La mafia e il compromesso

 

Cosa nostra ha rafforzato la propria egemonia sul territorio insulare allargando al contempo i propri orizzonti fino ad arrivare ad essere, soprattutto in alcuni periodi storici, parte integrante delle decisioni governative anche a livello nazionale. Ma dobbiamo renderci conto, con Giovanni Falcone, che non occorre essere mafiosi per avere una mentalità mafiosa.  

 

di Emma Pivato

 

 

Il 18 agosto 2009 Agnese Leto Piraino, moglie di Paolo Borsellino, dichiarò alla Procura di Caltanissetta:

 

« Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta. In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo. »

 

Il giudice era pienamente consapevole (come probabilmente lo erano state molte altre vittime di mafia prima di lui) che nella pianificazione del suo assassinio un ruolo fondamentale l’avrebbero giocato quegli altri, apparentemente insospettabili, nascosti dietro all’egida di Cosa nostra, ma talmente potenti da essere in grado di influenzarne le decisioni. In merito alla strage di via D’Amelio, Totò Riina disse (cfr. Attilio Bolzoni, “In tribunale per capire chi mi ha venduto” La sfida di Riina al Colle«la Repubblica», 9 ottobre 2014):

 

« L'ammazzarono loro… non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi. »

 

La più potente personalità della mafia siciliana, condannata all’ergastolo per i numerosi crimini che l’hanno vista implicata, invitò così i rappresentati dello Stato a “farsi un esame di coscienza”. La sua affermazione suona come una velata accusa contro i loro che paradossalmente definiamo onesti cittadini malgrado siano forse più delinquenti di un boss mafioso. Per quanto sia spiacevole o doloroso, è necessario riconoscere che nelle parole di Riina c’è un fondo di verità. Innumerevoli indagini sono state svolte e sono ancora in fieri riguardo al perverso rapporto che talvolta sussiste tra mafia e politica. Tra gli esempi più eclatanti di politici coinvolti in affari mafiosi si trovano quelli di Salvo Lima e Vito Ciancimino, entrambi elementi fondamentali della storia politica siciliana degli anni Sessanta e Settanta. Grazie ai rapporti instaurati nel tempo con alcuni personaggi del ceto dirigente italiano (e non solo), Cosa nostra ha rafforzato la propria egemonia sul territorio insulare allargando al contempo i propri orizzonti fino ad arrivare ad essere, soprattutto in alcuni periodi storici, parte integrante delle decisioni governative anche a livello nazionale. D’altra parte è doveroso ricordare che accanto a sindaci corrotti e magistrati volutamente inefficienti, collaboratori imprescindibili della mafia, hanno vissuto e ancora convivono personalità fortemente impegnate nella lotta alla malavita organizzata, promotori di quella concezione “alta” di politica che è l’arte del buon governo. Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone hanno combattuto e hanno sacrificato la vita perché credevano in quell’idea di Stato, fondato su ciò che veramente sono la giustizia e il bene comune, che si evince già nei dialoghi platonici quali il Gorgia e la Repubblica.  

 

 

La mafia gioca un ruolo fondamentale nella vita comunitaria italiana. Molteplici fattori consentono che ciò avvenga. Uno dei principali elementi che conferisce stabilità a Cosa nostra è la sua struttura interna, altamente gerarchizzata ed efficacie. L’apparato direttivo che sta al vertice dell’intera organizzazione è la Commissione regionale, composta dai rappresentanti delle varie province. In questa sede vengono prese le decisioni più importanti che garantiranno la sopravvivenza e la proliferazione del fenomeno mafioso. Quando si elabora un piano che prevede la partecipazione di più famiglie (le cosiddette cosche), ad ogni unità operativa sono rivelate solo le informazioni strettamente necessarie allo svolgimento del proprio ruolo. Così facendo si tutela la segretezza e la sicurezza della mafia stessa. Se infatti parte dell’operazione venisse scoperta dalle autorità, risulterebbe comunque molto difficile, se non addirittura impossibile, risalire al progetto nella sua interezza. Un ulteriore elemento che contribuisce a complicare la lotta al fenomeno mafioso da quello che potremmo, per comodità, definire il versante “investigativo-giuridico”, è l’omertà: spesso gli appartenenti a Cosa nostra, una volta catturati o interrogati, rifiutano di rivelare qualsiasi informazione legata alla loro esistenza da mafiosi. A tal proposito, sono significativi alcuni interrogatori di Totò Riina, dei quali è possibile rintracciare facilmente degli estratti su Internet: il boss risponde ai giudici di non aver mai sentito parlare di un’associazione chiamata “Cosa nostra”. Omertà è un termine che potrebbe sintetizzare tutte le regole fondamentali per la vita di un appartenente all’organizzazione. I mafiosi seguono un codice comportamentale ben preciso. Sebbene le norme che lo compongono siano state intese in maniera differente durante il corso degli anni (i boss al comando di Cosa nostra fino agli inizi degli anni Settanta, ad esempio, avevano una concezione piuttosto diversa dell’uomo d’onore rispetto ai Corleonesi che poi assunsero il controllo), l’unica legge fondamentale, immutabile e immutata, è quella di non tradire e mantenere il segreto.

