Matti da legare, ma con la pancia piena

 

Montesquieu, Verri, Hegel avevano intravisto bene e con largo anticipo che ne sarebbe stato di noi mentecatti postmoderni. La filosofia cela disseminati nella sua tradizione potenti antidoti alla stupidità, ma siamo ancora lontani dal ritenerci malati per poter prendere sul serio la ricerca del rimedio.

 

Illustrazione di Steve Cutts
Illustrazione di Steve Cutts

 

Ha dell'impressionante constatare come lo spirito del capitalismo fosse palpabile già nella seconda metà del Settecento, ben prima che la borghesia si impadronisse della scena politica e che il capitalismo dispiegasse le sue forze estendendosi sul pianeta nel corso dell'Ottocento e oltre.

 

Lo spirito del capitalismo manifestava già quelle caratteristiche nefaste di un abominevole laissez faire ottocentesco e di una spudorata corruzione novecentesca che è la sostanza dei nostri giorni. Poche parole di Montesquieu, che compaiono nel suo capolavoro del 1748, le colgono con precisione:

 

« I politici greci, che vivevano in un governo popolare, riconoscevano nella virtù l'unica forza capace di sostenerlo. I politici d'oggi ci parlano solo di manifatture, di commercio, di finanze, di ricchezze, perfino di lusso. Quando viene a cessare questa virtù, entra l'ambizione nei cuori pronti a riceverla, e l'avidità di tutti. I desideri mutano d'oggetto: ciò che una volta si amava, non lo si ama più; si era liberi con le leggi, lo si vuole essere contro di esse. Ogni cittadino pare uno schiavo fuggito dalla casa del padrone. » (Montesquieu, Lo spirito delle leggi)

 

Lo spirito del consumismo ignorante, nelle parole di Pietro Verri vergate nel 1763, è evidente, benché solo oggi assuma proporzioni onnipervasive.

 

« Tutti adunque gl’infelici i quali soffrono l’angustia di bramare i tesori e di accumularli, e ne sopportano le lunghissime cure, le umilianti mortificazioni, il sacrificio frequente della loro probità; sono infelici appunto perché non ragionano abbastanza, perché non vedono esattamente bene gli oggetti ai quali corrono dietro; e se la ragione venisse esercitata nell’esame importantissimo di noi medesimi, sarebbero tolti dalla lunga lista degl’infelici tutti i molti che vi sono per avidità di ricchezze. Che cerchi tu mai di ottenere col tuo ammasso? Forse i piaceri fisici? Questi sono destinati per l’uomo amabile: l’amore comprato è la cosa la più insipida e umiliante di tutte. Forse la stima degli uomini, comprandoti delle condecorazioni? Gli uomini irritati per questo appunto faranno noti i tuoi piccoli princìpi, e il ridicolo si intreccerà co’ fasci de’ tuoi littori. » (P. Verri, Discorso sulla felicità)

 

Montesquieu e Verri
Montesquieu e Verri

 

Lo stesso Verri ci rammenta tutto ciò che è fondamentale, tesoro della tradizione filosofica, ma che il suo secolo era pronto a dimenticare, indirizzandosi verso il punto più basso della cultura – che oggigiorno si definisce postmoderna –, quell'abisso dell'intelligenza dove non esiste verità, tutti i desideri si equivalgono, ognuno fa quel che vuole, la volontà di giudicare è ritenuta aberrante.

 

« Il destino, o per dir meglio la spensieratezza dell'uomo fa che evidentemente desideri la ricchezza, e poi quei pochi che l'ottengono diventano realmente più infelici di prima; perché l'arte di saper godere delle ricchezze [la virtù] è molto più rara dell'arte di acquistarle; anzi l'avidità di ammassarle per lo più esclude quella generosa e nobile distribuzione dalla quale sola dipende il godimento. » (Ivi)

 

A che cosa si andava incontro lo vedeva bene pure Hegel, che nel 1802 sembra descrivere l'individualismo becero e solipsistico del XXI secolo, altalenante tra droghe e psicofarmaci, che si diffondono proporzionalmente all'eccitamento sconsiderato e alla resa depressiva.

 

G.W.F. Hegel
G.W.F. Hegel

 

 

« Per la coscienza questa conciliazione si realizzava nella dottrina della felicità, sicché il punto fisso di partenza, il soggetto empirico e ciò con cui esso è conciliato, è proprio la volgare realtà effettuale, alla quale è lecito affidarsi e concedersi senza peccato. » (G.W.F. Hegel, Fede e sapere)

 

Ci siamo liberati dalle ideologie, dalla tradizione filosofica, dalle grandi narrazioni, dal peso del dovere, ecc. Così, “libero”, “finalmente se stesso”, l'uomo si scopre spaesato, spaurito, fallito. Ecco, non dovremmo forse iniziare a sospettare che qualcosa sia andato storto, che la nostra autocomprensione sia da rivedere nei fondamenti? O forse vogliamo evitare questa fatica e raccontarci che non ci sono fondamenti, che pensare troppo fa male, che con la filosofia non si mangia? Mangiate, dunque, ingozzatevi e diventate ciò che siete già: matti da legare, ma con la pancia piena.

 

22 settembre 2017