La questione identitaria nella società spettacolare: contraddizioni filosofiche e gestione del dissenso

 

La competizione inerente al capitalismo ha portato nel processo storico all'emersione delle politiche identitarie come modello funzionale all'organizzazione politica in Occidente, ma è irragionevole pensare che chiunque vi abbia posto mente a priori. Comprendere le ragioni per cui è accaduto rivelando istanze che rimangono non esaminate nelle menti individuali può contribuire ad illuminare la temperie culturale che oggi stiamo vivendo.

 

di Giannetto Edoardo Marcenaro

 

L’attività politica odierna in Occidente, inteso come orizzonte ideologico e culturale, ricade nella sua quasi completezza entro le coordinate del “liberalismo”, quale sistema di organizzazione sociale che ammette la proprietà individuale, la gestione privata delle risorse e la democrazia rappresentativa, e che dunque adotta il “capitalismo”, quale sua politica economica.

 

Oggi come oggi è impossibile rintracciare in quell’orizzonte, alcun esponente, o movimento politico di rilevanza nazionale – o addirittura internazionale – che metta in discussione, sotto aspetti strutturali, l’attuale sistema economico e produttivo adottato dagli Stati occidentali, né del resto è presente nell’opinione pubblica alcun dibattito sull’adeguatezza o meno di tale sistema al soddisfacimento delle esigenze che questi anni difficili hanno portato allo scoperto, e che vedono l’umanità intera impegnata in un compito che già adesso pare essere superiore alla nostra volontà di affrontarlo, se non alle nostre capacità, e che sempre più diverrà arduo, quanto più attenderemo a metterci in moto.

 

La “democrazia liberale rappresentativa capitalista” nella narrazione spettacolare che ne è fatta alle menti degli individui attraverso i mezzi di comunicazione di massa, è presentata, in modo pressoché monolitico, come un sistema a cui non vi può essere alternativa praticabile, nel quale solamente la giustizia, la libertà e i diritti possono essere garantiti. Questa semplificazione concettuale è lo strumento principale per mezzo di cui la struttura di potere che governa gli Stati – che comprende le élite economiche, finanziarie e intellettuali – influenza in chi vi è soggetto la percezione del sistema nel suo funzionamento e nei suoi risultati.

 

Si è così affermato un sentimento diffuso di acquiescenza allo stato dei fatti, di adeguamento allo status quo, in cui anche le iniquità manifeste che si palesano nell’esperienza quotidiana, non mai sono ragione sufficiente a maturare un dubbio sulla effettiva concordanza con i fatti di quella narrazione (viz. che cioè vi possa in effetti essere un’alternativa), che nessuna voce autorevole – al livello dell’opinione pubblica di massa – contesta mai nel merito delle sue affermazioni, e nei quali le alternative disponibili sono dipinte come “sbagliate” o “criminali”, o addirittura “malvagie” (non ci si dimenticherà certo dell’“Impero del Male” di reaganiana memoria): tutto questo è stato il risultato dell’integrazione del mondo, in quanto oggetto trascendentale della narrazione, allo spettacolo, e cioè alla mistificazione della realtà nell’ottica della trasformazione di tutti i rapporti sociali a surrogati superficiali di relazioni individuali e storiche, cioè a relazioni mondane subordinate alla logica mercantile in cui l’individuo stesso, e tutto ciò che egli o ella produce, è un oggetto spettacolare.

 

La combinazione di questi due fattori – il carattere iniquo delle dinamiche sociali ed economiche insieme al sentimento di impotenza di fronte al fatto compiuto del sistema attuale – ha contribuito all’emersione e all’affermazione sempre più prepotente sulla scena politica occidentale del fenomeno delle “politiche identitarie”, la cui diffusione è andata aumentando sempre più quanto più la narrazione spettacolare della realtà ha preso il sopravvento, reinterpretando gli eventi storici, per assimilarli alla propria visione del mondo e ideologia, ed ossia appunto il “liberalismo” con tutti gli annessi e connessi a cui abbiamo appena accennato.

 

Il “liberalismo” infatti proponendosi come l’unica visione del mondo restringe drammaticamente la gamma di opinioni e di pensieri operante entro le comunità che esso governa, in modo paradossale, perché da una parte afferma di consentire l’espressione di qualsiasi opinione e però dall’altra parte l’ambito di queste opinioni non può mai eccedere quello del “liberalismo”, ed ossia non possono mai affermare nulla che vada contro la narrazione che gli è propria.

