Il dominio gemello dello spettacolo e dello scientismo

 

Qual è la forza dello spettacolo? Per quale ragione la sua marcia conquistatrice non ha pressoché conosciuto ostacoli, e ormai dominante appare saldamente insediato nella sua posizione?

 

Emergendo dalle ombre infedeli della conclusione del secolo scorso, l’opera della filosofia ai giorni nostri si confronta con la necessità di trovare la chiave di lettura generale che consenta di individuare l’ordine che gli eventi manifestano nel loro accadere, in modo da comprenderne il principio, e chiarire quali linee di azione e su quali basi indirizzare l’attività di sviluppo della consapevolezza chiara delle condizioni di vita nella società, allo scopo di mutare radicalmente, cioè rivoluzionare, sia quella consapevolezza, che queste condizioni.

 

Circa cinquant’anni fa, La Società dello Spettacolo, un libro molto celebre, ma poco letto, e forse ancor meno frequentemente compreso – come il suo autore ebbe a dire in seguito – diede una indicazione molto chiara rispetto a quale concetto potesse essere utilizzato nella critica teorica della società, per la sua considerevole potenzialità esplicativa, e allo stesso tempo, descrittiva, sottolineando altresì come, per il carattere di tale concetto queste due potenzialità si rafforzassero a vicenda. Esso offriva in questo modo la possibilità di ricondurre con evidenza secondo principio una vasta gamma di fatti, apparentemente autonomi gli uni dagli altri, a una dinamica delle relazioni alla quale nessun settore della società può in definitiva sottrarsi, poiché è tale dinamica, in tali relazioni, che costituisce ciascuno di essi nella separazione delle unità individuali, la loro fittizia riunificazione e il loro susseguente isolamento.

 

Il concetto di «spettacolo» esposto preliminarmente in quel libro, firmato da Guy Debord nell’anno 1967, è infatti, quando compreso nella prospettiva della filosofia critica, l’elemento trascendentale che esprime appieno l’ideologia oggi dominante, la quale ha trasformato il mondo nella propria immagine, creando una società dell’ideologia, in cui cioè la totalità degli atti e dei prodotti la presuppongono.

 

Guy Debord (1931-1994)
Guy Debord (1931-1994)

 

In una società come quella che egli descrive, che è la nostra, il movimento di quella trasformazione permea la totalità dei fatti sociali, affermando quindi del tutto la sua auto-sufficienza, in quanto rappresentazione che si svincola dalla realtà vissuta storicamente per anteporsi ad essa ed appropriarsene. Per fare questo la traduce nei suoi termini e nei suoi simboli, restringendola ad un presente immobile, e dunque astorico, in cui allo stesso tempo è negata sia la vita reale, sia la realtà dell’ideologia. Quest’ultima infatti si cela nel movimento in cui l’immagine del mondo che essa ha prodotto quale rappresentazione di ciò che esiste, è affermata come realtà, e cioè nell’affermazione che il mondo dell’immagine, in cui la realtà «considerata parzialmente si dispiega nella propria unità generale in quanto pseudo-mondo a parte, oggetto di sola contemplazione» (2), sia la sola esistenza reale.

 

Un tale sistema di organizzazione della comunità, senza dubbio, è fondato sulla divisione, poiché in esso «una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo, e gli è superiore» (29), e l’individuo non è che lo spettatore di questo insieme di immagini, nella cui contemplazione si realizza l’effettiva separazione dalla realtà, nella riunificazione spettacolare degli individui isolati. L’isolamento risiede tutto in quest’atto contemplativo di uno pseudo-mondo che risponde in ogni sua caratteristica alle esigenze mercantili del sistema economico della produzione e del capitale, e che dunque asservisce chi vi è soggetto, per mezzo della pubblicità, della propaganda e della reputazione sociale, a bisogni fittizi che quel sistema produce, diffonde e sostiene, in quanto realizza materialmente la merce che può soddisfarli. Infatti, «lo spettacolo sottomette gli uomini viventi nella misura in cui l'economia li ha totalmente sottomessi [e] non è altro che l'economia sviluppantesi per se stessa» (16).

