Un mondo estetizzato ma povero di bellezza

 

La natura del bello è il tema della V edizione di Romanae Disputationes, concorso nazionale di filosofia per scuole superiori. Migliaia di ragazzi da tutta Italia si confronteranno, accompagnati dai loro docenti e introdotti da importanti professori universitari, su un tema tanto nominato quanto incompreso. Oggi abbiamo l’opportunità di parlare con Roberto Diodato, professore di estetica all’Università Cattolica anche a partire dalla sua video-lezione già pubblicata sul canale YouTube.  

 Sandro Botticelli, "Primavera" (1482 ca.)
Sandro Botticelli, "Primavera" (1482 ca.)

 

Professore, come oggi viene intesa la bellezza? È ancora possibile parlare di bellezza e di una sua natura?

 

Viviamo in una dimensione sociale che è al tempo stesso estetizzata e anestetizzata, in una società che si regge su scambi economici dominati da princìpi estetici. Poiché la nostra è una società essenzialmente consumista, il sistema economico si basa fondamentalmente sulla costruzione delle scelte di gusto, sull’orientamento del desiderio e la costituzione dell’immaginario, cioè sulla manipolazione delle categorie estetiche. Gli esperti di marketing e di pubblicità sanno benissimo come gestire queste categorie, che hanno a che fare innanzitutto con la nostra percezione sensitiva. Viviamo immersi, in quello che un tempo si chiamava occidente industriale avanzato e che oggi corrisponde al mondo globalizzato, in una società estetizzata, dove è fondamentale il controllo del sentire.

 

Il sentire di cui parliamo, quello estetico, è complesso: non è soltanto sensazione, ma anche e soprattutto emozione, immaginazione, gusto, intuizione, cioè l’insieme di quelle categorie che l’estetica filosofica ha pensato nel corso della sua storia. La qualità fondamentale del sentire quotidiano odierno si può definire come sentire del già sentito, come ha detto molto bene Mario Perniola nel suo libro Del sentire. Non un sentire creativo, non un’esperienza estetica innovativa, capace di costruire ed esprimere la nostra personalità, ma, al contrario, un contesto in cui ci viene chiesto solo di ripetere un sentire costruito altrove, che noi scambiamo per il nostro proprio sentire.

 

Nel ‘900, secolo breve delle grandi ideologie, siamo stati prede delle ideologie, modelli di un pensare già pensato che chiedeva soltanto conformità e ripetizione; ma nel caso dell’ideologia, essendo l’idea oggetto del pensiero che pensa, restava comunque la possibilità, per quanto piccola, di riflessione sull’idea, una possibilità che poteva realizzarsi in caso di catastrofi, di guerre, grandi crisi economiche... ma nel caso del sentire già dato questo spazio riflessivo non si dà, perché il sentire è il mio proprio gusto, che sta sulla mia pelle, così mio che è solo mio. Allora, quando una persona viene persuasa che quel modo di sentire è proprio il suo, mentre in realtà è determinato altrove, quella persona è conquistata, è privata della libertà. E se la libertà è ciò che ci rende umani, una volta annullata la libertà, la persona non esiste più e diventa uomo-massa, soggetto di una dimensione del consumo che lo travolge e lo supera.

 

La nostra è una società estetizzata fintanto da anestetizzare il nostro sentire. Da questo punto di vista, la nostra è una società dove la bellezza è superficializzata e ridotta a edonismo diffuso, a cura per l’effimero.  

 

Penso ai giovani di oggi e a ciascuno di noi che siamo immersi in questa dinamica di superficialità estetica: perché è importante oggi riflettere sulla bellezza? Quali sono i passi che l’uomo deve compiere in questo cammino di riscoperta?

 

Immanuel Kant (1724-1804)
Immanuel Kant (1724-1804)

Proprio perché la nostra è una società anestetizzante attraverso l’estetizzazione, producendo mancanza di criticità, di giudizio autonomo e personale (quel giudizio che Kant chiamava riflettente), l’educazione estetica oggi è straordinariamente importante. Si tratta di un’emergenza educativa, perché è attraverso l’educazione estetica, cioè la comprensione della natura del bello, che possiamo riconquistare la capacità di un sentire estetico personale. Si tratta di educare alla bellezza per resistere a un bombardamento che esige consumo senza pensiero.

 

Da questo punto di vista, la prima cosa che dobbiamo fare per vivere un’educazione estetica è chiederci in che cosa possa consistere la natura del bello. La seconda cosa è domandarci chi o che cosa possa aiutarci a comprenderla in modo sempre più articolato e profondo.  

 

Pensando soprattutto ai giovani, è necessario ricordare che la nostra è una società neotecnologica mediatizzata. Dobbiamo comprendere che le neotecnologie mediali digitali non sono uno strumento che possiamo utilizzare in relazione ai nostri bisogni e ai nostri scopi, sono invece il nostro ecoambiente. Questi dispositivi sono l’aria che respiriamo e il luogo in cui viviamo, o piuttosto attorno a cui orbitiamo. Non si può, quindi, prescindere dalla considerazione della nostra condizione neotecnologica per compiere i primi passi nell’educazione estetica della persona.

 

Dunque, qual è la natura del bello? Di cosa parliamo quando ci riferiamo alla bellezza?