 

Ciò non vuol dire che proibisce delle opinioni, ma soltanto che nel movimento dello spettacolo quelle opinioni che non sono conformi alla narrazione sono ridotte all’insignificanza, per essere escluse come deviazione standard in una distribuzione statistica: possono essere espresse, ma sono ininfluenti, poiché la pressione psichica esercitata sulle popolazioni dagli strumenti mediali di comunicazione è costante ed ininterrotta, e articola la sua proposta ideologica in due declinazioni generali nelle quali chiunque nella popolazione può trovare una sua collocazione.

 

Le “politiche ideologiche” che avevano dominato larga parte del secolo scorso, che si contrapponevano quali proponenti distinte visioni del mondo, e quindi divergenti principi di organizzazione della società, hanno così perduto, nella marcia conquistatrice dello spettacolo, la loro capacità di aggregazione di grandi numeri di individui, che le aveva contraddistinte, come forze determinanti nell’indirizzo dell’attività della comunità nel suo insieme.

 

I soggetti che si rifacevano a quelle politiche sono in questo modo scomparsi, o stanno scomparendo, in tutto l’Occidente “democratico”, così in Francia, come in Italia, o in Spagna, ovvero, si sono dati una nuova definizione come è più comune nel mondo anglo-sassone, e la classe politica ha organizzato da capo la propria attività e la propria retorica su altre linee che si sono venute a distinguere nel corso degli ultimi quarant’anni, in priorità riformiste e di aggiustamenti strutturali, in relazione alle quali essa ha potuto mantenere la propria pregressa contrapposizione interna, entro i termini complementari di “destra” e “sinistra”.

 

Entrambe queste declinazioni infatti possono muoversi nell’ambito delle “politiche identitarie”, sebbene queste ultime siano sorte in primo luogo durante gli anni‘60 e ‘70 in seguito ai movimenti per i diritti civili in cui persone di colore, donne e omosessuali chiedevano uguaglianza e parità e che si appellavano così ad un’interpretazione progressista dell’ideologia liberale, che si è venuta sempre più individuando nella “sinistra”.

 

Ciò non deve tuttavia ingannare, poiché nel “liberalismo”, la stessa condizione del suo sussistere non può impedire che qualsiasi gruppo sociale abbia la facoltà di costituirsi come soggetto politico che si impegni attivamente alla promozione e diffusione dei propri interessi e delle proprie necessità. Anche la “destra” così, operando nel “liberalismo”, ammettendo cioè la presenza sulla scena politica della “sinistra”, aderisce alle “politiche identitarie” individuando di volta in volta, in ciascun paese, i gruppi e gli interessi che, dal punto di vista di un’interpretazione conservatrice dell’ideologia liberale, essa può sostenere e difendere.

 

Se infatti, per esempio, da una parte, il “liberalismo” afferma assolutamente i “diritti individuali”, dall’altra parte afferma assolutamente la “libertà” dall’ingerenza statale nella garanzia di quei “diritti”, e ciò è raccolto ugualmente sia dalla “destra” che dalla “sinistra”, sebbene in modi distinti.

 

Cosicché, se un Governo usa lo strumento legislativo – che non gli è proprio –allo scopo di istituire una riforma dell’impianto giuridico che riguarda gli stranieri in un dato Paese, è più semplice che mai trovare selettivamente le ragioni per affermare che il garantire certi “diritti individuali” agli stranieri, lede allo stesso tempo i “diritti individuali” dei cittadini di quel paese, e non necessariamente in quanto cittadini, ma anche secondo le categorie della “razza”, del “genere” o della posizione sociale, sicché si tratta di un’ingerenza indebita dello Stato a cui bisogna opporsi e che va contrastata.

 

L’affermazione delle “politiche identitarie” pertanto è chiara manifestazione della loro funzionalità ed efficienza all’interno di un ambiente sociale limitato ad un’unica visione del mondo, in relazione alle esigenze governative della struttura di potere che amministra lo Stato. A ciascun gruppo infatti, senza mettere in discussione i principi generali su cui l’organizzazione sociale è fondata, è consentito adoperarsi con i mezzi che gli sono disponibili permettere in moto un processo di trasformazione della legislazione che gli appartenenti a quel gruppo percepiscono come iniqua e in principio illegale, poiché stabilisce una discriminazione tra coloro che sono invece eguali, dal punto di vista della “sinistra” maggiormente, e da quello della “destra” invece parifica là dove in effetti vi è divergenza.