 

Tuttavia, esso «non è [quell’]insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini» (4) in cui dunque le relazioni tra gli individui sono dominate dall’apparenza alla quale l’intera vita umana e naturale è ridotta e si esaurisce, nella rappresentazione per mezzo della quale è stata separata da coloro che la vivono. In questo modo gli è simultaneamente sottratta, e gli è restituita trasformata come prodotto, nel quale ciascun aspetto è affiancato all’altro sotto una forma determinata a priori che presuppone le moderne condizioni di produzione, cioè quella industriale e tecnologica. La vita non è più vissuta, ma contemplata come immagine falsificata – poiché parziale – di se stessa, cosicché «la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale» (8), e pertanto «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso» (9).

 

Illustrazione di Steve Cutts
Illustrazione di Steve Cutts

 

Lo spettacolo dunque è un equilibrio di forze, nel quale i termini della relazione sono tutti compresi entro quella maggiore, che vale come premessa che essi presuppongono e dalla quale sono determinati nella loro interezza. Esso si presenta come un movimento di modificazione della totalità dell’esperienza, in cui l’esperienza della totalità è perduta nella frammentazione parcellare della specializzazione conoscitiva e produttiva in relazione a tutti gli aspetti dell’esistenza.

 

Questa modificazione si compie nell’utilizzo dei prodotti della tecnologia, attraverso cui tutti gli eventi, passati e presenti, sono resi conformi, nell’opera dei mezzi di comunicazione di massa, alle coordinate concettuali e alla narrazione normalizzata della realtà, stabilite dalle assunzioni fondamentali dell’ideologia dominante nella società. Entro tali coordinate e narrazione, il legame tra gli eventi – cioè appunto quell’ideologia – è passato sotto silenzio, nella negazione spettacolare della realtà in cui lo stesso spettacolo nega di essere ciò che è, vale a dire falsificazione, costruendo il proprio dominio come pseudo-realtà e fondandovi la propria potenza.

 

Il suo movimento così, è la negazione di una negazione, e cioè l’affermazione dell’apparenza come sola realtà – l’apparenza infatti è negazione della realtà, sua falsificazione, secondo detto, ma lo spettacolo nega che sia tale, cioè falsificazione, e la pone come ciò che realmente esiste – e allo stesso tempo è il porre le condizioni della possibilità di questa stessa affermazione: infatti «i suoi mezzi sono nel contempo anche i suoi scopi» (13) ed esso «si presenta come enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più che “ciò che appare è buono, e ciò che è buono appare”. L'attitudine che esige per principio è questa accettazione passiva che esso di fatto ha già ottenuto attraverso il suo modo di apparire insindacabile, con il suo monopolio dell'apparenza» (12).

 

Illustrazione di Steve Cutts
Illustrazione di Steve Cutts

 

Lo stesso carattere peculiare dello spettacolo, appena definito nei suoi elementi massimamente generali, è poi il riflesso della sua più profonda radice nella realtà storica e materiale, ed ossia il sistema economico capitalista, e pertanto la ragione mercantilista del corporativismo, nel predominio della logica dell’accumulo di beni. Ma ciò che si debba intendere con “bene”, entro questa cornice di pensiero, è molto chiaramente solo e solamente la merce. Essa infatti presuppone che sia messa in mostra, che venga pubblicizzata e che appaia, appunto, soddisfare un(o) (pseudo)-bisogno, perché possa essere venduta, sicché la merce è innanzitutto immagine – ed è dunque il mezzo della realizzazione della falsa unione dello spettacolo – e lo stesso scopo di questo, in quanto è ciò per cui assicura il proprio mantenimento.

