Cosa accade in Venezuela?

 

Siamo di fronte a una delle più grosse e inaudite violenze degli ultimi anni. 

L'Occidente imperialista si rivela (di nuovo).

 

 

Sul Venezuela, dalla salita di Chavez al governo sino ad oggi, se ne sono sentite a centinaia, ma il leimotiv è sempre rimasto il medesimo: è in corso una dittatura e cosa buona e giusta sarebbe aiutare quel povero popolo, sottomesso ai più brutali atti di violenza arbitraria, a liberarsi dal PSUV che l’opprime. Ma è proprio così? 

 

Le menzogne dei media 

 

La prima e più grossa sciocchezza che i media vanno dicendo è che l’autoproclamazione del filoamericano Guaidó sia legittima e legale. Il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) – uno dei 5 poteri dello Stato –  non sembra esserne affatto d’accordo. Il magistrato Juan José Medoza spiega anzitutto che l’Assemblea Nazionale (il Parlamento, di cui fa parte Guaidó) «espressamente viola gli articoli 236, ai paragrafi 4 e 15, e sembra usurpare la competenza del Presidente della Repubblica nella direzione degli affari esteri dello stato». Inoltre, il presidente del TSJ misconosce in toto le pretese dell’AN e riconosce il tentativo in atto come di un vero e proprio golpe. Guaidó dovrebbe preoccuparsi delle dichiarazioni fatte dal TSJ poiché trattasi nientemeno che del solo organo deputato a «dichiarare se vi siano o meno fondati motivi per sottoporre a procedimento giudiziario del/della Presidente della Repubblica o di chi faccia le sue veci e, in caso affermativo, dare seguito all’indagine relativa previa autorizzazione dell’Assemblea Nazionale, fino a sentenza definitiva» (Costituzione bolivariana, art 266, comma 2). Dunque, legalmente, senza il consenso della TSJ non è possibile pretendere ciò che Guaidó ha preteso. L’articolo 233, a cui si appoggiano i sostenitori del golpe, decreta che in caso di impedimento permanente del Presidente della Repubblica, e in attesa di nuove elezioni, il Presidente dell’Assemblea Nazionale svolge il ruolo di Presidente della Repubblica. Quando e come si stabilisce l’impedimento permanente? «Sono cause di impedimento permanente del/della Presidente della Repubblica: la morte, la rinuncia, o la destituzione decretata con sentenza dal Tribunale Supremo di Giustizia; l’incapacità fisica o mentale permanente accertata da una commissione medica designata dal Tribunale Supremo di Giustizia e con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale; l’abbandono dell’incarico, dichiarato come tale dall’Assemblea Nazionale, e la revoca popolare del suo mandato». Quale sarebbe il nostro caso?  

 

Nonostante questo, nonostante le voci di un certo calibro (senz’altro non sospettabili di “bolscevismo”, quali l’ONU, la Croce Rossa e persino il Congresso nordamericano!) che si oppongono alla messinscena dei golpisti, i media continuano a bombardarci quotidianamente con fake news. Non ci mostrano il vero volto di questa Europa che sbatte la porta in faccia all’invito al dialogo da parte del ministro per gli Affari Esteri venezuelano, Jorge Arreaza, tanto da farlo esclamare sconsolato: «ci giudicano, ci condannano e sentenziano ma senza nemmeno ascoltarci».

Raccontano di crisi economica, ma non spiegano che causa di questa non è affatto il socialismo – che si cura dei diritti più elementari –, ma lo sono, in prima battuta, l’embargo, che obbliga lo stato venezuelano a comprare medicinali dal Qatar (quando le potenze occidentali lo permettono!), dalla Russia e dalla Cina, o a ridefinire gli accordi sull’esportazione di petrolio con l’India; in secondo luogo il boicottaggio messo in atto, da anni, da alcune aziende e dalle mafie che operano sul mercato nero, causando quella fantomatica assenza di prodotti (che invece ci sono, ma a prezzi strabilianti) che i nostri giornali attribuiscono al governo di Maduro. Il governo non crea questa situazione, ma, al contrario, tenta continuamente di porvi rimedio con una serie di provvedimenti atti a tutelare la popolazione. Un piccolo esempio? 

