Della falsa contrapposizione tra empiristi e razionalisti

 

Schiere di pensatori l'una contro l'altra armati sul campo di battaglia della gnoseologia: questa è l'immagine invalsa che dipinge razionalisti ed empiristi. Ma quel che c'è di vero non è ciò che conta e una tale narrazione occulta quanto di più importante ci hanno consegnato il Seicento e il Settecento filosofici.

 

di Gabriele Zuppa

 

 

Se la conoscenza provenga dalla ragione o dall'esperienza: intorno a questa questione ruota il grande dibattito seicentesco e settecentesco che troverà la sua sintesi e svolta con Kant. Così vorrebbe la vulgata e così in parte è stato. Il confronto è stato serrato, incalzante, acceso, avvincente. Molti i nomi illustri che ogni schieramento ha potuto vantare tra le proprie fila: Cartesio, Malebranche, Spinoza, Leibniz tra i razionalisti; Hobbes, Locke, Berkeley, Hume tra gli empiristi. Ma non si è mai giocato con la contrapposizione tra ragione ed esperienza.

 

Cartesio ritiene l'esperienza fondamentale per la conoscenza:

 

« Ma devo anche confessare che la potenza della natura è così ampia e vasta, e i suoi princìpi così semplici e generali, che non mi accade quasi più di notare qualche effetto particolare senza capire subito che può essere dedotto in parecchi modi diversi e che, di solito, la mia più grande difficoltà sta nel trovare in quale di queste maniere ne dipende. Infatti in proposito, non vedo che un espediente: cercare di stabilire nuove esperienze i cui risultati siano diversi secondo che ne siano dedotti in un modo piuttosto che nell’altro. » (R. Descartes, Discorso sul metodo, 1637)

 

Locke indica nella ragione una delle due fonti della conoscenza:

 

« La nostra osservazione degli oggetti esteriori e sensibili, come pure delle operazioni interiori della mente [della ragione], di cui abbiamo percezione e su cui noi stessi riflettiamo, ci consente di fornire al nostro intelletto tutti gli elementi del pensiero. Sono queste le due fonti della conoscenza dalle quali scaturiscono tutte le idee in nostro possesso. » (J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, 1690)

 

Allora – ci si chiederà – da dove nasce la contrapposizione? Così delineata dall'ultimo manuale capitatomi tra le mani:

 

« Nell'Europa del Seicento si affermano […] due grandi tendenze filosofiche, il razionalismo e l'empirismo. Il razionalismo […] sostiene che la conoscenza avviene a partire dalla ragione, mediante idee che interpretano i dati sensoriali e danno loro significato. […] Per l'empirismo, al contrario, ogni conoscenza ha la propria origine nell'esperienza, incluse le idee generali che ordinano l'esperienza stessa […]. » (E. Ruffaldi, P. Carelli, La formazione filosofica, II)

 

René Descartes (1596-1650) e Immanuel Kant (1724-1804)
René Descartes (1596-1650) e Immanuel Kant (1724-1804)

 

Ha quasi dell'inverosimile, ma la contrapposizione nasce senz'altro da equivoci terminologici. Certo, lo sviluppo logico della questione è stato poderoso in questi due secoli e le diverse posizioni sono andate via via articolandosi, modificandosi, integrandosi fino alla sintesi operata da Kant; ma il tratto della discordia passato alla storia si determina proprio su di un equivoco. Per i razionalisti, dire che vi è una conoscenza che non si basa sull'esperienza ma sulla ragione significa indicare che ci sono delle idee che non sono proprie di questa o quella esperienza, perché comuni a tutte le esperienze: come le idee di sostanza, relazione, tempo, ecc. Perciò vengono dette da Cartesio innate e da Kant a priori: non si manifestano con una specifica esperienza di qualcosa, ma con qualsiasi esperienza. Per fare esperienza del rosso devo incontrare cose rosse, non verdi; per conoscere come funzioni il metabolismo di un certo essere vivente devo fare esperienza di quell'essere vivente particolare, ecc. Ma qualsiasi colore e qualsiasi complessa funzione dei viventi, ecc. saranno conosciuti perché si presenteranno sempre e inevitabilmente come un'unità sostanziale, di relazioni di più parti o in relazione con altro, che diviene o permane nel tempo.

 

Sarà l'impiego del temine innato a generare la polemica di Cartesio con Hobbes prima e Locke poi, che continuerà passando per la mente e la penna di molti, da Bayle a Leibniz, il quale perfino ricalcherà il titolo dell'opera di Locke con i Nuovi saggi sull'intelletto umano. Ma Cartesio specificherà che, naturalmente, con idea innata non intendeva un'idea da sempre e per sempre presente nella mente, ma un'idea che possiamo in qualsiasi momento ricavare e conoscere, proprio perché universalmente costitutiva delle nostre esperienze, dei casi empirici particolari. E Kant ribadirà fin dalle prime battute della Critica della ragion pura che non tutte le conoscenze provengono dall'esperienza, ma che, però, incominciano con essa. Vale a dire: le idee universali (proprie di ogni cosa) non debbono confondersi con quelle particolari (proprie solo di alcune cose). Queste ultime noi le possiamo conoscere solo incontrando le varie cose particolari, che possiederanno sia le loro caratteristiche specifiche sia quelle universali. Ma siccome a conoscere le cose del mondo è la mente o la coscienza o la ragione – termini che possono essere qui usati come sinonimi –, allora si evince che la sede di queste idee sia già da sempre la ragione, che essa conoscerà a prescindere dalle esperienze che farà nel corso della sua esistenza particolare. Ecco che quelle che Cartesio chiama idee innate corrispondono alle operazioni interiori della mente di Locke e alle idee di ragione di Leibniz: esse sono necessarie perché sono proprie della ragione che è presente in tutto ciò che conosce; queste idee allora saranno inevitabilmente, necessariamente presenti in ogni cosa conosciuta. Come indicato da Locke, sono le idee che la ragione – Kant lo chiamerà intelletto – ricava dalla propria attività e che danno forma ad ogni attività conoscitiva. Sono quindi la condizione di possibilità di ogni attività conoscitiva (esperienza), ovvero di ogni conoscenza (esperito) che l'attività fornisce, benché di esse si possa avere conoscenza in grazia dell'attività stessa e quindi incominciando con una qualsiasi attività conoscitiva, con una esperienza qualunque.

