Carcere e pena: quale giustizia?

 

Platone sapeva già bene che la vera giustizia non è quella che infligge punizioni per aver trasgredito la legge e che, anzi, questo trattamento porta a peggiorare le persone invece che elevarle ad un maggiore grado di consapevolezza riguardo a ciò che è buono e giusto. Proprio come un cavallo non domato ha bisogno di sviluppare fiducia con chi lo cavalcherà e questo avverrà quando il fantino si prenderà cura del cavallo e non quando lo picchierà, così l'uomo non educato al bene capirà cosa è buono quando verrà educato da chi ritiene sia lì per prendersi cura di lui, per restituirgli la sua libertà, e non da chi vuole sottometterlo malmenandolo e togliendogli la libertà.

 

In molti paesi del mondo l'opinione pubblica si sdegnò quando il terrorista Anders Breivik, dopo aver ucciso 77 persone negli attentati del 22 luglio 2011, fu sentenziato a soli 21 anni di carcere, la massima pena possibile in Norvegia, e rinchiuso in un carcere in cui ai condannati vengono dati parecchi comfort che altrove sembrano utopici. E, come in questo, anche in molti altri casi di crimini gravi si alzano voci che chiedono giustizia; ma per loro questa giustizia è, di fatto, una rivalsa personale: è la volontà di veder soffrire l'altro per le sue azioni, è crudeltà.

 

La punizione che segue ad un delitto viene infatti da alcuni vista come legittima vendetta su colui che ha trasgredito, il risarcimento che questo deve pagare per il danno commesso. Si vuole sadicamente vedere il colpevole soffrire a sua volta per ciò che ha fatto. Un altro modo comune di pensare è credere che, poiché il colpevole doveva essere al corrente della legge e dei trattamenti che prevede per chi compie un delitto, egli, sapendo insomma ciò a cui andava incontro, abbia in qualche modo scelto di essere punito nel caso in cui venisse scoperto. La funzione della pena è in questo caso quella di deterrente, il suo ruolo per costoro è quello di far paura perché il danno che infliggerebbe sarebbe maggiore del beneficio ottenuto con la trasgressione. Un insieme di questi due punti di vista è rispecchiato dalla legge del taglione, che ha sia la funzione di risarcimento (se si ruba qualcosa bisogna restituire anche più di quello che si è rubato) sia da deterrente (se si cava un occhio a qualcuno si perderà il proprio occhio). Inutile dire che si tratta di un concetto molto primitivo di giustizia, che assomiglia più al picchiare un bambino quando fa qualcosa che non va bene, con la pretesa di insegnargli le buone maniere, piuttosto che la vera e matura giustizia.

 

 

Come dovrebbe invece rapportarsi una giustizia che sia veramente tale rispetto al colpevole?

Scrisse Platone nel primo libro della Repubblica:

 

« Ai malvagi e ai nemici si deve fare danno […] ma se si danneggiano dei cavalli, diventano migliori o peggiori? – Peggiori. – E diventano peggiori nella virtù propria dei cavalli o in quella dei cani? – In quella dei cavalli. – […] E degli uomini, amico mio, non dovremo dire che, se sono danneggiati, diventano peggiori nella virtù che è propria degli uomini? – Senza dubbio. – E la giustizia non è virtù umana? – Sì, anche questo è innegabile. – Allora, mio caro, gli uomini che vengono danneggiati diventano per forza più ingiusti. »

 

Platone sapeva già bene che la vera giustizia non è quella che infligge punizioni per aver trasgredito la legge e che, anzi, questo trattamento porta a peggiorare le persone invece che elevarle ad un maggiore grado di consapevolezza riguardo a ciò che è buono e giusto. Proprio come un cavallo per essere domato ha bisogno di sviluppare fiducia con chi lo cavalcherà e questo avverrà quando il fantino si prenderà cura di lui e non quando lo picchierà, così l'uomo non educato al bene capirà cosa è buono quando verrà educato da chi ritiene sia lì per prendersi cura di lui, per restituirgli la sua libertà, e non da chi vuole sottometterlo malmenandolo e togliendogli la libertà.

 

La Costituzione italiana nell'articolo 27 prevede un trattamento educativo e riabilitativo alla vita sociale per i detenuti, che purtroppo tuttora non viene applicato. Essa recita:

 

« Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. »

 

Il condannato deve perciò, durante il periodo di prigionia, non soffrire o essere costretto all'interno del binomio cella-aria, ma deve ricevere l'educazione sul bene e sul vivere sociale che non ha mai ricevuto o che ha dimenticato. La pena dovrebbe essere una specie di fisioterapia dell'anima, che riporti la persona a camminare correttamente sulle proprie gambe dopo aver passato molto tempo azzoppata.

 

Il termine pena infatti dovrebbe indicare non una sofferenza fisica o la costrizione di una cella, ma il soffrire, lo sforzo dell'animo che cerca di tornare, con molta fatica, sulla retta via, lasciando indietro le più vecchie ed incallite abitudini.

 

Nel carcere di massima sicurezza di Halden in Norvegia ogni cella possiede frigorifero, televisione e finestre senza sbarre. Fuori dalle celle i detenuti possono seguire corsi di cucina e musica, e hanno a disposizione molti spazi ricreativi. Le guardie della prigione spesso non sono nemmeno armate per non intimidire i detenuti.   

 

Tornando allora all'esempio iniziale capiamo perché la Norvegia abbia scelto un tipo di giustizia riabilitativa, in cui i prigionieri non sono trattati come criminali da aborrire, ma come persone da rieducare alla legalità e al bene. E i risultati sono evidenti: il tasso recidiva, ossia il numero di coloro che dopo essere già stati condannati per un reato ne commettono un altro, lì è inferiore al 20%, mentre in Italia, dove una linea di tolleranza zero ed i programmi che si occupano del reinserimento degli ex-detenuti sono pochissimi (ma che guarda caso ottengono risultati ottimi), la percentuale si aggira intorno al 70%. Come se non bastasse questo alto tasso di recidiva, aumentando il numero di carcerati, comporta per il nostro Stato anche un consistente aumento delle spese destinate al sistema penitenziario.

 

Comprendiamo quindi che non è tramite una punizione che evitiamo che le persone compiano il male, né che tramite tale punizione le educhiamo a non compierlo più, nello stesso modo in cui i bambini non si educano picchiandoli. La vera educazione al bene, sia dei giovani che dei detenuti, si attua invece solo tramite il dialogo e l'abitudine alla pratica del bene, del giusto, del legale. Grazie alla lezione che la Norvegia ci sta dando vediamo che una persona con la possibilità di sostentarsi nella legalità e non semplicemente isolata etichettandola come criminale difficilmente sarà portata a delinquere e a ritornare in galera. Ma tutto questo può realizzarsi solo grazie ad un cambio di mentalità e di prospettiva da parte di tutti nei riguardi della pena e dei detenuti, arrivando finalmente ad applicare quello che sta scritto nella nostra Costituzione.

 

16 settembre 2017