Che cosa significa orientarsi nell’utopia?

 

Considerare l’utopia come “specchio” del soggetto e possibile via d’uscita dal tunnel relativistico/postmoderno. 

 

di Michele Ragno

 

Sergio Michilini, "L'isola dei vivi" (1995)
Sergio Michilini, "L'isola dei vivi" (1995)

 

Lo spettro che si aggira per l’Europa, a partire dal XX secolo, è quello del relativismo, il riflesso di ciò che Bernstein chiamava «angoscia cartesiana», definita in questo modo:

 

 « Leggere le Meditazioni come un viaggio dell’anima ci fa apprezzare il fatto che la ricerca cartesiana di una fondazione o di un punto archimedeo è ben più di un dispositivo atto a risolvere problemi metafisici ed epistemologici. È la ricerca di un punto fisso, di una solida roccia sulla quale possiamo assicurare le nostre vite di fronte alle vicissitudini che costantemente le minacciano. Lo spettro che fa capolino da dietro le quinte di viaggio non è solo quello dello scetticismo epistemologico, ma è anche il timore della follia e del caos, nel quale tutto diventa instabile e risulta impossibile toccare terra o galleggiare sulla superficie. Seguendo una necessità evidente e ferrea, e con una chiarezza disarmante, Descartes ci guida verso un grande e seducente aut-aut. O esiste un fondamento del nostro essere, una fondazione stabile della nostra conoscenza, o non possiamo sfuggire alle forze oscure che ci circondano: follia, il caos morale e intellettuale.  » (R.J. Bernstein, Sul pragmastismo)

 

I relativisti sospettano dei loro oppositori perché, a loro dire, ogni specie di oggettivismo assolutista si trasforma in una volgare o sofisticata forma di etnocentrismo, nella quale una determinata concezione di razionalità è giustificata e falsamente legittimata attraverso una universalità priva di garanzie.

La ragione primaria dell’agòn tra oggettivisti e relativisti è la crescente preoccupazione per il fatto che possa non esserci alcun punto archimedeo – né Dio, né la ragione, né la filosofia, la scienza o la poesia – sul quale fondare la nostra conoscenza e la nostra azione.

 

George Grosz, "Il funerale" (1918)
George Grosz, "Il funerale" (1918)

 

Ed è stata questa mancanza di senso, di un punto di riferimento a plasmare il pessimismo schopenhaueriano, che ha anticipato di gran lunga quello odierno.

La risposta nietzscheana al suo “educatore” è che la mancanza di senso non ha necessariamente un risvolto negativo, ma può essere il luogo di una libertà creativa e attiva di conferire un senso in fieri al mondo, alla vita e quindi a se stessi.

« L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene » scriveva Rousseau ne Il contratto sociale, e il compito che siamo tenuti a svolgere è proprio questo, liberarci dalle catene e allo stesso tempo dall’alternativa distruttiva del caos folle.

Essere liberi significa avere la possibilità di scegliere e quindi di migliorarsi, di tendere verso la perfezione, che, come dice William James, «è sempre da raggiungere».

 

Sembrerà banale, ma quanti di noi vivono veramente con l’obiettivo di diventare delle persone migliori?

Lo scopo di queste mie parole è proprio quello di indicare una possibile via d’uscita dal postmoderno nell’utopia, l’inarrivabile.

Come insegnava Jacques Lacan, il desiderio resta tale fin quando il suo oggetto è assente. Ciò vale tout court per la stessa idea utopica che, proprio perché ū-tópos, non è in nessun luogo, ed è dunque assente, non saziando mai, non lasciandoci mai fermi, ma sempre alla continua ricerca della verità, sia da un punto di vista gnoseologico, sia etico-politico.

Di qui l’importanza della filosofia: la cosa più importante di un uomo è la sua visione delle cose e « il lavoro sulla filosofia – come spesso il lavoro in architettura – è in verità più il //un// lavoro su sé stessi, sul proprio modo di pensare; sul proprio modo di vedere le cose (E su ciò che ci aspettiamo da esse.) » (Wittgenstein, La filosofia)

 

E se la semplice “satisfaction” dei desideri (sia di natura libidica, sia consumistica, che il postmoderno capitalista invoca continuamente) non ci renderà felici, perché ormai svuotata di ogni significato; l’unica cosa che può farlo è “essere umani”, in base a quei momenti di integrità, sacrificio, compassione, rispetto degli altri, eliminazione della violenza, perché per misurare il significato della nostra vita, bisogna valorizzare quella altrui.

 

Prendiamo esempio dalla storia, da un periodo critico, di rottura: gli orrori dei totalitarismi novecenteschi sono “esperimenti” rivolti a ridurre l’uomo a essere del tutto superfluo, cancellando l’imprevedibilità dell’agire e del pensare, e dunque la moralità, ed esaltando la pura animalità biologica, la preservazione della specie, sia attraverso l’indottrinamento ideologico, sia attraverso il terrore dei Lager.

È stata proprio la mancanza di ideali morali a rendere l’uomo un burocrate che riproduce gli ordini imposti dall’autorità, rendendolo incapace di sovvertire il potere e il male e questa mancanza si è radicata, rendendoci incapaci di ogni re-azione.

Lo stesso potere necessita di mediocrazia per poter funzionare senza intoppi.