 

Pur potendo contare sulla cieca lealtà dei propri componenti e su una struttura altamente consolidata, la mafia non potrebbe ottenere un livello di propagazione e stabilità così elevato se non potesse insinuarsi facilmente tra i meandri della società “civile”, talvolta occupando alcune aree nevralgiche d’influenza, nelle quali lo Stato sembra essere totalmente assente. Cosa nostra riesce a mimetizzarsi e a conquistare sempre più potere anche perché spesso si guarda ai mafiosi considerandoli dei criminali assetati di sangue, che si affidano solo agli impulsi e che agiscono con un metodo più affine a quello di alcune specie animali che a quello di componenti di una società. In verità ,

 

« gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici. Non ucciderebbero padre e madre per qualche grammo di eroina. Sono uomini come noi. » (Giovanni Falcone con Marcello Padovani, Cose di Cosa nostra, Milano, Bur, 2016, p. 95).

 

Alcune tra le regole imprescindibili del codice dell’uomo d’onore sono: non rubare, rispettare la moglie, gli amici e gli impegni presi, non tradire la fiducia accordata, mantenere sempre la propria dignità. Sono gli stessi valori che si salvaguardano in una società definita “civile”.   

 

 

L’ostinazione con cui a volte si nega la somiglianza tra i mafiosi e gli altri cittadini è un altro aspetto dal quale Cosa nostra trae vantaggio. Identificando ciò che riconosciamo essere sbagliato come qualcosa di totalmente estraneo a noi, ci impegniamo in una battaglia contro un nemico che ci aspettiamo giunga dall’esterno. Nell’attendere che si manifesti non ci accorgiamo che il nostro avversario sta già operando, abilmente mimetizzato nei tessuti della società come un cancro all’interno di un organismo sano. Alla fine, mentre ancora stiamo osservando l’orizzonte credendo di veder comparire il mostro tanto temuto, cadiamo sconfitti e non riusciamo a spiegarci il motivo. Se osservassimo noi stessi anche solo per pochi attimi, la risposta sarebbe chiara: eravamo convinti di doverci difendere da qualcosa di altro rispetto a noi e non ci siamo accorti che il nemico era già lì che ci aspettava, da sempre, forse era addirittura già presente fin dall’inizio. Finché guardavamo lontano, voltandogli testardamente le spalle, si è insinuato in noi. Non abbiamo avvertito nulla perché non ha agito con la brutalità che immaginavamo: il male che era in noi ci ha cullato dolcemente, ci abbracciava e intanto ci abbatteva. Quando siamo a terra è troppo tardi: il nostro corpo è distrutto e non possiamo fare più niente. Siamo stati sconfitti a causa della nostra cecità, della determinazione che abbiamo avuto nel negare ogni legame tra noi e il nemico.

 

« Ma se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia » (ivi, p. 95).

 

La somiglianza tra Stato civile e Cosa nostra sembra essere molto più chiara ai mafiosi. Riina, nell’affermazione citata inizialmente, ci avverte di “guardarci dentro anche noi”. Possiamo dare alla frase un secondo significato. Non solo “controllate tra voi per individuare i colpevoli, perché i corrotti sono più di quanti immaginate”, ma anche “guardatevi dentro, siete sicuri che la mentalità mafiosa vi sia così estranea? Siamo più simili di quanto sembri (e in fondo è proprio per questo che Cosa nostra riesce a corrompere così tanti rappresentati statali)”.

 

Dobbiamo renderci conto, sebbene possa risultare spiacevole, che, parafrasando Giovanni Falcone, non occorre essere mafiosi per avere una mentalità mafiosa. L’eliminazione degli ostacoli che ci frenano (a volte con metodi sleali), lo sfruttamento del proprio potere per sottomettere gli altri, l’omertà sulla quale talora contiamo per non mettere nei guai né noi stessi né le persone alle quali non vogliamo creare problemi… sono situazioni con cui, anche se in misura diversa, abbiamo tutti familiarità. Proprio facendo leva su tali atteggiamenti i criminali riescono a insinuarsi negli affari di Stato. Risvegliano la mentalità mafiosa presente nella persona alla quale sono interessati, richiamano l’avida sete di potere che tutti possediamo e offrono una strada per poterla incanalare e così realizzare ogni desiderio.