 

È ciò per mezzo di cui lo pseudo-mondo sorge nella realtà, e per la quale l’economia sottomette il singolo individuo, introducendosi in tutti gli aspetti dell’esistenza, per i quali essa è divenuta una costante onnipresente, poiché «lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all'occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede altro che quello: il mondo che si vede è il suo mondo» (42).

 

Nel regno autocratico dell’economia mercantile capitalista infatti tutto ciò che viene presentato entro il suo sistema non è compreso altrimenti che come potenziale saggio di profitto. L’intero mondo non è differente da un interminabile scaffale da supermercato, suddiviso in settori merceologici ordinati in compartimenti stagni: la verdura non è esposta insieme ai detersivi, il pesce non si vende in macelleria, la ferramenta non si accompagna alle conserve, e nulla dall’uno può essere spostato all’altro.

 

 

Non tutte le merci però sono trattate allo stesso modo. Alcune di esse infatti sono merci-vedette, cioè modello, esemplari, status-symbol, immagini simbolo della propria posizione nella società. Esse sono quelle merci nelle quali il movimento dello spettacolo presenta in modo compiuto la propria illusione dell’abbondanza, offrendo falsamente la soddisfazione aleatoria di un bisogno che esso ha creato.

 

Tale soddisfazione tuttavia si rivela per quello che è non appena l’acquisto è stato effettuato, sì che «l'impostura della soddisfazione deve denunciarsi da se stessa nel rimpiazzarsi, nel seguire il mutare dei prodotti e quello delle condizioni generali della produzione» (70), ed ossia nel consumo che non può mai cessare, e che necessita altresì di proseguire ad aumentare, poiché «lo spettacolo è una permanente guerra dell'oppio per far accettare l'identificazione dei beni con le merci, e della soddisfazione con la sopravvivenza aumentata secondo le proprie leggi. Ma se la sopravvivenza consumabile è qualcosa che deve sempre aumentare, è perché essa non cessa di contenere la privazione» (44).

 

La merce allora è «un processo di sviluppo quantitativo» il quale, dove «ha incontrato le condizioni sociali del grande commercio e dell'accumulazione di capitali, ha conquistato il dominio totale dell'economia» (40). In questo processo l’economia stessa ha preso possesso della «prassi sociale globale», creando lo pseudo-mondo dello spettacolo nell’affermazione della necessità della sua autorità, poiché «lo spettacolo è l'altra faccia del denaro: l'equivalente generale astratto di tutte le merci» (49) ed esso «è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine» (34). Le immagini così si trasformano nel mezzo principale di diffusione della mentalità capitalistica, i cui tratti principali si realizzano nell’alienazione, cioè nello straniamento da se stessi e dalle proprie attività, e nella comunicazione unilaterale, tipica della pubblicità, del discorso istituzionale, dei pronunciamenti dei tecnici.

 

Da quanto detto finora così, risulterà del tutto chiaro come, nel definire quel concetto comprendendone le implicazioni e riportandone i fattori costitutivi a fatti storici, Debord avesse messo a punto uno strumento teorico di ampia capacità predittiva: infatti, nonostante qui si sia osservata la questione soltanto dai punti di vista più generali, non può sfuggire a un occhio attento come le coordinate esposte sopra consentano di posizionare in modo preciso e intelligibile le dinamiche più vistose, e cioè appunto apparenti, che governano la società, intesa come comunità globale, al giorno d’oggi, ed è rimasto affatto valido quanto egli scrisse nel 1979 nella “Prefazione alla quarta edizione italiana” del suo libro, siccome è del tutto evidente che «durante questo tempo, lo spettacolo non ha fatto che raggiungere più esattamente il suo concetto, e il movimento reale della sua negazione non ha fatto che espandersi per estensione e per intensità».

 

Illustrazione di Steve Cutts
Illustrazione di Steve Cutts

 

Lo spettacolo oggi non ha praticamente più nemmeno bisogno di vendere la propria merce. È entrato in una nuova fase, lo spettacolare potenziato. Si può entrare in possesso dell’ultimo ritrovato della tecnologia senza corrispondere il suo valore di scambio, ma solo e solamente in ragione del suo valore d’uso, in un’inversione completa della relazione tra l’uno e l’altro, garantendo che per suo mezzo si usufruirà di un servizio per un certo periodo di tempo.

