Il terrorismo, tra i volti dell'ipocrisia

 

Gli stessi USA sono Stati canaglia, così come la Russia o la Cina: secondo uno studio internazionale patrocinato dall’Unione Europea, il Conflict Armament Research, gli affiliati dell’Isis impiegano armi e munizioni fabbricate nei tre paesi sopracitati.

 

di Emma Pivato

 

 

New York, 11 settembre 2001. È una mattina come le altre nella Grande Mela. Gli impiegati assonnati che si dirigono verso i loro uffici sono sempre i soliti, così come i taxi che intasano il traffico nella Fifth Avenue e gli studenti che aspettano spazientiti la metropolitana, temendo di arrivare tardi a lezione. Poi un boato tremendo interrompe la routine newyorkese. Un pensiero si fa strada nelle menti dei cittadini, troppo terribile per poterlo accettare. Tutti cercano con gli occhi il rassicurante profilo delle Torri Gemelle perché provi loro che si sono sbagliati, che niente può minacciare New York. Non lo trovano. Al suo posto una coltre di fumo nero si erge verso il cielo, portando con sé una moltitudine di grida straziate.

La mattina dell’11 settembre 2001 è stata forse la prima volta nel nuovo millennio in cui l’Occidente si sia sentito vulnerabile e abbia cominciato ad approcciarsi a una realtà che sembrava lontana: quella del terrorismo, islamista in questo caso.

La parola “terrorismo” proviene dal latino terror -oris, a sua volta derivato di terrēre, “atterrire”. Che il terrorismo atterrisca lo si può perfettamente percepire nell’entrare al National September 11 Memorial & Museum, situato al Ground Zero, una volta sede del World Trade Center. Le foto dei volti di coloro che osservarono il crollo esprimono emozioni indescrivibili. Nei loro occhi si legge la consapevolezza della gravità della situazione, la fine di quell’illusione che li aveva convinti di vivere in una società invulnerabile e perfetta.

L’attentato alle Twins Towers fu pianificato e attuato da Al-Qaeda, un’organizzazione terroristica internazionale nata circa nel 1988, composta principalmente da fondamentalisti islamici votati alla Jihad, la Guerra Santa contro gli infedeli, identificati con i componenti della società occidentale.

Subito dopo gli attacchi, il governo Bush dichiarò la “Guerra al Terrorismo”, con l’obiettivo di scongiurare eventuali attacchi futuri e porre fine al regno di Osama Bin Laden, capo dell’organizzazione.  

 

 

Malgrado gli sforzi di innumerevoli paesi, il fenomeno del terrorismo internazionale non è scomparso, anzi. Sembra essersi accentuato nell’ultimo periodo. Nel 2014 infatti, seguendo le mosse di Al-Qaeda, è nato l’Isis o Stato Islamico, associazione jihadista attiva maggiormente in Siria e Iraq con obbiettivi analoghi ai gruppi terroristici preesistenti. Questa nuova realtà estremista ha da subito minacciato apertamente l’Occidente, inviando messaggi minatori e video di sgozzamenti di reporter americani ed europei. Immediatamente l’opinione pubblica si è scatenata contro tali manifestazioni di violenza, invitando gli organismi internazionali e i propri governi a intervenire quanto prima. Svariate personalità di spicco hanno presentato programmi, talvolta inadeguati e incuranti della realtà, volti all’eliminazione totale del problema.

Una questione spesso trascurata riguardo ai meccanismi che influiscono nelle azioni del terrorismo internazionale è quella dei così detti “Stati canaglia”. Le caratteristiche che fanno di uno Stato uno “Stato canaglia” sono essenzialmente quattro: tentativi di produrre armi di distruzione di massa; sostegno al terrorismo; trattamento biasimevole dei propri cittadini; propaganda ostile nei confronti degli Stati Uniti (Meghan L. O’Sullivan, Les dilemmes de la politique américaine vis-à-vis des Rogue States, in «Politique Etrangère», primavera 2000).

Stando a tali caratteristiche, sorprende constatare che gli stessi USA siano Stati canaglia, così come la Russia o la Cina: secondo uno studio internazionale patrocinato dall’Unione Europea, il Conflict Armament Research, gli affiliati dell’Isis impiegano armi e munizioni fabbricate nei tre paesi sopracitati. Questa rivelazione è stata possibile grazie a un’indagine svolta sui bossoli sparsi nei luoghi degli scontri armati contro gli jihadisti.

Paradossalmente, si potrebbe affermare che, in un certo senso, sono gli imprenditori della NRA (National Rifle Association, la lobby statunitense delle armi) che posizionano gli ordigni esplosivi nei palazzi destinati a crollare o nelle tasche dei kamikaze jihadisti. Combattono fianco a fianco con il nemico, abbattendo i loro compatrioti nel campo di battaglia. Il terrorista spara, ma sono i “grandi d’America” a indirizzare il colpo. Sono gli stessi “grandi” che, durante i funerali dei soldati americani, martiri caduti sotto il loro commercio illegale, esprimono il loro dispiacere nascondendosi dietro a facce costernate, ritratto d’ipocrisia.   

