Attraverso Merleau-Ponty ritornare a Socrate

 

Chiedersi quale sia la funzione del pensiero filosofico nella vita è cosa assai frequente, soprattutto per gli addetti ai lavori. Il nostro intento è proprio quello di addentrarci in questa complessa questione. Nel far ciò, l’appoggio principale sarà l’opera Elogio della filosofia di Maurice Merleau-Ponty. Rilevando la condizione umana del non-sapere come cifra essenziale del sapere filosofico, egli esprime la necessità di una riconsiderazione profonda della figura di Socrate. 

 

 

Immaginiamo di essere seduti all’interno di un edificio. In esso si percepiscono i fasti di tempi lontani, mentre, fuori, l’aria invernale sembra ispessire i tratti attraverso cui Parigi si esprime agli occhi di chi la vive. È il 15 gennaio del 1953 e Maurice Merleau-Ponty pronuncia il suo discorso – che sarà fissato per sempre attraverso la stesura del testo Èloge de la philosophie – in occasione della lezione inaugurale al Collège de France. Ciò che intende affrontare davanti ai suoi uditori è l’esame della funzione del filosofo, «così come essa appare se noi consideriamo il passato della filosofia e il suo presente»; per cui esordisce:

 

« Chi è testimone della propria ricerca, ovvero del suo disordine interiore, non può facilmente sentirsi l’erede di uomini ben realizzati come coloro dei quali vedo i nomi su queste pareti. Se per di più è un filosofo, e cioè sa di non saper nulla, come potrà credersi autorizzato a prender posto in questa cattedra e come avrà potuto anche solo desiderarlo? » (M. Merleau-Ponty, Elogio della filosofia)

 

 Il filosofo è un uomo che in mezzo agli altri sembra spiccare, perché in lui coesistono – incarnandosi – ambiguità e gusto dell’evidenza: «ciò che rende filosofo il filosofo è il movimento che riconduce senza posa dal sapere all’ignoranza, dall’ignoranza al sapere» (ibidem). Merleau-Ponty si tuffa nelle concezioni “limpide” di Lavelle; osserva il movimento ascendente con cui Bergson e Le Roy si mettono alla ricerca e creano. Immergendosi per un po’ nel flusso del pensiero bergsoniano, Merleau-Ponty e noi con lui incontriamo uno spigolo intorno al quale occorre indagare: «la filosofia non può essere un confronto solitario del filosofo con la verità, un giudizio emesso dall’alto sulla vita, sul mondo, sulla storia come se il filosofo non ne facesse parte – ed essa, d’altra parte, non può subordinare la verità interiormente riconosciuta ad alcuna istanza esterna» (ivi). 

 

P. P. Rubens, "Quattro filosofi" (1611-1612)
P. P. Rubens, "Quattro filosofi" (1611-1612)

 

Secondo il pensatore francese esisterebbe un “disagio” – essenziale alla filosofia – che si manifesta nei rapporti del filosofo con gli altri e con la vita. Tuttavia, anche oggi, «il filosofo moderno è spesso un funzionario, ed è sempre uno scrittore; e la libertà che gli è concessa per i suoi libri ammette una controparte: ciò che egli dice entra immediatamente in un universo accademico nel quale le scelte di vita sono attutite e le occasioni di pensiero velate» (ivi). La filosofia, continuamente celata nei libri, sembra porsi sempre meno il compito di interrogare e far interrogare gli uomini. 

 

Attualmente – che non è gennaio, e siamo nel 2019 – forse dovremmo seguire il consiglio che Merleau-Ponty dava nel 1953 ai suoi uditori, come se lo stesse rivolgendo direttamente a noi: 

 

« per ritrovare l’intera funzione del filosofo bisogna ricordare che, sia i filosofi-autori che leggiamo, sia noi stessi in quanto filosofi, non abbiamo mai smesso di riconoscere come patrono un uomo che non scriveva, che non insegnava, quanto meno da una cattedra di stato, che si rivolgeva a coloro che incontrava per strada e che ha avuto delle difficoltà con l’opinione pubblica e con i poteri statali. Bisogna ricordarsi di Socrate. » (ivi)

 

Socrate non è un rivoluzionario. A rendere difficili i suoi rapporti con gli altri uomini non è tanto ciò che fa, ma il modo e le ragioni proprie del suo agire. La colpa di Socrate non è essere empio, non rispettare le leggi, bensì credere diversamente rispetto a tutti gli altri, vivere e concepire diversamente le istituzioni. Offende gli uomini perché li mette in discussione, spingendoli, allo stesso tempo, a fare altrettanto. La colpa di Socrate è voler comprendere e voler accogliere l’importanza del conferire il proprio senso alle cose, per riconoscersi in esse e attraverso esse, quando, invece, ciò che viene preteso da lui è l’assenso alla cosa stessa, senza considerazioni. Pertanto, il filosofo ateniese compare davanti ai giudici principalmente per spiegare cos’è la città, giustificando così l’esteriorità a partire dai valori che vengono dall’interiorità e operando un rovesciamento di ruoli. 

 

Ricordarsi di Socrate oggi, vuol dire provare a smettere di attraversare il mondo con il capo alzato, inutilmente irrigiditi, esibendo le conoscenze apparentemente accumulate e ormai sempre più specifiche, come una corazza e, contemporaneamente, come ciò che conferisce un’illusoria unicità. Ricordarsi di Socrate attraverso le parole di Merleau-Ponty potrebbe voler significare instaurare un rapporto distaccato, ma veritiero con l’altro; concepire la filosofia come un atteggiamento descrittivo sempre in atto, rivolto al mondo e a noi stessi, per creare costantemente idee attraverso cui agire, che indichino la nostra direzione nel mondo. Infine, potrebbe voler dire trovare la forza per credere aggrappandosi alla vita, e, allo stesso tempo, riuscendo a oltrepassarla con il cuore più leggero. 

 

8 agosto 2019