"Fermati Piero, fermati adesso!"

 

E, allora, la guerra è davvero una partita non ancora conclusa, nella quale, noi, uomini del presente, stiamo ancora giocando? Vi è ancora posto per l’uomo cartesiano del cogito ergo sum? Oppure, il mondo è destinato ad essere la dimora dell'homo homini lupus

 

di Erika De Marchis

 

                                                                                     Pablo Picasso, Guernica, 1937
Pablo Picasso, Guernica, 1937

 

Guerra, una parola che, oggi come ieri, minaccia l’avvenire del "vivere cum". Nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale. 

 

La psiconalisi freudiana ci suggerisce che un fenomeno come la guerra non è estraneo a noi e alla nostra psiche. La guerra, per Freud, è l’abbandono di ogni compromesso e diplomazia e l’emergere di un’istintualità brutale e primitiva. L’analisi freudiana pone luce su una tautologia: la guerra è un prodotto umano, proprio dell’uomo, appartenente alla sua radice ontologica, è umana, troppo umana e, in virtù di ciò, è doveroso guardare ad essa con gli occhi degli uomini che hanno avuto il coraggio di viverla, di raccontarla, denunciarla e radicarla nella memoria dei posteri. 

 

Per il poeta Giuseppe Ungaretti la guerra rappresenta il contatto con la dimensione scarna ed essenziale dell’esistenza, capace di privare l’uomo di ciò che connatura la sua umanità, il suo pensiero vigile, la sua coscienza, rendendolo un "uomo-cosa" (Hannah Arendt). "L’uomo-cosa" della Arendt è l’uomo gettato in una dimensione "im-politica", intesa come assenza comunicativa con sé e con gli altri. È l’uomo privato del pensiero, di ciò che lo eleva e lo distingue dal mondo animale. 

 

La guerra, in Ungaretti, si manifesta nella truce immagine del compagno di trincea ucciso vicino al poeta: 

 

« Un'intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel silenzio. »

(Veglia, Giuseppe Ungaretti, 23 dicembre 1915)

 

Otto Von Dix, l’orrore della guerra durante un attacco di gas, 1924
Otto Von Dix, l’orrore della guerra durante un attacco di gas, 1924

 

Una situazione analoga è descritta con la stessa partecipazione dall’anarchico cantautore italiano Fabrizio Dè André nella canzone La Guerra di Piero

 

« […] Fermati Piero, fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po’ addosso

dei morti in battaglia ti porti la voce

chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu non lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera

in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero, sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli spari in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire

ma il tempo a me resterà per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore. »

 

Quella cantata da Dè André è la storia di un soldato di nome Piero che, attraverso la sua esperienza, racconta l’universalità della condizione dell’uomo-soldato. Piero è qualsiasi uomo in guerra. La canzone evidenzia l’atemporalità della guerra, che attraversa indisturbata le stagioni. Piero è sordo alla voce onnisciente della canzone, nonché della coscienza, che lo invita a fermarsi (Fermati Piero, fermati adesso!). L’ insensatezza della guerra è ulteriormente ribadita nel momento in cui Piero incontra il suo nemico e riconosce in esso la sua stessa natura. Il nemico è un uomo come lui. Tuttavia, l’uno uccide l’altro, evocando la scena biblica di Caino che uccide suo fratello Abele. È di fronte al nemico che Piero non ignora, bensì ascolta la voce della guerra che gli dice: "Sparagli Piero, sparagli ora!" Piero reagisce alla voce della guerra come un animale addestrato. È questo l’uomo-cosa descritto da Hannah Arendt, l’uomo che non pensa, ma meramente agisce. È l’Adolf Eichmann durante il processo a Gerusalemme, allorquando affermò con folle lucidità di non essere colpevole di alcun crimine, poiché aveva soltanto eseguito gli ordini. La guerra inaridisce il cuore dell’uomo e, al contempo, lo invita alla riflessione. Infatti, la poesia di Ungaretti si conclude con tali versi: 

 

«  non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita. »

 

Il silenzio della morte, la sua ossessionante presenza suscita nel poeta un moto contrario che lo riporta alla vita.  La morte diventa vita nell’eternità della poesia e nelle note di una canzone. 

 

Oggigiorno, cosa resta? Lo scenario mondiale sembra immerso irreversibilmente nel conflitto. Secondo uno studio dell’ Heidelberg Institute for International Conflicts Research, i conflitti nel mondo sono quattrocentoventiquattro. Un dato allarmante se confrontato con l’illuminante progresso, protagonista assoluto del nostro tempo.  E, allora, la guerra è davvero una partita non ancora conclusa, nella quale, noi, uomini del presente, stiamo ancora giocando? Vi è ancora posto per l’uomo cartesiano del cogito ergo sum? Oppure, il mondo è destinato ad essere la dimora dell’homo homini lupus

 

Volgendo lo sguardo all’attualità, ognuno di noi, può approdare ad un dato di fatto: l’uomo ha, di nuovo, preferito la morte alla vita nella guerra in Yemen, in Siria, in Congo, in Sud Sudan, in Nigeria, in Ucraina e nei test nucleari del dittatore coreano. Ogni giorno, ognuno di noi è chiamato ad essere Piero e ad imparare da lui a non restare sordo alla voce onnisciente che non si stanca di ripetere: "Fermati Piero, fermati adesso!". 

 

Bertolt Brecht scrisse: 

 

« […] Generale, il tuo bombardiere è potente.

Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.

Ma ha un difetto:

ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.

Può volare e può uccidere.

Ma ha un difetto:

può pensare. »

(Generale, Bertolt Brecht) 

 

 

Allora, pensiamo e fermiamoci. 

Non è mai troppo tardi. 

 

12 gennaio 2018