 

« A ogni scadenza elettorale, grandi imprese private come la Polar diminuiscono sensibilmente la produzione di alimenti-base, adducendo mancanza di dollari da parte del governo. Gli alimenti scompaiono dagli scaffali, ma abbondano (a prezzi stellari) al mercato nero o nei negozi di Cúcuta. » (Colotti, 2018) 

 

Di questi casi ve n’è a bizzeffe (qui e qui, altri esempi).

Non spiegano invece come in realtà la grossa novità del governo bolivariano consistette semplicemente nell’impiantare, in uno stato disastrato, un sistema socialdemocratico, capace in parte di occuparsi dei diritti sociali dei suoi cittadini, della loro educazione, dell’ambiente, della questione femminile. 

 

Venezuela 1989, prima di Chavez: la vera dittatura
Venezuela 1989, prima di Chavez: la vera dittatura

 

Il vecchio Venezuela

 

Un articolo de L’Unità, datato 13 aprile 1965, racconta lo stato drammatico in cui versava il Venezuela pre-rivoluzionario, indicato come «il paradiso di vari imprenditori nordamericani» dal quale il solo Rockefeller «guadagna[va] 600 milioni di dollari l'anno [...], una cifra quasi uguale a quella della Shell». E non è tutto, poiché vi erano «mostruose metropoli formate, al centro, da immensi grattacieli e in periferia da distese di baracche di legno, cartone, fango e paglia abitate da disoccupati, manovali, contadini, braccianti impoveriti, attirati dalla speranza di un lavoro meno brutale, di un cibo meno miserabile ma caduti in una povertà ancora più grande e disperata».  E prosegue: «A Caracas, la capitale, nei 65.000 ranchos, cioè baracche, sulle colline intorno alla città viv[evano] 300.000 disperati in condizioni disumane: né acqua, né luce, né fogne, né latrine. In queste terribili bidonville la tubercolosi, la dissenteria, le malattie veneree e la fame fa[cevano] stragi di esseri umani e soprattutto di bambini. Lo dicono le stesse statistiche ufficiali: su 55.019 decessi registrati in Venezuela nel 1960, 14.310 avevano come causa la fame. Contro uno stato di cose così infame i venezuelani lotta[va]no valorosamente da lunghi anni. Gli omicidi degli avversari politici commessi dal regime commessi dalla polizia e da una specie di milizia fascista organizzata da Betancourt assoldando delinquenti comuni sono stati 130 fino al 1964, molti di loro erano ragazzi. Nella lista non sono compresi i guerriglieri caduti negli scontri con l'esercito. Le cronache dei quotidiani locali (...) [erano] piene di notizie drammatiche: manifestazioni, scioperi, brutalità poliziesche, saccheggi effettuati dai governativi, aumenti paurosi dei prezzi, inflazione».

 

Una situazione tutt’altro che democratica o pacifica, se non per quei magnati che su tali soprusi vi basavano i loro guadagni. Soprattutto, una situazione che si è perpetuata anche nei decenni successivi. Come ci ricorda Oliver Stone nel documentario A Sud del confine«nel 1988, l’economia venezuelana è stata un disastro. I salari stavano crollando da anni e la povertà era in aumento. Il governo venezuelano era in ginocchio davanti al Fondo Monetario Internazionale (FMI)» e alle politiche economiche che tale realtà filostatunitense imponeva. Tanto che, nel febbraio 1989, di fronte all’aumento del prezzo dei biglietti dell’autobus concordato con l’FMI, a Caracas scoppiarono una serie di rivolte popolari, prontamente represse con l’esercito. Tra le file dei militari si stava iniziando tuttavia a formare un polo d’opposizione a queste politiche repressive: «Nello stesso mese un gruppo di giovani ufficiali si incontrò segretamente su iniziativa dell’allora tenente colonnello Hugo Chavez e condannò il massacro promettendo che non sarebbe mai più accaduto». Esattamente tre anni dopo, il 4 febbraio 1992, Chavez, al tempo colonnello, decise di guidare un colpo di stato per porre fine alla politica corrotta e filostatunitense del presidente Pérez. La rivolta fallì e Chavez, che affermò pubblicamente di aver guidato il tentato golpe, finì incarcerato. Un’amnistia gli permise di tornare alla vita civile nel 1994 e formare attorno a sé un movimento politico – Movimento Quinta Repubblica, poi sfociato nel 2007 nel PSUV – che lo condusse alla vittoria elettorale del 1998.