«La ragione non sente; essa riconosce la sua manchevolezza, e attraverso l’impulso alla conoscenza suscita il sentimento del bisogno». Ma bisogno di cosa? A cosa si riferisce Kant? Si riferisce al puro uso pratico della ragione, che consiste nella prescrizione delle leggi morali. Continua il filosofo di Königsberg:

 

 « Esse conducono tutte all’idea del bene più alto possibile nel mondo, in quanto lo si può raggiungere tramite la sola libertà, conducono cioè alla moralità; d’altro canto esse conducono anche a ciò che non dipende dalla sola libertà umana, ma anche dalla natura, ovvero alla massima felicità, in quanto è distribuita in proporzione alla moralità.  » (I. Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero)

 

Egli dimostra così che ragion pura e pratica sono collegate e mirano ad un unico scopo: la felicità attraverso il passaggio necessario della moralità.

 

Giorgio De Chirico, "Il trovatore" (1916)
Giorgio De Chirico, "Il trovatore" (1916)

 

Da un punto di vista gnoseologico la situazione non è differente. La filosofia è stata duramente attaccata da diversi membri di spicco della comunità scientifica. Nell’aprile 2014, il fisico teorico, cosmologo, autore di best sellers, Lawrence Krauss è stato intervistato per «The Atlantic», in un articolo sconvolgente dal titolo La fisica ha reso obsolete filosofia e religione?, nel quale, dopo aver affermato che «la filosofia un tempo era un campo che aveva un contenuto», ha aggiunto che:

 

 « La filosofia è un settore che, purtroppo, mi ricorda una vecchia battuta di Woody Allen: “quelli che non sanno fare, insegnano, e quelli che non sanno neanche insegnare, insegnano ginnastica”. E la parte peggiore della filosofia è la filosofia della scienza: per quanto ne so, le uniche persone che hanno letto le opere dei filosofi della scienza sono altri filosofi della scienza. Sulla fisica non ha nessun tipo di impatto, e dubito che altri filosofi le leggano perché sono abbastanza tecniche. Quindi è davvero difficile capire che cosa la giustifichi. Direi che questo stato di tensione si verifica perché i filosofi si sentono minacciati, e ne hanno tutte le ragioni, perché la scienza progredisce e la filosofia no.  » 

 

Tuttavia Krauss non è l’unico ad aver assunto posizioni ostiche contro la filosofia. Anche Stephen Hawking e Leonard Mlodinow, nella prima pagine del loro libro Il grande disegno (2010) scrissero che la filosofia è morta, perché «i filosofi non hanno tenuto il passo con gli sviluppi moderni della scienza, in particolare della fisica. Gli scienziati sono diventati i portatori della torcia della scoperta nella nostra ricerca della conoscenza».

Alle domande Come si comporta l'universo? Qual è la natura della realtà? Da dove proviene tutto? L'universo ha bisogno di un creatore? solo gli scienziati – e non i filosofi – sembra possano dare risposte.

Esplicitamente a favore dei colleghi, Neil deGrasse Tyson (astrofisico e conduttore della serie tv di divulgazione scientifica Cosmos, in onda su Netflix) sostenne, in un intervista per «Nerdist», che i filosofi si “arrovellassero” sul significato del significato delle cose.

Eppure la filosofia (dalla etimologia è già chiaro: philo-sophìa, cioè «amore della sapienza» e scientia, da scire = sapere) non può essere distinta dalla scienza.

Ogni nostra proposizione pretende di non essere contraddetta e quindi di essere scientifica.

Inoltre:

 

« Quando furono scoperte le prime uniformità matematiche, logiche e naturali, le prime leggi, gli uomini erano così entusiasti della chiarezza, della bellezza e della semplificazione che ne risultavano, che credettero di aver veramente decifrato gli eterni pensieri dell'Onnipotente. » (W. James, Pragmatismo.)

 

Con l'ulteriore sviluppo delle scienze, però, ha guadagnato terreno la nozione che la maggior parte delle nostre leggi, forse tutte, sono solo approssimazioni.

Persino gli scienziati, e qui la precedente presunzione di superiorità della scienza sulla filosofia perderebbe valenza, sono consapevoli del fatto che nessuna teoria è una trascrizione precisa e totalmente compiuta del mondo.

Questo però non deve “annichilirci”: l’approssimazione tende verso l’esattezza, la precisione. I nostri sforzi gnoseologici non sono vani, perché una maggiore approssimazione indica un minor grado di incertezza, di “errore”.

La conoscenza è anche questione di prospettiva: «un continuo domandare e rispondere, un dare e avere mai conclusi, ma sempre aperti in un compito di cui non si può vedere la somma finale» (G. Semerari, Responsabilità e comunità umana. Ricerche etiche).

 

In campo politico questo discorso non può che tradursi in una democrazia autentica, intesa nel suo significato originario di spazio di confronto della conoscenza, e non nella sua degenerazione postmoderna facilmente criticabile.

Anche se strutturalmente finiti e limitati nel tempo, gettati in condizioni che non abbiamo creato, abbiamo un potere indefinito di auto-espressione che ci permette di creare, utilizzando un’espressione cassireriana, «mondi belli, morali, veri».

Guardare, come fece Talete, in alto, verso la perfezione non può essere nocivo, ma è piuttosto la guida che l’uomo spaesato dei giorni nostri richiede per uscir fuori da una trappola apparentemente senza via d’uscita, che compromette il valore e l’importanza autentica della nostra esistenza: perfetti mai, perfettibili sempre.

 

4 ottobre 2017