Il segreto della felicità? Lavorare

 

I giovani non vedono l’ora che arrivi il week-end, i più vecchi invocano la pensione come se fosse il paradiso. Lavorare è diventato così brutto? È proprio vero che solo al di fuori del lavoro si può essere veramente appagati? Che cosa stiamo sbagliando nel nostro modo di approcciare ad esso?

 

di Antonio Martini

 

George Grosz, "Metropolis" (1916-1917)
George Grosz, "Metropolis" (1916-1917)

 

Quante volte ci sentiamo dire da una persona che lavora per vivere: detto con altre parole, che l’unico obiettivo del suo lavoro è guadagnare denaro per campare. Molti pensano ciò, in quanto vedono del loro lavoro solo il lato economico. La conseguenza di questo meccanismo è che il lavoratore farà male ciò che gli è stato affidato, giacché l’interesse per il risultato è in relazione al mero lucro che ne deriva e non a quanto il lavoro possa migliorare la propria persona in termini non economici.

 

Si creano così personaggi simili a quelli di Riko, protagonista dell’ultimo concept album di Ligabue intitolato “Made in Italy”. Il protagonista vive un profondo conflitto interiore: è alla ricerca di quella “vita facile”, che “egli aspetta”, che “sa che gli spetta”, ma che per il momento “gli deve essere stata tenuta da parte”. Sente il peso degli anni e delle sentenze che il tempo gli sta mettendo davanti. Il lavoro è vissuto come un peso di cui viene sobbarcato e che quindi gli crea più di qualche problema dal punto di vista emotivo. Cerca perciò di estraniarsi sempre di più da esso e di trovare una speranza illusoria che possa dare un perché alla sua vita. Questa speranza è il week-end, in particolar modo il venerdì: da sempre momento di liberazione e di ricerca dei veri piaceri che fanno godere l’uomo (alcool, sesso, droga, musica a palla,ecc.). Questo è il momento per eccellenza in cui ci si può sfogare ‒ mancano sessanta ore a lunedì mattina alle otto, momento in cui la maggior parte delle persone torna al lavoro ‒, ci si può dedicare a ciò che è veramente appagante e che ci fa stare bene internamente. Perfino la moglie passa in secondo piano, il divertimento del venerdì sembra quasi un diritto che ad ogni uomo spetta dopo le fatiche della settimana. I problemi che Riko vive con se stesso, si riflettono poi nella sua famiglia, in particolare nel suo rapporto con la moglie, con la quale litiga continuamente, guardandola solamente come una parte di ciò che deve mantenere grazie al suo lavoro. Riko cerca quindi di trovare i problemi nel sistema, nella politica, in generale nell’altro. Cerca invano di dimostrare che quello che gli sta accadendo non è giusto, ma inutilmente perché la “giungla soffoca la sua voce”. Quel sistema che lui ritiene sbagliato e che vorrebbe cambiare ‒ non sa però in che modo ‒, non gli dà la possibilità di esprimersi e quindi tutto ciò che fa risulta vano.

 

Illustrazione di Dima Melnikov
Illustrazione di Dima Melnikov

 

“Non basta più stare al riparo chi vuol sopravvivere deve cambiare”. Sì cambiare, ma cosa? Cos’è che veramente non va di questo meccanismo? Che atteggiamento dovremmo assumere nei confronti del lavoro?

 

Per andare alle radici del problema è necessario risalire all’istruzione che ci è data e a come siamo educati al lavoro. A scuola di educazione al lavoro se ne parla veramente poco, anche se in questi ultimi anni si sta cercando di cambiare qualcosa introducendo gli stage. L’obiettivo di tutto questo è far inserire più facilmente il ragazzo nel mondo lavorativo, facendosi riconoscere da qualche azienda e facendogli imparare delle nozioni “pratiche” che gli potranno essere utili in futuro. Durante queste esperienze non si va alla scoperta se si è fatti o meno per un determinato impiego, ma si aumenta solamente il proprio bagaglio tecnico-pratico. In fin dei conti il messaggio di fondo che ci è trasmesso, in modo velato ‒ ma non troppo ‒,dall’istruzione ‒ che non è altro se non lo specchio della società ‒ è che ci sono dei lavori di serie A e dei lavori di serie B e questo caro lettore mi puzza un po’. Quelli di serie A sono maggiormente remunerativi e facili da ottenere dopo una carriera scolastica di medio prestigio. Ultimamente, con il sopravanzare della tecnica, essi coincidono con i lavori che hanno un riscontro considerato pratico: ingegneri ‒ progettano le “cose” e quindi possono vedere subito il frutto del loro lavoro ed essere appagati ‒, economi ‒ cosa c’è dipiù pratico e realizzante del denaro? ‒ e in generale tutta l’area medica ‒ essa poi, per eccellenza, svolge un servizio per l’altro e quindi si è veramente utili alla società, senza tanti discorsi, ma con i fatti. Vengono poi i lavori di serie B: ne fanno parte quelli meno pagati, più umili e le professioni intellettuali, mal viste dalla tecnocrazia che sta prendendo sempre più piede. È quasi scontato quindi che la maggior parte dei ragazzi, dopo aver valutato la proposta di un possibile lavoro, e dopo che tale quadro gli è stato rinfacciato in ogni istante della loro vita, scelgano di entrare in serie A. La serie A è l’appagamento, la felicità, l’obiettivo di una vita, tanto lontano, ma anche tanto vicino, quasi alla portata: “lo intravedo”, “ci sono”, “sicuramente riuscirò ad entrarci”, “è la soluzione ai miei problemi”, “la possibilità di farmi grande”, “è un sogno che voglio a tutti i costi che si avveri”. Sì c’è un po’ di rabbia nel mio discorso, non so se s’intravede, spero di sì. Eppure, caro lettore, se andrai in profondità, ti accorgerai che c’è qualcosa negli uomini di serie A che non va, non dovevano essere felici? Cos’è questa sensazione? La serie A doveva essere il trionfo, la liberazione, “la vita facile”, eppure non sembra così. E neanche in serie B si sta molto meglio. Basti solo pensare al poco supporto che ricevono dallo Stato, dalla cattiva reputazione che godono e che quindi non li fa rendere al massimo. Tra di loro poi, caro lettore, ci sono molte persone che potrebbero fare molto meglio lavori di serie A, e tra quelli della categoria superiore ce ne sono molte altre che sarebbero più adatte a fare le mansioni “minori”. Ognuno vorrebbe fare lavori di serie A, ma non c’è spazio per tutti. Serve qualcuno che faccia anche lavori che sono ora considerati di serie B e soprattutto serve qualcuno che li faccia bene. Forse la necessità e di un tipo di lavoro e dell’altro, per l’avanzamento della società, annulla questa differenza che c’è tra le classi, rendendo quindi entrambe indispensabili e di pari valore. Vediamo meglio.