 

Manifestanti pro-Maduro con un cartello raffigurante Chavez
Manifestanti pro-Maduro con un cartello raffigurante Chavez

 

Un difficile cambio di direzione

 

Fra le prime azioni che il neogoverno attuò, vi fu una riforma costituzionale, confermata tramite referendum popolare nel 1999, che mostrò come il movimento bolivariano non scherzava relativamente alla volontà di muovere verso il socialismo. La nuova costituzione si rivelò notevole su non pochi articoli. Oltre all’uguaglianza continuamente affermata fra uomo e donna (sul valore dato al ruolo femminile, si ricordi come Chavez stesso si sia più volte definito femminista), non è da sottolineare la valorizzazione della partecipazione popolare nel processo politico (art. 62: «La partecipazione del popolo alla formazione, esecuzione e al controllo della gestione pubblica è lo strumento necessario per ottenere il protagonismo che garantisce il suo completo sviluppo, tanto individuale quanto collettivo. È obbligo dello Stato e dovere della società agevolare il generarsi delle condizioni più favorevoli per la sua pratica»); la possibilità di revocare qualsiasi carica o magistratura dopo metà mandato (art. 72); il diritto alla casa (art. 82: «Ogni persona ha diritto ad un'abitazione adeguata, sicura, comoda, igienica, con servizi basilari essenziali in un ambiente che favorisca le relazioni familiari, di vicinato e comunitarie»); il diritto alla salute (art. 83); ad avere un lavoro (art. 87) e il riconoscimento del valore che l’educazione apporta alla comunità (art. 102 «L'educazione è un diritto umano e un dovere sociale fondamentale, è democratica, gratuita e obbligatoria»). Senza dimenticarsi l’art. 113 che vieta l’esistenza stessa dei monopoli e l’intero capitolo VIII sul diritti, fino a prima negletti, degli indigeni.

Un po’ come accadde per Cuba, la rivoluzione segnò così un netto distacco dalla deplorevole situazione precedente di estremo sfruttamento capitalistico. Proprio per questa cosa, l’imperialismo statunitense non tardò a pressare per costringere, con le buone o con le cattive, ad un cambio di regime. Emblematico è quanto accaduto nel tentato colpo di stato dell’11 aprile 2002: durante una manifestazione a Caracas, nella quale sfilavano sia manifestanti pro Chavez che oppositori, un gruppo di cecchini colpì membri di entrambi gli schieramenti. I manifestanti favorevoli al governo si trovarono inoltre a dover rispondere al fuoco della stessa polizia municipale, controllata all’epoca dagli oppositori politici. Il rovesciamento del governo legittimo, appoggiato dai media privati (si veda quanto afferma Gregory Wilpert, al tempo professore di scienze politiche a Brooklyn, nel documentario di Stone), durò ben poco, perché la popolazione e gran parte dell’esercito supportarono Chavez, riportandolo al potere il 14 aprile. Che la realtà statunitense stesse dietro al tentato colpo di stato fu subito chiaro. Fra le prove evidenti, si noti come «l’FMI, in genere lento a rispondere alle richieste di aiuto della gente che muore di fame in Africa, è stato velocissimo a manifestare il proprio sostegno al colpo di stato. [...] L’obiettivo era semplice: l’FMI diceva chiaro e tondo al mondo che il rovesciamento di Chavez è stato attuato negli interessi del capitalismo globale.» (O. Stone, A Sud del confine)

 