 

David Hume (1711-1776) e Gottfried Leibniz (1646-1716)
David Hume (1711-1776) e Gottfried Leibniz (1646-1716)

 

Così, nelle considerazioni di Leibniz nei Nuovi saggi sull'intelletto:

 

« Mi si opporrà forse questo assioma ammesso dai filosofi: Niente è nell'anima che non venga dai sensi. Ma bisogna fare eccezione per l'anima stessa e le sue affezioni: Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu, excipe: nisi ipse intellectu. Ora, l'anima racchiude l'essere, la sostanza, l'uno, il medesimo, la causa, la percezione, il ragionamento e molte altre nozioni che i sensi non possono dare. »

 

« E quando si vuol considerare ciò che è in noi virtualmente e prima di ogni appercezione, si ha ragione a cominciare dal più semplice, poiché i principi generali entrano nei nostri pensieri costituendone l'anima e il legame. Essi sono necessari come i muscoli e i tendini lo sono per il camminare, sebbene non vi si pensi. L'intelletto si appoggia a tali princìpi in ogni momento, ma non riesce facilmente a districarli e a rappresentarli distintamente e separatamente, perché ciò richiede una grande attenzione a quel che fa, mentre la maggior parte delle persone poco abituate a meditare non ne hanno affatto. »

 

Locke quindi, acconsentendo, sottolineerebbe che anche l'anima deve essere attivata dai sensi e che quindi anche la sua attività è ad essi legata, sì che non può prescindere dall'esperienza. Alla fine, nel merito, concordano. L'abituale contrapposizione tra razionalisti ed empiristi è dunque senz'altro grossolana, per non dire completamente falsa. Così, Kant non concilierà certo due mondi agli antipodi, ma tirerà le somme sistematizzando ulteriormente un lavoro già ampiamente sviluppato e su cui le convergenze erano sostanziali. Convergenze dettate anche da presupposti che la filosofia successiva sarebbe stata chiamata a mettere in questione e a superare: dalla cosa in sé oltre la ragione alla distinzione tra proprietà oggettive (primarie) e soggettive (secondarie), ecc. Perfino a leggere Hume, che con il suo cosiddetto “empirismo radicale” potrebbe apparire come il filosofo meno conciliabile con la prospettiva comune qui delineata, sembra a volte di avere già per le mani Kant. Si consideri per esempio questo passo:

 

« dobbiamo soltanto riflettere su due principi [ormai] molto ovvi: primo, che la ragione di per sé non può mai suscitare un'idea originale; secondo, che la ragione, in quanto distinta dall'esperienza, non può mai indurci a concludere che una causa o una qualità produttiva sia un requisito assoluto per ogni inizio a esistere. »

 

Questo parole paiono contraddire quanto asserito da Leibniz. In realtà Hume sta proprio dicendo che a suscitare l'idea di necessità (o «efficacia, azione, potenza, forza, connessione», ecc., che egli dice essere termini da usare sinonimicamente) è l'occasione dell'esperienza; ma, per di più, nel far ciò assesta un colpo mortale alla separazione tra ragione (o anima) e mondo, tra soggetto e oggetto: se, infatti, per dirla con Berkeley, esse est percipi (l'essere non è altro che ciò che può essere percepito), che senso ha dire che c'è qualcosa nella ragione che non sia nell'esperienza, se ragione ed esperienza intese come soggetto e oggetto coincidono? Diverso – corretto! – sarebbe invece intendere ragione ed esperienza come universale e particolare, intorno a cui senz'altro, al di là dei bisticci linguistici, razionalisti ed empiristi si trovano a concordare: ma ciò non è ancora possibile perché la frattura tra soggetto e oggetto non è ancora stata, sotto questo riguardo, sanata.  

 

Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)
Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)

 

Ci penserà Hegel:

 

« Il movimento dialettico che la coscienza esercita in se stessa […] è ciò che si chiama propriamente esperienza. » (Fenomenologia dello spirito, Prefazione)

 

Ma questa è un'altra storia da quella che abbiamo voluto qui raccontare. Ricordiamola: contrapporre razionalisti ad empiristi significa misconoscere l'unità fondamentale che permette e che caratterizza la ricerca filosofica, di cui è senz'altro bene segnalare i risultati divergenti e sul momento inconciliati, ma di cui sovente non si mette in rilievo – perché non lo si conosce e non lo si capisce – il patrimonio epistemico comune che la tradizione del “per sentito dire” e della recita del manuale ignora, ma che il pensiero critico – esso soltanto – custodisce e testimonia.

 

26 ottobre 2018