 

« Si deve esaminare se dobbiamo istruire i guardiani per far loro godere la massima felicità possibile; o se, guardando allo stato nel suo complesso, si deve farla godere a questo; e costringere e convincere questi ausiliari e guardiani e così tutti gli altri a eseguire meglio che possono l’opera loro propria; e se, in questa generale prosperità e buona amministrazione statale, si deve lasciare che ogni classe partecipi della felicità nella misura che la natura le concede. » (Platone, La repubblica, IV, 421, [b-c])

 

Pavel Finilov, "Degenerazione di un uomo" (1914-1915)
Pavel Finilov, "Degenerazione di un uomo" (1914-1915)

 

È necessario ricercare un modello migliore di educazione, affinché anche quelli di serie A, possano fare ciò che li rende felici e quelli di serie B possano essere maggiormente considerati e portare il loro fondamentale apporto al funzionamento dello Stato. Più lo stato funzionerà al meglio nella sua interezza, più tutte le sue parti miglioreranno e saranno felici. È importante capire che ogni parte è fondamentale per il funzionamento del meccanismo statale e quindi se un settore non è al meglio, necessariamente tutti i settori, che sono a lui collegati, risentiranno di questa defezione. Se in un comune, ad esempio, la parte infrastrutturale non è molto sviluppata, ne risentiranno tutti i cittadini che adopereranno le strutture comunali, in quanto la mancanza di edifici adeguati va a minare inevitabilmente l’utilizzo che faranno di quelle strutture. Accade quindi, per non rimanere nel vago, che le famiglie hanno bisogno del doposcuola per i loro figli, ma non ci sono le strutture adeguate per ospitarli e quindi ne risentono in primis i genitori, perché devono modificare i loro piani, in minima parte i datori di lavoro e quindi un po’ tutto il resto delle persone che sono collegate a quell’attività. Questo è un esempio di come una parte dello stato che non funziona possa influenzare e peggiorare, anche se in piccolissima parte, tutta la struttura della società. Goccia dopo goccia, c’è sempre qualcosa in più che non va e sempre più persone che sono infelici a causa di questo disservizio. Affinché lo Stato si sviluppi al meglio, è necessario che ogni singola goccia, cioè ogni cittadino, faccia ciò che gli riesce meglio. La massima felicità che il singolo potrà raggiungere non deriverà dal prestigio della sua attività o dalla remunerazione che riceve da essa, ma dal contributo che egli riuscirà a dare per migliorare la società e quindi se stesso.

 

« Per essere protagonisti nel teatro della vita è sufficiente essere un perfetto attore, qualunque sia il ruolo interpretato. La vita non ha ruoli secondari, solo attori secondari. » (N.G. Dávila, Escolios, I )

 

Come ci suggerisce il filosofo colombiano è necessario educare il ragazzo, sin dai suoi primi anni, ad amare ciò che sa fare meglio, perché solo nel compiere questo potrà essere realizzato ‒ cioè dare il maggior miglioramento possibile alla società e quindi a se stesso. Non ci saranno più lavori e lavoratori di serie A e di serie B, ma solamente persone che saranno felici di compiere il proprio lavoro. Affinché queste considerazioni non rimangano pura utopia, come sosterranno in molti, è necessario che ognuno smetta di fare ciò per cui non è portato e si impegni il più possibile nel fare il proprio, affinché lo stato sia migliore e unico.

 

« […] anche gli altri cittadini devono essere indirizzati ciascuno a quell’attività per cui hanno naturale disposizione, uno solo a un’opera sola, perché ciascun individuo, attendendo all’unica opera che gli è propria, non diventi molteplice, ma resti uno, e così tutto lo stato sia unitario, non molteplice. » (Platone, La Repubblica, IV, 423, [b])

 

P.S. Il titolo vuole essere solamente una provocazione giocata sul fatto che il sentimento comune attuale pone i termini “lavoro” e “felicità” in completa antitesi; non vuole essere assolutamente presunzione di aver trovato la formula magica per essere felici, ma solamente un buon punto da cui partire.

 

24 settembre 2017