Insomma, il Venezuela bolivariano si mostrò, fin dall’inizio, tutt’altro che dittatoriale e come dipinto, ieri e oggi, dai media occidentali. Eppure ciò non bastò e non basta per evitare i pericoli degli attacchi economici e pure militari (questi ultimi tutt’ora possibili). Ad aumentare il lato grottesco del quadro, si aggiunga che nel Venezuela di elezioni, democratiche e certificate da organi internazionali, ce ne sono state, a partire dal 1998, ben 25 fra locali e nazionali, di cui 23 vinte dal movimento bolivariano. Ma concentriamoci su quelle presidenziali del 20 maggio 2018, continuamente attaccate e considerate irregolari da gran parte dei media internazionali e, dulcis in fundo, dalla stessa Unione Europea. Eppure, di osservatori internazionali a confermare la validità del voto ce ne sono stati parecchi. Fra di essi, un gruppo ha replicato chiaramente:

 

« Abbiamo notato, in particolare, non solo la sofisticatezza del sistema di voto che, a nostro avviso unanime, è a prova di frode, ma anche che ogni fase, dal voto stesso al confronto dei risultati, la loro verifica e la presentazione elettronica, è stata condotta alla presenza di rappresentanti dei differenti partiti. Per quanto riguarda la "segnalazione di irregolarità", saremmo interessati ad avere esempi, dal momento che il sistema di controllo è eccezionalmente rigoroso e privo di manomissioni. Dubitiamo che abbiate qualche prova a sostegno dell’affermazione dell'UE di "numerose irregolarità di segnalazione". Siamo stati unanimi nel concludere che le elezioni sono state condotte in modo equo, che le condizioni elettorali non erano di parte, che le vere irregolarità erano assolutamente poche e di scarsa rilevanza. Non è stato effettuato alcun acquisto di voti perché non è possibile acquistare un voto. La stessa procedura preclude qualsiasi possibilità, conoscendo come un elettore abbia espresso il suo voto; ed è impossibile – come abbiamo verificato – che un individuo voti più di una volta o che qualcuno possa votare per conto di qualcun altro. »

 

Insomma, è evidente come, sotto i reclami di irregolarità, di tirannia o di situazioni disastrose che richiedono aiuti umanitari, ci sia ben altro. In primis, un interesse per le risorse primarie di cui il Venezuela dispone, fra cui soprattutto il petrolio. Secondo il servizio geologico degli USA, nel paese “dittatoriale” è presente più di un quarto delle risorse petrolifere disponibili a livello mondiale (si veda il documentario Venezuela, la causa oscura per capire inoltre come la lotta per il petrolio non sia cominciata solo alla fine del XX secolo). In secondo luogo, vi è l’odio per un paese che non vuole sottostare ai diktat occidentali, specie nordamericani, e svendere le proprie risorse a favore delle potenze capitaliste e a discapito del popolo venezuelano.

 

Il Venezuela si trova così in una situazione politicamente ed economicamente problematica. Non solo a causa di un attacco dall’esterno fortissimo, ma pure per colpa di errori interni non trascurabili. Primo fra tutti, non avere una cognizione adeguata a livello teorico del socialismo, col risultato di fermarsi ad una socialdemocrazia capace di compiere una limitata redistribuzione della ricchezza, ma non di stravolgere i rapporti di produzione e combattere alla radice le disuguaglianze sociali ed economiche. Come ci ricorda Alessandro Mustillo, il Venezuela è ancora un paese inserito nella logica capitalistica, con ampi settori dell’economia in mano alla borghesia. Come è possibile andare realmente verso il socialismo, quando le redini del potere sono in buona parte in mano a chi è intimamente legato alla logica del profitto?

 

 

Operazione Condor e esaurimento del Ciclo Progressista

 