 

Sulla questione della bellezza non c’è conclusione, perché, come scrive Platone al termine di una lunga disamina sulla natura del bello nell’Ippia Maggiore, «il bello è difficile». Però possiamo chiarire due cose.  

John Keats (1795-1821)
John Keats (1795-1821)

Come scriveva John Keats nell’Endimione,

 

« una cosa bella è una gioia per sempre: cresce di grazia, mai passerà nel nulla. » 

 

La bellezza è connessa a un incontro con l’essere che produce una gioia profonda, una gioia che tende all’eternità, sottraendosi a quel divenire che tutto travolge e annulla. E con questo intendo il travolgersi del senso nel non-senso, del significato della vita nella morte del significato. La bellezza ci salva da questa insignificanza, costituendo una gioia che è del corpo e dell’anima insieme, facendoci comprendere che noi esseri umani siamo inestricabilmente corpo e spirito e, laddove separiamo la nostra condizione, ci perdiamo. Ora, questa gioia al tempo stesso cognitiva e sensitiva è un incontro con una sorta di luminosità, una claritas, come dice la tradizione scolastica, una sorta di luce che d’improvviso si accende e mi chiede di iniziare un percorso di riconoscimento di ciò che veramente sono, un percorso che è certamente rischioso, ma che può consentirmi di ritrovare quel me stesso che ho dimenticato di essere, perché travolto dalla quella quotidianità che concepisce le cose e persino gli altri come oggetti di consumo.

 

La bellezza di cui stiamo parlando non è qualcosa di connesso a un semplice piacere e a una mera soddisfazione sensibile, ma è qualcosa che mette in moto tutto me stesso, le mie potenze sensitive e cognitive nel loro inestricabile intreccio. Questa bellezza non superficiale è la bellezza del senso, di quel significato che non si trova nelle dimensioni consolatorie dell’esistere, nelle dimensioni pacificanti ed escludenti la realtà del dolore, della sofferenza o del trauma. Parliamo della bellezza che si trova in Guernica di Picasso o nel Frammento di una crocifissione di Francis Bacon.

 

Eccoci giunti alla questione decisiva: gli strumenti del bello. Quali sono le vie per vivere un’autentica esperienza di bellezza? Che ruolo gioca l’arte?

 

Guercino, "S. Tommaso sorretto dagli angeli"  (1662)
Guercino, "S. Tommaso sorretto dagli angeli" (1662)

Attraverso l’arte noi cominciamo ad apprendere il senso della bellezza, che provoca in noi uno stupore, una puntura, una ferita, permettendoci di riflettere. L’arte ci mostra che la bellezza può essere trovata anche dove noi non la cercheremmo mai. Questo è un nodo squisitamente teoretico, perché l’arte ci apre alla trascendentalità del pulchrum, come direbbe san Tommaso.

 

Ma cosa significa che la bellezza è trascendentale? All’affermazione «tutto è bello» è normale restare perplessi, perché il brutto appartiene alla nostra esperienza. Eppure è data la possibilità di avvicinarci a un punto di vista ulteriore attraverso quelle persone che più sono riuscite a cogliere la bellezza anche nelle cose che trascuriamo, quelle piccole cose travolte dal divenire del mondo. Questo significa che la natura della bellezza fa emergere la principalità della categoria della relazione. Propriamente, una cosa non è bella perché mi piace (soggettivismo) e nemmeno perché è bella in sé (oggettivismo), una cosa è bella nell’incontro e nel riconoscimento. Solo allora una cosa è soggettivamente e oggettivamente bella. La relazione viene in luce, questa è la claritas di cui parlavamo prima. Questa è l’esperienza estetica.

 

Proprio nel mostrare la potenza di luce in ciò che noi altrimenti trascureremmo, l’arte è fondamentale. In questo senso non è vero che l’arte del ‘900 non sia bella. Ovviamente parlo dell’arte, perché c’è tanta arte che è solo mercato, che non è arte. La grande arte è quella che raggiunge la bellezza, invitandoci a uno sguardo riconoscente verso il mondo. Questa è la conoscenza estetica, cioè una conoscenza vera del mondo, tutt’altro che astratta, massimamente concreta.

 

Ma oggi viviamo in un mondo che considera tutto relativo, dove non è possibile avere un giudizio condiviso, dunque sembra un percorso conoscitivo impossibile. Qual è il cammino che spetta a ciascuno di noi per tornare a questo sguardo riconoscente?  

 

Non c’è una via breve. Si tratta di coltivare il proprio sguardo, una propria esperienza estetica, coltivare la propria immaginazione e il proprio sentimento. Il gusto si costruisce. Si tratta di frequentare l’arte senza lasciarsi spaventare da cose che ci sembrano strane, di praticarla, di riflettere filosoficamente sulla bellezza e le altre categorie estetiche.

 

Dire che c’è un soggettivismo estetico è interno a una concezione superficiale della bellezza così come è superficiale l’estremo opposto, l’oggettivismo. La natura del bello è evento che accade in un incontro che va coltivato con pazienza e perseveranza: questa è l’educazione estetica. Le Romanae Disputationes rappresentano un invito a chi vuole iniziare questo cammino. È l’invito a un viaggio da cui si torna esperti.

 

3 ottobre 2017