 

 

Ipocrisia è anche, ad esempio, dimenticare l’Operazione Cyclone (promossa dal governo Reagan), il programma di armamento dei mujahideen (militanti radicali islamici) durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan. In quel momento poco contava per le truppe occidentali essere in contatto con gruppi jihadisti, l’importante era sconfiggere definitivamente la minaccia che l’URSS costituiva. Così la Casa Bianca intratteneva rapporti con parecchi membri della futura Al-Qaeda, mostrandosi la più disponibile delle alleate. Appena 11 anni più tardi divenne loro nemica giurata, occupando l’Afghanistan nel tentativo di distruggere ciò che aveva creato. Considerando quanto l’Occidente abbia influito nel processo di fondazione delle più temute organizzazioni terroristiche di oggi, stupisce la facilità con cui ora desideriamo lavarcene le mani e non assumerci alcuna responsabilità.

Questa è l’ipocrisia occidentale di cui tutti, chi più chi meno, siamo parte.

È il peggiore degli atteggiamenti, quello dell’ipocrita: una persona schizofrenica non consapevole di esserlo e non riconosciuta come tale, che perciò continua indisturbata a sguazzare nella sua pazzia, attuando comportamenti contraddittori che distruggono tutto ciò che ha intorno. La grandezza dell’ipocrita è come un’ombra cinese: alta solo se amplificata da un fuoco. Guardandola senza filtri, è un cartoncino di poco valore. Il bagliore che protegge l’ipocrisia può chiamarsi ricchezza, fama, potere, popolarità… Ogni ipocrita ha la sua “luce”.

Viviamo in una realtà spesso piena di fari troppo luminosi, che ci accecano e ci impediscono di vedere oltre l’abbaglio iniziale. Decidiamo di non eliminarli perché il risultato sarebbe deprimente: meglio fingere di essere Qualcuno (con la Q maiuscola, come le persone che siamo abituati a definire importanti) piuttosto che accorgersi della propria piccolezza.

Una volta spenti i riflettori, cosa resta? Appena i nostri occhi si abituano alla penombra, guardiamo una desolazione di cartoncini agitati, che hanno perso il loro appiglio e ora sprofondano nella mediocrità. Per quanto ci sforziamo di negarlo, quei pezzetti di carta siamo noi. Siamo i noi con cui nessuno vuole avere a che fare. Siamo i noi da cui dobbiamo ripartire.

Così l’ipocrita decide. Potrebbe optare subito per il comportamento migliore o non farlo. In entrambi i casi sarebbe un successo. È innegabile che se il soggetto scegliesse di procedere lungo un percorso sbagliato, recherebbe danno a sé e anche agli altri. Tuttavia anche se seguisse uno stile di vita fallace, non consapevole di cosa sia veramente il Bene, almeno imparerebbe a procedere per una sola strada. Si impegnerebbe a non contraddire se stesso, sebbene la sua pretesa coerenza si fondi su presupposti sbagliati e risulti perciò irraggiungibile. Acquisirebbe la conoscenza di cosa significhi perseguire un obiettivo che si ritiene corretto. Con la maturazione personale e con il confronto, però, imparerà inevitabilmente la strada giusta e comprenderà cosa implichi realmente il Bene. Allora prenderà in mano il timone e svolterà verso una rotta migliore. Cambierà direzione, certo, non per seguire un effimero bagliore, ma perché sarà la scelta corretta da fare, l’unica possibile. E percorrerà quella strada per il resto dei suoi giorni, senza rinnegarla mai, poiché già saprà grazie alla sua esperienza cosa significhi dirigersi con tutte le proprie forze lungo un percorso in cui si crede pienamente.  

 

 

Se questo processo si svolgesse realmente, con il tempo nessun uomo di potere sentirebbe la volontà di vendere ai terroristi le armi per uccidere i suoi concittadini. Le facce tristi ai funerali di Stato sarebbero gli unici volti di quelle persone, abituate a seguire il Bene comune con lo stesso fervore con il quale un atleta corre verso il traguardo. Probabilmente, se bandissimo i bagliori dell’ipocrisia, gli stessi terroristi si troverebbero a dover ricalibrare la loro esistenza e si procederebbe verso un miglioramento della condizione attuale. Se prima di quell’11 settembre 2001 avessimo spento i riflettori, le candele delle lapidi in ricordo delle 2974 vittime non si sarebbero mai accese.  

 

25 marzo 2018

 

 

DELLA STESSA AUTRICE

L'equivoco della libertà