 

 

Da questa breve panoramica sulle “politiche identitarie” e sul contesto in cui si sono formate, risulterà del tutto evidente che, dal punto di vista filosofico, esse celano profondi problemi dovuti a numerose contraddizioni interne, sia per coloro che le adottano in vista dei loro scopi, sia rispetto allo stesso fondamento del pensiero che vi soggiace, oltre a mostrare manifestamente alcuni caratteri generali della filosofia implicita nelle azioni e nelle parole degli individui che sono attivi in questo campo dell’esperienza sociale, caratteri che, senz’altro, sono un riflesso peculiare della forma generale del pensiero (viz.la “filosofia” strettamente parlando) che è attuale come cultura nella mente degli individui in Occidente. 

 

Lo  stesso concetto di “identità”, cioè di uguaglianza a se stessi, ha infatti un carattere eminentemente problematico – è vale a dire vacuo, dal punto di vista trascendentale – dato ad esso in modo analitico, in quanto trae la sua definizione da ciò che lo determina, ed ossia il relativo concetto di “se-stesso”, che sarebbe, nella tradizione filosofica occidentale del passato, il “soggetto”. Quest’ultimo tuttavia non mai può essere oggetto di conoscenza di se stesso, in quanto è appunto ciò che conosce, sicché la comprensione che il “soggetto” ha di se stesso è sempre ricavata dagli “oggetti” con cui questo entra in relazione, come giustamente Martin Heidegger faceva notare circa un secolo addietro. Il materiale che in ciascuna mente riempie il concetto di “identità” pertanto non è proprio del “soggetto” di cui quell’“identità” è, ma di altro attraverso cui la mente compie una stima di come il “soggetto” sia, per mezzo della sua condotta in relazione a questo o quell’altro “oggetto”.

 

Avere consapevolezza della propria “identità” equivale dunque ad avere conosciuto ciò che si è, quali sono ovvero i caratteri propri di quell’individuo per sé, e non semplicemente in quanto “essere umano”, ma in quanto appartenente ad un certo gruppo sociale. Ma questo senso di appartenenza è fondato sostanzialmente sulla percezione dei caratteri specifici del proprio gruppo entro l’insieme della comunità, e dunque afferma la propria differenza dagli altri, per la quale tuttavia si pretende un riconoscimento di uguaglianza, o equivalenza, rispetto a tutti gli altri, riguardo a capacità e possibilità, nel giudizio di valore rivolto a quel tale gruppo: su quali elementi dovrebbe perciò basarsi la definizione di quella differenza appare punto la cui comprensione non è immediata, né facile da chiarire.

 

 

Dopotutto  se un appartenente a un gruppo sociale, per esempio, quello che comprende la parte di popolazione che si riconosce come “nera”, ritiene che i membri di quel gruppo siano in possesso delle medesime capacità intellettuali e fisiche di tutti gli altri gruppi nella società, sta negando che vi sia una differenza tra tutti questi, e perciò in quello stesso momento neutralizza quella sua specificità che voleva affermare.

 

Questa stessa, d’altronde, non può ridursi ad un singolo carattere, come per esempio il colore della pelle, perché ciò evidentemente sorvola sulle profonde differenze di esperienza, sensibilità e tradizione all’interno di quello stesso gruppo sociale, e pertanto tende a ricreare in seno ad esso quella dinamica di oppressione da cui in primo luogo gli appartenenti al gruppo intendevano uscire quando avevano riconosciuto se stessi come tali.

 

In ogni caso qualsiasi siano i caratteri della definizione della propria specifica differenza, quest’ultima non solo da una parte ammette che l’ordine sociale nel quale la propria discriminazione è avvenuta storicamente rimanga intatto, poiché le proprie rivendicazioni non sono mirate al sovvertimento di quell’ordine, ma anche dall’altra parte, essa stessa è un prodotto delle strutture di potere che governano la società e pertanto la propria “identità” è costruita secondo i termini dettati da coloro che vengono percepiti come gli oppressori, ed è un esempio paradigmatico di “falsa coscienza”, nei termini usati in prima istanza da Friedrich Engels, e questa “falsa coscienza” riguarda il “se stessi”, cosicché non solo si ha una consapevolezza distorta delle relazioni sociali, ma anche non si ha alcuna esperienza autentica di ciò che si è.