 

La merce dello spettacolo non è più altro che lo spettacolo della merce – ed ossia la distribuzione a condizioni avvantaggiate delle merci-vedette, che si apprestano a diffondersi sempre più su tutta la superficie del globo, che sono essenzialmente la tecnologia nei suoi sviluppi più avanzati, e la cultura, settore economico ormai di importanza essenziale – in cui la merce stessa ha trasceso la propria funzione economica e il suo consumo deve essere assicurato anche per coloro i quali nella vita storica pre-spettacolare non avrebbero avuto o voluto alcuna di quelle merci, da alcuno di quei produttori, creando artificiosamente le condizioni perché il loro uso si renda indispensabile.

 

Sta così vendendo l’illusione di essere parte dello spettacolo, e a ciascuno, per mezzo dell’incontrollabile frenesia di rimpiazzo tecnologico, ha contrabbandato la possibilità di crearsi uno spettacolo tutto suo, avviluppando quindi ancor più nelle sue spire la vita individuale in tutti i suoi aspetti e attività, consentendo con questo una potenzialità di controllo e sorveglianza da parte degli Stati inimmaginabile prima d’ora. Ciò che vende è la possibilità di produrre la merce spettacolare per eccellenza: immagini che abbiano un pubblico che le contempli.

 

Di fronte al tempo odierno, e alla condizione di predominio che lo spettacolo ha sempre più guadagnato, è tuttavia importante ricordare che Guy Debord era fondatore dell’Internazionale Situazionista, movimento rivoluzionario, che nell’Europa del secondo dopoguerra ambiva a portare in essere le condizioni del sovvertimento dell’allora, e ancora oggi, attuale ordine sociale e produttivo, ma anche che egli si suicidò nel 1994, all’alba di quest’epoca in cui le forze spettacolari, che aveva così ben compreso, sono assurte alla loro massima espansione e intensità, nonostante le potenzialità della rivoluzione fossero state in passato, secondo la sua impeccabile analisi, una realtà agente nel processo storico.

 

Tenendo in considerazione questi due fatti è dunque necessario rilevare l’unica imprecisione di cui l’opera dell’acuto uomo francese soffre, poiché egli, raccogliendo l’eredità del materialismo storico, ammette implicitamente la negazione dell’esistenziale – primo e più fondamentale passaggio del movimento di falsificazione della realtà nello spettacolo – e quindi appunto l’affermazione che solo ciò che è misurabile è esistente, e ciò che è misurabile ha una estensione, la quale è ciò che propriamente appare. Egli perciò non si avvede che la sua critica dello spettacolo rimane spettacolare, poiché si muove esattamente nell’ambito che esso può dominare e che ha di fatto costruito nel suo affermarsi.

 

È ben vero che lo spettacolo «è […] una Weltanschauung divenuta effettiva, materialmente tradotta» e che «si tratta di una visione del mondo che si è oggettivata» (5), ma altrettanto chiaramente non è esso stesso quella visione del mondo, quella ideologia, poiché esso è soltanto il mezzo per cui dei contenuti vengono presentati alla realtà fittizia dell’apparenza – nella vita falsa delle relazioni sociali nella comunità illusoria – e non determina da se stessa ciò che può essere ammesso in quei contenuti, pur non essendo affatto un mezzo neutro: esso infatti implica che la cifra di ciò che esiste sia l’apparenza, e cioè l’estensione. Egli avrebbe dovuto scrivere quindi che lo spettacolo è lo strumento per eccellenza dell’ideologia dominante, e non che è esso stesso «l’ideologia per eccellenza».

