Ius soli e diritto di cittadinanza

 

Affinché il tema possa non terminare, come successo per innumerevoli altri casi, nel dimenticatoio, voglio qui presentare lo stralcio di un’intervista fatta da me ad un eminente personaggio che più di tutti s’intende del tema e al quale si è da sempre mostrato più che sensibile.

 

di Valerio Curcio

 

 

Negli ultimi mesi si è sempre di più sentito parlare di Ius soli, ossia della possibilità di concedere la cittadinanza italiana ai figli di stranieri che nascono in Italia. Il Parlamento, o almeno la maggioranza di governo di centrosinistra, è sembrato più volte sul punto di presentare e approvare una legge ad hoc. Tuttavia la discussione si è subito accesa, forse troppo, tra chi era fermamente contrario (i gruppi di centrodestra e non solo), chi non ha ritenuto opportuna, o meglio impopolare, una tale legge in prossimità delle scadenze elettorali politiche e chi con forza l’ha sostenuta fin dalla prima ora. Un po’ per protesta, un po’ per paura, alla fine la proposta di legge è stata ritirata e rimandata, almeno nelle intenzioni, al prossimo Parlamento. Affinché il tema possa non terminare, come successo per innumerevoli altri casi, nel dimenticatoio, voglio qui presentare lo stralcio di un’intervista fatta da me ad un eminente personaggio che più di tutti s’intende del tema e al quale si è da sempre mostrato più che sensibile. Con le sue parole il signor H vorrà convincerci inequivocabilmente che chi si pone contro lo Ius soli non può che definirsi razzista.

 

Signor H, lei vive in un Paese in cui attualmente vige lo Ius soli. Mi spiega gentilmente come si concretizza? 

Il diritto di cittadinanza s’acquista oggi in prima linea col nascere entro i confini dello Stato. La razza o l’appartenenza alla nazione non hanno in ciò nessuna parte.

 

Dalla sua risposta mi sembra di cogliere giusto una minuscola vena polemica. Mi può spiegare cosa intende dire quando parla di razza?

Voglio dire che in tutto questo considerazioni razziste non vi hanno la minima parte. Un Negro dimorante nello Stato mette al mondo un figlio che è subito “cittadino”. E così, ogni figlio di stranieri, per esempio Africani o Asiatici, può essere senz’altro dichiarato cittadino dello Stato.

 

Continuo a non capire perché la razza dovrebbe rappresentare un problema.

Dirò di più. Non solo non ci si cura della razza di quel nuovo cittadino, ma non ci si preoccupa nemmeno della sua sanità fisica. Così ogni anno lo Stato assorbe elementi velenosi da cui non può più liberarsi.

 

Dopotutto da noi, per esempio, si può ottenere la cittadinanza, qualora richiesta, al raggiungimento della maggiore età. Cosa cambia in fondo rispetto allo Ius soli se non un mero fattore temporale?

Succede anche nel mio Stato, quando uno straniero adulto chiede la cittadinanza. È come la richiesta di ammissione in un club. Il candidato presenta la sua richiesta, si procede a un’indagine, la richiesta è accolta, e un bel giorno gli si fa conoscere che è diventato cittadino dello Stato. A colui che finora è stato uno Zulù o un Cafro si comunica che è diventato cittadino dello Stato. Non esiste nulla di più assurdo, di più irritante dell’odierno diritto di cittadinanza. 

 

A. Abbas, Tehran (Iran), 1997
A. Abbas, Tehran (Iran), 1997

Signor H, prima di procedere le chiedo di specificare meglio ciò che intende per “elementi velenosi”.

Lo Stato deve mettere la razza al centro della vita generale. Deve darsi pensiero di conservarla pura. La natura ama poco i bastardi. Mancando loro l’unità del sangue, manca pure l’unità del volere e della forza decisionale, necessarie alla vita. L’essere di razza mista diventa esitante e prende mezze misure. Ciò significa una certa inferiorità della creatura di razza mista di fronte a quella di razza unitaria.

 

Quindi, secondo lei, può essere cittadino solo l’individuo di razza pura, quello che è portatore del sangue degli avi che vissero nel territorio?

Lo Stato dovrebbe ripartire i suoi abitanti in tre classi: cittadini, appartenenti allo Stato, stranieri. Il nascere nello Stato può solo conferire nell’immediatezza l’appartenenza allo Stato e null’altro.

 

E allora come si fa a stabilire chi diventerà cittadino e chi no?