 

Ciò  può essere detto valido anche da un punto di vista più generale in relazione alla comprensione che di se stessi si ha per mezzo della “filosofia” e che è attuale in tutte le menti umane, e non si trova di più nel saggio che nell’ignorante. Essa infatti è la “forma pura” del “pensiero”, e quindi l’espressione di qualsiasi pensiero, foss’anche il più ingenuo o sconclusionato mai costruibile, presuppone che una tale “forma pura” vi sia, e ciò che differisce qua è da una parte la determinazione di questa “forma pura”, e dall’altra il materiale che riempie le forme che vengono determinate come pensieri distinti.

 

Il concetto stesso di “politiche identitarie” è a sua volta caratterizzato dall’appello ad un fattore definiente di un gruppo sociale, quale divergente da tutti gli altri, e nel quale si riconosce come distinto e separato dal resto della comunità. Una delle principali critiche portate a questi movimenti da parte degli analisti e teorici sostenitori delle “politiche ideologiche” è infatti che da una parte le “politiche identitarie” ottengono il risultato di de-politicizzare le correnti di opinione – poiché appunto non mettono in questione l’organizzazione sociale dominante – e dall’altra parte quello di accrescere la difficoltà nella collaborazione tra gruppi sociali che sostengono istanze distinte, benché si trovino in condizioni analoghe rispetto a chi percepiscono come oppressore, che è generalmente lo stesso soggetto.

 

 

La comprensione che dunque è a fondamento di quel concetto ha una presupposizione molto chiara, che riguarda innanzitutto l’individuo, chiaramente, e che è poi riflessa nell’attività in comune, sul gruppo a cui nella propria percezione si appartiene, ed ossia quella di esistere come soggetto separato e irriducibile a tutti gli altri – un principio che è divisivo, e dunque conflittuale – laddove in effetti, dal punto di vista trascendentale, come già da lungo tempo la conoscenza “filosofica” sia in Oriente che in Occidente ha compreso, non vi è alcuna reale distinzione tra l’uno e l’altro individuo, e nemmeno dunque vi è alcuna separazione tra tutto ciò che si presenta e si manifesta, ed essi debbono essere detti lo stesso, in quanto condividono ciò che è loro essenziale, il proprio “fondamento” e la propria “sostanza”.

 

È poi davvero evidente quanto, una tale comprensione del mondo e di se stessi possa, e debba, essere estremamente feconda nell’ambito politico e della società in generale, sia in relazione ai rapporti tra chi vi appartiene, sia in relazione ai rapporti con l’ambiente e la biosfera, ormai seriamente minacciata dalle attività umane, a prescindere dalla realtà o meno del cosiddetto riscaldamento globale: l’inquinamento si trova ormai comunque ad un livello del tutto fuori controllo.

 

Ed è altrettanto forse, evidente, per quale ragione, nel corso dell’affermazione del dominio completo dello spettacolare integrato nelle società occidentali prima, e poi sull’intero pianeta, le “politiche identitarie” – a cui si riferiscono anche i movimenti per i diritti dei nativi, o i movimenti anti-coloniali, o quelli per le disabilità, o le culture minoritarie in una comunità multi-etnica – hanno assai prosperato, dato che nella loro sostanza tendono ad essere una forza contenitrice di convergenza dell’opinione pubblica di massa su istanze e problemi che mettano in luce pensieri alternativi a quello dominante del “liberalismo”, strategia generale entro la quale le “politiche identitarie” hanno avuto successo, poiché pone le condizioni ideali della loro attualità.

 

D’altronde la strategia di frammentare la propria opposizione in segmenti non coordinati e litigiosi – che è utilizzata, senz’altro in molti casi senza averne una vera consapevolezza, in molti ambiti, dal lavoro salariato dipendente, alla politica estera, al commercio, alla lotta di classe – continua ad essere efficace da molto tempo, ed oggi, pur avendo abilmente celato il proprio nome, ottiene successi di portata forse insperata anche per tutti i perpetratori di questo moderno “divide et impera” – concezione evidentemente strutturale nell’ordine dell’attività nella cultura occidentale – i quali nel perseguire autonomamente i propri peculiari interessi, si raccolgono spontaneamente in gruppi, la forza dei quali determina il successo di questo o quell’altro interesse, nella dinamica del processo storico.

 

13 settembre 2017