 

Una volta presa coscienza delle somiglianze che accomunano l’ideologia di Cosa nostra a quella dei cittadini civili potrebbe risultare difficile individuare come la mafia possa essere sconfitta o addirittura se valga la pena lottare per eliminare un fenomeno talmente radicato nella società da sembrare legittimato ad esistere. È indispensabile allora comprendere cosa distingue uno Stato civile da un’organizzazione mafiosa. La differenza fondamentale che intercorre tra i due, e che chiarifica perché Cosa nostra (come ogni altra associazione a delinquere) vada combattuta ed eliminata, è la ricerca e la conservazione del bene comune, ossia la creazione di un ambiente utile a favorire lo sviluppo della propria società senza che nessuno ne risulti danneggiato.  

 

 

Si potrebbe obiettare che tanto la mafia quanto lo Stato, quando si combattono, puntano a difendere le rispettive comunità. Un boss che ordina l’omicidio di un giudice, ha ben presente che la sua decisione è indispensabile per proteggere l’organizzazione che dirige. In una certa misura, sta rispettando i doveri che il suo ruolo gli impone: è stato eletto da un gruppo di persone che si aspetta perciò di essere avvantaggiato dalle scelte del capo. Allo stesso modo, quando un magistrato conduce delle indagini e arresta un delinquente, sa esattamente che sta operando in favore di una comunità basata su dei valori da salvaguardare. In entrambe le situazioni considerate, i due individui, onorando gli impegni che la loro posizione comporta, stanno agendo in difesa di un gruppo che ritengono importante al quale vogliono recare vantaggio. Se non approfondissimo oltre l’analisi, potremmo quasi affermare che le posizioni dei due schieramenti si equivalgono: l’unico elemento che ci dovrebbe spingere a parteggiare per l’uno o l’altro sarebbe il nostro gusto personale. Qual è allora la differenza fondamentale che ci permette di comprendere perché il fenomeno mafioso vada debellato? Come si è ricordato, la ricerca del bene comune presuppone una società alla quale i frutti del nostro operato possano portare vantaggio. Proprio la comunità di riferimento costituisce la differenza fondamentale che legittima la lotta dell’antimafia.

 

Un capo mafioso combatte in nome di un gruppo di persone che non corrisponde alla totalità della popolazione: sebbene il fenomeno mafioso sia molto esteso, esistono cittadini che non cedono alle lusinghe della mentalità mafiosa e scelgono invece di opporsi a quello che Borsellino definiva «il puzzo del compromesso morale». Le azioni compiute dai mafiosi non possono giovare alla comunità nel suo insieme e a una parte dei cittadini verrà sempre preclusa la possibilità di migliorare le proprie condizioni e non potrà partecipare alla costruzione di un bene comune maggiore.

 

Un magistrato che contrasta Cosa nostra invece si impegna per apportare migliorie all’intera società, e persino i mafiosi possono trarre beneficio dal suo operato. Infatti, a differenza della malavita, le forze dell’antimafia non si limitano ad eliminare i princìpi della mentalità avversaria. Tramite l’instaurazione di un dialogo, creano un ambiente favorevole al confronto nel quale il malavitoso possa capire le contraddizioni del suo comportamento e ampliare le proprie conoscenze, fino a giungere a un livello di consapevolezza decisamente più alto. Un esempio di quanto possa essere efficacie un simile percorso ci è fornito dalle testimonianze di vari pentiti di mafia, tra i quali Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e Gaspare Mutolo.  

 

 

I collaboratori di giustizia costituiscono un importante esempio di come gli appartenenti all’organizzazione possano rendersi conto di cosa significhi operare per il “vero” bene comune. Essi hanno riflettuto sulla loro condizione di criminali per poi capire, aggiungendo altre relazioni alle loro conoscenze, che avrebbero apportato migliorie alla loro esistenza e pure a quella degli altri se avessero cominciato a collaborare per sconfiggere Cosa nostra. Coloro che hanno scelto di rinnegare la realtà mafiosa, hanno compreso pienamente quale sia il significato dei valori morali ed etici proposti dallo Stato civile. Dopo averli confrontati con i loro, hanno creduto che fossero migliori e hanno agito di conseguenza. Le nuove determinazioni morali apprese sono state riconosciute come valide e sono state approvate dai pentiti fin nel profondo. Ampliare le loro relazioni li ha portati ad avvicinarsi alla totalità, che è il vero obiettivo a cui tutti siamo chiamati a tendere. Solo tenendo costantemente a mente l’intera società e agendo per tutelarla riusciremo ad approssimarci a un bene sempre maggiore: non potrà esserci alcuno sviluppo finché, grazie all’ indifferenza, continueremo a offrire un tacito appoggio a chi distrugge i valori sui quali basiamo la nostra esistenza. Desiderare il miglioramento non combattendo la realtà criminale sarebbe ragionevole quanto pretendere di scrivere un nuovo capolavoro letterario, lasciando tranquillamente che qualcuno cancelli i capitoli precedenti, una volta che ne abbiamo tanto faticosamente ultimato uno nuovo.  

 

14 agosto 2016