la musica che va maggiormente di  moda sembra essere un’equazione vincente, e porta sempre a chiedersi se un brano sia molto ascoltato perché promosso in certi posti o se sia presente in questi luoghi proprio perché è generalmente apprezzato. Inutile dire che le due cose si implicano a vicenda e creano un effettivo mercato musicale, tanto più ai giorni nostri. 

di Filippo Lusiani

 

Quando si parla di musica si parla di tutto. Si parla di gusti e generi, di contesti sociali e politici, di cultura, moda, arte e pensiero, ma soprattutto di un mondo in continua evoluzione che influenza e plasma – in modi differenti – un gran numero di persone.

Al di là dei classici scontri tra metallari e tamarri, tra chi ascolta rock inglese e chi ama i classici italiani, tra chi fa serata in discoteca e chi invece si gusta un concerto dal vivo, c’è un modo di dire che sembra avere ormai una portata ed un utilizzo universale, ed è musica commerciale.

Solitamente, nel modo comune di intendere la questione, si usa questa categoria quasi come fosse un concetto chiaro e noto di per sé; già qui però nascono i primi problemi: il termine “commerciale” si riferisce nello specifico ad un genere preciso? Sta ad indicare un certo modo di far musica? Oppure si usa per evidenziare il successo mediatico di una particolare produzione?

 

La prima opzione suggerirebbe di definire commerciale ciò che è riconducibile a delle determinate sonorità. In tal senso, attualmente, si potrebbe parlare di pop, trap o reggaeton; si pensi a quanto l’ultima estate sia stata segnata dalla continua presenza di singoli come Despacito, oppure alle apparizioni – anche queste sempre estive – di Enrique Iglesias e compagnia danzante, capaci di sparare sul mercato, con cadenza annuale, dei singoli che paiono seriamente essere composti ogni volta dallo stesso giro di accordi.

Evidentemente la formula funziona, dato che molta gente sembra aver bisogno di sentire questo tipo di musica quando si concede un paio di settimane di vacanza tra le discoteche di Riccione (ogni riferimento all’omonima canzone è assolutamente voluto). 

 

Luis Fonsi e Daddy Yankee nel video di "Despacito"
Luis Fonsi e Daddy Yankee nel video di "Despacito"

 

Tutto ciò offre lo spunto per collegarsi alla seconda delle opzioni citate in precedenza: commerciale è ciò che viene prodotto con una specifica modalità, ciò che deve essere funzionale  ad un certo contesto ed ascoltabile in precisi ambienti. Proviamo a chiarire meglio; probabilmente a tutti sarà capitato di canticchiare un pezzo alla radio mentre si era alla guida o di ballare una canzone in un locale con gli amici, rendendosi però conto che lo si stava facendo solo perché si era in quella determinata situazione. Un pensiero del tipo: “Sì, carino questo brano, orecchiabile, ma non lo andrei a cercare spontaneamente, non lo ascolterei in cuffia per conto mio”. Questo significa che si è di fronte a qualcosa che si abbina bene con alcuni contesti e molto meno con altri; sta a noi chiederci se si tratti di situazioni semplicemente diverse o se forse la musica vissuta di propria iniziativa – scelta consapevolmente, in un album o ad un concerto – abbia un valore superiore, una risonanza interna infinitamente più grande. Altrimenti si finisce per essere uno di quei simpatici personaggi che ascoltano-un-po’-di-tutto, come se davvero tutto fosse uguale.

Passando alla terza opzione tracciata inizialmente, ci troviamo in presenza della definizione più immediata e ovvia, anche dal punto di vista etimologico: la musica commerciale è quella che vende, quella che riscuote più successo e guadagni. Detto così sembra tutto molto semplice, poiché parrebbe trattarsi di un criterio facilmente applicabile, ma non è così. Innanzitutto perché tale metodo esprime un puro dato di fatto che, pur denotando un effettivo consenso, non informa sulla qualità della musica in questione. In secondo luogo perché il successo di una canzone è strettamente legato al suo essere proposta in luoghi affollati e quindi “commerciali”.

Il fatto che il pub più frequentato metta la musica che va maggiormente di moda sembra essere un’equazione vincente, e porta sempre a chiedersi se un brano sia molto ascoltato perché promosso in certi posti o se sia presente in questi luoghi proprio perché è generalmente apprezzato. Inutile dire che le due cose si implicano a vicenda e creano un effettivo mercato musicale, tanto più ai giorni nostri

 

Appare chiaro che la musica d’oggi – almeno in gran parte – pare aver perso la forza eversiva che poteva avere nei decenni passati, ad esempio con un genere come il punk, definibile addirittura come movimento socio-culturale; tuttavia non va dimenticato che, pur non essendo quasi mai un elemento di protesta, attualmente essa è un importante fattore sociale ed economico.

La musica è un buon affare per locali e discoteche, programmi televisivi come i talent show, canali Youtube e pagine Facebook.

 

Tutto ciò può piacere o meno, ma costituisce una tendenza palese e probabilmente inevitabile. A farne le spese forse è un certo tipo di musica, ossia quella che – stando ai precedenti criteri – potremmo definire “non commerciale”, con tutte le difficoltà che il termine implica. Il fatto è che se la maggior parte delle persone cerca e fruisce ciò che è commerciale, ciò che passa per radio, ciò che capita, evidentemente non si può parlare di individui con una nutrita passione e cultura musicale. Chi ancora scopre gruppi nuovi andando a vederli dal vivo? Chi perde pomeriggi ad ascoltarsi intere discografie invece di scaricare le playlist già pronte su Spotify? Chi ascolta musica senza fare nient’altro contemporaneamente, magari accompagnando a ciò il desiderio e il tentativo di farne lui stesso? L’autore di quest’articolo non nasconde di essere tra questi. Si tratta però di un numero limitato di persone, come del resto è inevitabile che sia: non si può pretendere che tutti sviluppino un interesse così forte e siano disposti a spenderci del tempo.

Resta tuttavia, in chi la musica la vive davvero, un senso di malessere nel trovarsi di fronte basi sentite e risentite, testi senza significato e cantanti che sembrano star di Hollywood.

Per i nostalgici, o per chi vuole interessarsi ad un modo differente di fare musica, uno spunto interessante per concludere può essere sicuramente quest’intervista fatta a Franco Mussida, storico chitarrista della band italiana PFM e compositore del brano Impressioni di settembre, autore tra l’altro di due libri usciti negli ultimi anni e ideatore di progetti musicali in collaborazione con scuole e carceri.

 

Franco Mussida in live con la PFM
Franco Mussida in live con la PFM

« Intendo – con pozione magica della nostra generazione – quell’elemento di energia immaginativa, piena di curiosità e capacità intuitive, che la mia generazione ha vissuto nella fine degli anni sessanta, respirando la musica non solo come elemento di esibizione e divertimento ma come qualche cosa che riempiva l’anima a 360°. Si è scoperto che dietro la musica non c’è soltanto lo “sculettamento” di un ritmo che ti fa muovere il didietro, ma c’è una sapienza millenaria.  [...]

Questa realtà meravigliosa che è il trasferire le emozioni – attraverso la musica – da una persona all’altra, ha in sé qualcosa di sacro che deve essere compreso e pervaso di coscienza ».

 

 

20 ottobre 2017

 




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