In ogni appartenente allo Stato si deve, in linea di principio, stabilire la razza e la nazionalità. Così un appartenente allo Stato diventerà cittadino se la nazionalità dello Stato corrisponde alla sua. Il giovane che possiede la nazionalità ha l’obbligo di compiere l’educazione scolastica prescritta. Così si assoggetta all’educazione necessaria, a diventare un membro del popolo avente coscienza della razza e della nazionalità. Il diritto di cittadinanza diventa così il più prezioso documento per la sua vita terrena. Con esso assume tutti i diritti del cittadino e ne gode tutti i vantaggi.

 

Quale sarebbe il compito dello Stato in tutto questo?

Lo Stato deve fare netta distinzione fra quelli che, in qualità di membri del popolo, sono artefici e portatori della sua esistenza e della sua grandezza, e quelli che soggiornano entro i confini dello Stato unicamente per farvi i loro guadagni.

 

Mi sembra di sentire parlare molti che di questi tempi in Italia si scagliano contro stranieri e migranti. Non le sembra di esagerare?

So che queste cose non si odono volentieri. Nel mio Stato lo straniero gode la protezione dei diritti civili e della libertà personale. Non esiste nulla di più assurdo.

 

A. Abbas, Cape Town (South Africa), 1999
A. Abbas, Cape Town (South Africa), 1999

In Italia ci sono associazioni, religiose e non, che si occupano dell’accoglienza degli stranieri, di garantire loro diritti e dignità. Cosa si sente di dire in tal proposito?

Innanzi tutto dico che le nostre Chiese peccano contro l’immagine di Dio, benché ne accentuino il valore, e ciò risponde alla loro attuale condotta: esse parlano sempre dello spirito ma lasciano degenerare in un abbruttito proletario il portatore dello spirito, l’uomo. Permane il grave pericolo che chi è diventato cieco e buonista spezzi sempre più le barriere di razza, e che anche l’ultimo resto della sua miglior parte finisca con l’andare perduto. La missione dell’umanità potrebbe allora essere considerata finita. Chi non vuole che la nazione vada incontro a questa sorte, deve professare la concezione che sia compito dello Stato quello di fare in modo che sia imposto un termine definitivo ad ogni ulteriore imbastardimento. 

 

Quindi secondo lei è sbagliato garantire diritti a questa povera gente?

C’è un solo sacrosanto diritto dell’uomo, che è nello stesso tempo sacrosanto dovere, quello di provvedere perché il sangue resti puro, affinché la conservazione della migliore umanità renda possibile un più nobile sviluppo dell’umanità stessa. Quindi, lo Stato dovrà favorire la generazione di creature fatte ad immagine del Signore e non aborti fra l’uomo e la scimmia.

 

Per quanto in Italia ci siano posizioni molto vicine, se non sovrapponibili, alla sua, lo spirito di umanità verso stranieri e migranti è per fortuna molto diffuso e certamente riguarda la maggior parte della popolazione avente un certo spessore culturale.

La storia del mondo è fatta da minoranze, se nelle minoranze numeriche si incorpora la maggioranza della volontà e della forza di decisione. Nella grandezza e nelle difficoltà del nostro compito è riposta la probabilità che solo i migliori combattenti si accingano a lottare per esso. E in questa selezione sta la garanzia del successo.

 

 

 

Come giudica infine il suo Stato, capace di operare scelte di grande responsabilità e civiltà come lo Ius soli, nonostante chi la pensa come lei?

Può essere definito cattivo uno Stato che, sebbene di alta civiltà, consacra al tramonto il portatore di questa civiltà nella sua composizione razziale. Perché con ciò distrugge praticamente la condizione preliminare dell’ulteriore esistenza di questa civiltà, che lo Stato non creò e che è il frutto d’una nazione creatrice di cultura, garantita dal vivente organismo statale che la compendia in sé. Uno Stato cattivo è in grado di fare scomparire facoltà che in origine esistevano, permettendo o favorendo la soppressione dei portatori della civiltà della razza.

 

Per concludere, secondo lei, quindi, uno straniero non potrà mai essere un cittadino?

A nessuno verrà mai in mente di trovare la prova della origine e nazionalità del Paese che ospita questi pidocchiosi immigrati, nella circostanza che essi parlano, anche bene, la lingua di codesta nazione.

 

Si ringrazia il signor Hitler* per la disponibilità, sempre così cordiale e appassionato, nonostante i suoi 128 anni.  

 

 14 gennaio 2018

 

 

* Il testo è costituito da citazioni tratte dal Mein Kampf.