Una storia infausta: il crepuscolo degli intellettuali

 

Il destino degli intellettuali appare sempre più simile a quello di colui che, dopo essere uscito dalla caverna, decide di ritornarvi per raccontare agli altri la verità scoperta. Un destino decisamente infausto.

 

di Francesco Neri

 

Caspar D. Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia", (1818)
Caspar D. Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia", (1818)

 

In una società essenzialmente materialistica quale quella occidentale odierna, il cui orientamento culturale prevalente è la sfrenata ricerca del profitto, la figura dell’intellettuale risulta essere pressappoco inutile, antico e scomodo retaggio di un tempo che fu. Ciò non vuole essere il solito, scontato discorso, figlio di una cultura qualunquista, che troppo spesso demonizza il presente, in nome di un passato “brillante” e puntualmente non databile nel tempo. Si tratta, invece, di un tentativo di disamina della figura dell’intellettuale, schiacciato dal materialismo imperante, da un lato, e dalle spietate dinamiche capitaliste, dall’altro. Occorre chiedersi, per iniziare, quale sia la considerazione di cui gode l’intellettuale oggi. E, formulando la domanda in questione, naturalmente, prestare particolare attenzione alla realtà odierna. La risposta, allora, senza giri di parole, non può che essere nessuna. La logica (perversa) del capitalismo pretende, difatti, che il successo e il peso sociale siano fermamente saldati al profitto, sicché il conseguente principio è sotto gli occhi del mondo intero: tanto più si guadagna quanto più si diventa voci “autorevoli”, moderni profeti del deserto del nulla, verrebbe da dire. Il capitale, dunque, sembra determinare l’autorevolezza, a scapito di quella intellighenzia che, in passato, fu essa stessa sinonimo di autorevolezza. Ma come si è arrivati a tutto ciò?

 

Una ricostruzione storica della progressiva e inarrestabile decadenza degli intellettuali risulta ardua e oggettivamente non fattibile (almeno per il sottoscritto), tenendo in considerazione la vastità dei cambiamenti politico-sociali e, soprattutto, economici che hanno investito l’Europa e, in generale, l’Occidente negli ultimi tre secoli. Detto questo, però, si può cercare di individuare una serie di momenti che stanno alla base di questo inesorabile declino. L’intellettuale, per propria essenza, rappresenta o, quantomeno, dovrebbe rappresentare il prototipo del sapiente. Nell’antichità, il sapiente era anche virtuoso e, in quanto tale, per esempio, ricopriva anche cariche importanti all’interno dello Stato. La virtù, qualità naturale del sapiente, da questo punto di vista, fungeva da garante contro la corruzione e le consequenziali derive autoritarie in cui qualsiasi formazione politica può facilmente incorrere. Non a caso, Platone, da buon aristocratico, nel suo modello ideale di città-stato, aveva affidato ai sapienti o filosofi il delicatissimo compito di governare. La scelta non era affatto casuale, in quanto strettamente connessa alla capacità, da parte del sapiente, di emanciparsi dal “giogo” delle passioni e di affermare l’autentica libertà, figlia della ragione. Il motivo del sapiente governante ritorna prepotentemente in Campanella e Bacone, entrambi autori di scritti utopici, oggi diremmo, il cui intento, però, intendeva denunciare la crisi del loro tempo e, allo stesso tempo, proporre, seppur con le dovute e significative differenze, un motivo essenzialmente aristocratico, come svecchiamento e rinnovamento della società; motivo piuttosto caro a Platone, vero e proprio capostipite di questo tipo di letteratura. Il messaggio, allora, sembra essere chiaro: il destino dell’intellettuale è legato a quello della cosa pubblica. La cosa pubblica, pertanto, non può prescindere dall’intellighenzia o, per porla in un altro modo, la cosa pubblica dovrebbe rappresentare lo sbocco naturale dell’intellighenzia.