 

Illustrazione di Steve Cutts
Illustrazione di Steve Cutts

 

In un articolo precedente si è detto che l’ideologia che sottende allo spettacolo è il “liberalismo”, ma questo è l’ideologia nel suo aspetto politico, mentre il “capitalismo” è l’ideologia nel suo aspetto economico. Dal punto di vista trascendentale invece, ed ossia considerando l’ideologia integralmente, essa è evidentemente lo “scientismo”, pensiero i cui caratteri principali sono appunto la negazione dell’aspetto esistenziale dell’esperienza; la comprensione della realtà come un insieme di frammenti separati ed isolati l’uno dall’altro; la completa estraniazione dell’essere vivente, e soprattutto dell’essere umano, dalla totalità in cui esiste, la quale non ha nulla in comune con alcuno di questi. Sono qui del tutto evidenti le conseguenze, di cui si è detto con precisione massima altrove, rispetto al benessere psichico e alla sanità mentale dell’intrattenere tali credenze.

 

Lo scientismo, dunque, «è l'ideologia per eccellenza, perché espone e manifesta nella sua pienezza l'essenza di ogni sistema ideologico: l'impoverimento, l'asservimento e la negazione della vita reale» (215), e la società dello spettacolo, è in effetti la società dello scientismo.

 

Lo spettacolo non è che lo strumento per cui lo scientismo impone la sua intuizione-del-mondo sulla realtà: è quella “Weltanschauung” nel proprio movimento di conquista delle menti umane, senza avere la necessità di dichiarare il proprio intento, e affermandosi come una forza assolutamente positiva e benefica, destinata a conquistare l’intero mondo, e a sottomettere alla propria autorità tutte le forze sviluppate e sottosviluppate della terra, senza essere in grado di comprendere che ciò che esso sta costruendo non è altro che un simulacro della vita. È un’esistenza di plastica, svuotata di ogni suo senso e autenticità, e trascorsa nell’assoggettamento a esigenze irrealistiche, che distolgono dalla incessante sofferenza generalizzata originata dalla costante frustrazione della completa mancanza di consapevolezza di ciò che si è e del proprio posto nell’ordine generale della totalità, poiché non è in grado di porvi rimedio.

 

 

Gli individui così si lasciano volontariamente ingannare dalla falsificazione dello spettacolo, poiché esso fornisce i mezzi per cui la sofferenza, nel consumo, è resa tollerabile. In questo accettano la falsificazione della giustificazione della propria irresponsabilità, poiché in essi è attuale un problema esistenziale dovuto all’affermazione nelle menti, per mezzo dell’educazione e degli strumenti di comunicazione di massa, dell’ideologia scientista.

 

Quest’ultima infatti nella sua essenza più propria è esattamente la falsificazione della realtà che lo spettacolo presenta, poiché intende la totalità come una collezione di pezzi infiniti separati l’uno dall’altro, laddove invece non vi è alcuna divisione nella realtà, ed essa, come già in Oriente molti filosofi hanno compreso, deve essere detta non-duale, e non “una”, poiché l’uno implica già l’altro, cioè il due, e quest’ultimo implica il tre, e il tre implica le “diecimila cose”. Nelle “diecimila cose” attende la confusione, e nella confusione fiorisce l’ignoranza, pertanto si commettono errori, che conducono a danni e sofferenza.

 

La rivoluzione che dunque gli appartenenti alla cultura occidentale devono compiere è innanzitutto interiore: è la comprensione dell’intero movimento del sapere e della conoscenza, nella quale sola esiste la chiarezza e la libertà, per giungere alla conclusione del conflitto psichico con se stessi, in cui ci si è alienati trascendentalmente dal proprio fondamento, oscurando l’originaria chiara consapevolezza della propria unione con la totalità, della profonda interdipendenza di tutto ciò che appare distinto e separato, negando la realtà della propria essenza e della propria sostanza. Questa è la sola rivoluzione che potrà incominciare a intaccare la spessa coltre di illusioni dietro a cui questa cultura si è asserragliata, terrorizzata dai fantasmi del proprio immaginario.

 

1 ottobre 2017