 

Gustave Caibellotte, "Un giovane uomo alla finestra" (1875)
Gustave Caibellotte, "Un giovane uomo alla finestra" (1875)

 

Con la nascita e la diffusione dell’Illuminismo, vero e proprio momento cruciale per le sorti degli intellettuali e/o del cosiddetto parti philosophique, in Europa, si rafforza ulteriormente questa convinzione e prende le mosse, al tempo stesso, anche ciò che determinerà una sorta di alienazione del ceto colto. Da questo punto di vista, è come se la cultura illuminista abbia portato con sé i germi della propria distruzione. Difatti, quella rivoluzione, forse la più grande e autentica rivoluzione che la storia dell’uomo abbia conosciuto – non a caso Kant parlava di «uscita dell’uomo dallo stato di minorità» – segna la consacrazione della borghesia, che, finalmente libera dalle dinamiche dell’Europa dell’Antico regime, getta le basi di un nuovo ordine, un ordine in cui il ruolo da protagonista le spetta a pieno titolo. Tale ordine, però, vede anche una sempre più profonda lacerazione tra l’intellettuale e la società, all’insegna dell’estraneazione dell’intellettuale rispetto alla propria essenza o identità. Il ceto colto, infatti, inizia a conoscere quel processo di alienazione che entrerà a pieno regime sul finire del XIX secolo, con l’entrata in scena, sul palcoscenico della storia, delle masse e dei partiti di massa. Così l’intellighenzia, schiacciata dall’affermazione sempre più pressante e imponente della borghesia, da un lato, e dal suo conseguente e naturale epigono, dall’altro, finisce per smarrire se stessa, smarrendo la propria identità.

 

L’ultimo baluardo contro l’inarrestabile processo alienante che investe la classe intellettuale può essere visto nell’idealismo tedesco e, in particolar modo, in quanto teorizzato da Fichte. Egli, infatti, in una serie di lezioni tenute nel 1794, successivamente raccolte e pubblicate con il nome di Missione del dotto, tenta di riportare in auge la figura dell’intellettuale, liberandolo dalla “torre d’avorio” e restituendogli il ruolo più consono alla propria essenza, un ruolo di educatore, guida e condottiero. Il filosofo tedesco, infatti, parla intenzionalmente di “missione” del dotto e la missione in questione sta nell’emancipare l’uomo attraverso la prassi. All’intellettuale, quindi, spetta il difficile compito di insegnare il rifiuto dell’esistente come mero “dato di fatto”, come di un qualcosa di dato una volta per tutte e puntualmente “cristallizzato”. L’intellettuale ha il dovere di pensare e operare nella e per la società, promuovendo attivamente una nuova concezione dell’esistente come di qualcosa di vincolato essenzialmente all’attività umana e perciò dipendente da essa. 

 

« Ma questa conoscenza completa dell’uomo nella sua interezza si fonda a sua volta su un’attitudine che deve venir sviluppata: poiché esiste effettivamente nell’uomo l’istinto di sapere e in special modo di sapere ciò che gli è necessario. Lo sviluppo di questa attitudine, però, richiede tutto il tempo e tutte le forze di un uomo; e, se vi è un bisogno generale che richiede imperiosamente che una classe speciale nella società si dedichi al suo soddisfacimento, è questo. Lo scopo di tutte queste conoscenze è dunque […] quello di procurare che per mezzo di esse siano sviluppate in modo uniforme, però con costante progresso, tutte le attitudini proprie dell’umanità; e di qui si ricava, allora, la vera missione che è assegnata alla classe colta: essa consiste nel sorvegliare dall’alto il progresso effettivo del genere umano in genere e nel promuovere costantemente questo progresso ». (J.G. Fichte, La missione del dotto)

 

J. G. Fichte (1762-1814)
J. G. Fichte (1762-1814)

 

Come detto, però, quello di Fichte è un vano tentativo di impedire l’impedibile. Il nuovo scenario storico non contempla alcun tipo di ritorno: la classe colta si trova a dover fare i conti con la propria perdita di identità. E ciò è già visibile dal rovesciamento di prospettive operato da Marx, il quale, dopo aver riconosciuto il ruolo determinante della borghesia ai fini della costruzione della società moderna, presenta un nuovo attore della storia: il proletariato. La speculazione di Marx, snaturando la dialettica hegeliana, esalta la fuorviante «critica delle armi» a scapito dell’«arma della critica», ossia della filosofia stessa; in altri termini, la filosofia si prostra alle braccia. «I filosofi hanno diversamente interpretato il mondo, si tratta di trasformarlo» – scriveva Marx (Tesi su Feuerbach, 11). L’intellettuale è così privato della sua missione e nuovamente relegato nella “torre d’avorio”. La lacerazione che si viene a creare tra gli intellettuali e la società è significativamente profonda: essi, infatti, non solo disconoscono la società, trincerandosi nel mondo accademico, ma finiscono per disprezzarla, per abbandonarla al suo destino: l’insanabile e inevitabile conflitto sociale. Alea jacta est! Si è dunque ben lontani dalla giustizia come frutto dell’armonia tra le classi dello Stato teorizzata da Platone; a reggere le redini della biga alata, infatti, è la vecchia anima concupiscibile, con tutte le conseguenze (disastrose) del caso.

 

Il Novecento, poi, rappresenta il secolo in cui il processo di alienazione degli intellettuali è marcatamente decisivo: con il rafforzarsi dell’entrata in scena delle masse e delle ideologie di riferimento si ha la più scontata e alienante delle reazioni: il nazionalismo. Tale secolo vede fiorire e prosperare ideologie e movimenti nazionalisti, supportati da una classe intellettuale in allarmante crisi di identità. In Italia, per esempio, nel 1910 si registra la nascita dell’Associazione Nazionalista Italiana, su iniziativa dello scrittore Corradini, cui aderiscono intellettuali come Verga e D’Annunzio. In questa deriva insensata degli intellettuali non solo si possono scorgere i segni di una incapacità di risanare l’insanabile frattura con la società, ma anche tutto il disprezzo per una società “debole” e corrotta, figlia della rozza borghesia industriale, essenzialmente materialistica e insanabilmente liberale, su cui aleggia lo spettro del socialismo; una società antiteticamente emancipata dalla sua “anima razionale”. È il preludio al disastro: la Grande guerra e le sue eredità, eredità piuttosto pesanti per il destino dell’Europa e degli intellettuali. «Amiamo la guerra – scriveva Papini nel 1914 – ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa e tremenda e terribile e distruttrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi». L’esaltazione della guerra come indispensabile strumento del cambiamento o motore della dialettica storica non è di certo una novità nella storia del pensiero occidentale, basti pensare alle riflessioni, al riguardo, di Eraclito ed Hegel, ma in questo preciso momento storico rappresenta un’imperdonabile cecità o smarrimento del ceto colto, che, sempre più distante dalla società, finirà, paradossalmente, per prostrarsi alle logiche capitalistiche della grande borghesia industriale, determinando una sorta di harakiri. Gli eventi che succedono al primo conflitto mondiale confermano il processo di annichilimento degli intellettuali, voci intrinsecamente “deboli”, per i nuovi scenari totalitari, figlie di vergognosi e umilianti retaggi. E in tali scenari il ceto colto è completamente inglobato dalle dinamiche totalitarie.

 

Né il destino degli intellettuali conosce migliori fortune nella seconda metà del secolo: la loro voce conta sempre di meno, la frattura con la società è sempre più marcata e la crisi di identità è insanabile: il ‘68, da questo punto di vista, rappresenta lo smarrimento completo di tale ceto, il cui momento di estraneazione massima si ha con la schizofrenica esaltazione della proletarizzazione degli intellettuali. Una sorta di fraintendimento o, peggio ancora (prassi piuttosto sessantottina) di snaturamento di quanto teorizzato da Gramsci tempo prima, per il quale l’intellettuale rinuncia a essere se stesso per essere altro da sé, determinando la propria “sterilità sociale” e, conseguentemente, la propria infelicità. Infine, con l’avvento dei social, la “sterilità sociale” degli intellettuali è debitamente corroborata e l’anima concupiscibile ha finalmente avuto la sua rivincita. Emblematiche e, per certi versi, terribilmente inattuali, da questo punto di vista, sono le parole di Eco:

 

Umberto Eco (1932-2016)
Umberto Eco (1932-2016)

 

 

 

« I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. »

 

Il destino degli intellettuali, così, appare sempre più simile a quello di colui che, dopo essere uscito dalla caverna, decide di ritornarvi per raccontare agli altri la verità scoperta. Un destino già scritto e decisamente infausto.

 

21 novembre 2018