Per spiegare la nuova politica americana in Sud America bisogna partire da alcuni fatti antecedenti. Ovvero l’operazione Condor, quella attraverso cui la CIA dagli anni ‘60 finanziò varie dittature in tutto il Sud America, a partire dal Brasile, passando per l’Argentina e il Cile di Pinochet. Stessa cosa poi accadeva negli anni ‘80 in Nicaragua con gli squadroni della morte, i Contras, che compivano violenze e brutalità sulla popolazione civile o nelle invasioni di Panama e Granada per ristabilire la loro egemonia. Solo Cuba e la sua indomita rivoluzione socialista si sottrassero a questo scenario deprimente, sopravvivendo anche al crollo dell’Unione Sovietica nel 1989 e al nuovo unilateralismo americano seguente. Tuttavia a partire dal 2003, l’anno che inaugura il feroce interventismo imperialista contro l’Iraq di Saddam Hussein, in Sud America sembrò respirarsi un’aria migliore. Arrivarono al potere governi di sinistra e progressisti più decenti dei predecessori, se confrontati coi precedenti decenni di totale sottomissione al paradigma golpista e neoliberale di rapina e svendita delle risorse. Nestor Kirchner in Argentina (2003), Lula de Silva in Brasile (2003), Evo Morales in Bolivia (2006), Rafael Correa in Ecuador (2007) e infine anche il governo di Hugo Chavez in Venezuela, al potere già dal 1999. Anche Daniel Ortega, già presidente del Fronte Sandinista negli anni ‘80 e finito nel mirino dei Contras, riuscì a tornare al potere, venendo eletto dal 2006 fino ad oggi. Venne costituita nel 2004 da parte di Cuba e Venezuela – e ad essa aderirono successivamente anche Bolivia, Ecuador e Nicaragua – l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), progetto di cooperazione politica ed economica antimperialista e alternativo all'Area di Libero Commercio per le Americhe, di chiara impronta monopolistica e statunitense.

Si tratta di governi rivoluzionari? Certo che no, sono governi che hanno accettato in toto la legalità borghese e spesso costretti a compromessi col vecchio regime per poter governare. Questi governi assicurarono certamente un periodo di riforme popolari di breve durata. Tuttavia i compromessi portarono delusioni, e con essi spesso anche mobilitazioni popolari, specialmente in Argentina e Brasile dove i governi furono molto moderati. Appena ci si accorse di ciò, il connubio tutto sudamericano di esercito, imprenditoria e magistratura, col supporto sempre presente degli Stati Uniti e di Israele, si mise subito all’opera per ribaltare la situazione. Non furono più tempi di compromessi: l’imperialismo americano ritornò in Sud America dotato della sua solita brutalità. In Argentina salì al potere il più fedele Macrì. In Ecuador fu un fedelissimo di Correa, Lenin Moreno, neoeletto presidente, a giurare fedeltà al nuovo corso neocoloniale. E in Brasile, dopo il colpo di stato contro la fedele di Lula Dilma Rousseff nel 2014 e la salita al potere del fedelissimo di Washington Michel Temer, le elezioni brasiliane sono state vinte dal candidato più allineato al nuovo corso statunitense, Jair Bolsonaro.

La strategia di Washington è chiara: di fronte alle sconfitte che in tutto il mondo si abbattono sull’imperialismo americano, per l’emergere nella competizione globale del ruolo della Cina e della Russia, gli Stati Uniti sono tornati ad interessarsi del loro “giardino di casa”. Così, un turbine di colpi di stato e di forzature istituzionali si è abbattuto sul Sud America, per difendere i propri monopoli dalla concorrenza della Russia e, specialmente, della Cina. Ma uno Stato è risultato particolarmente ostico per l’imperialismo americano: il Venezuela del successore di Chavez, Nicolas Maduro. Il Venezuela infatti ha nazionalizzato la rendita del petrolio e ne distribuisce i proventi a livello popolare. Questo è un affronto intollerabile per gli Stati Uniti che hanno deciso attraverso le sanzioni di mettere in ginocchio il Venezuela.

 

 

Il "ciclo progressista" incarnato da alcuni dei suoi esponenti: Chavez, Morales, Lula, Correa.
Il "ciclo progressista" incarnato da alcuni dei suoi esponenti: Chavez, Morales, Lula, Correa.

 

Turbolenze internazionali

 

Il conflitto in Venezuela è la spia di un indebolimento della potenza americana a livello mondiale. Questa infatti è sempre più isolato a livello internazionale e deve agire con un’infantile brutalità per imporsi nelle decisioni. Solo una congrega molto ristretta di paesi occidentali, con l’aggiunta dei paesi sudamericani in cui gli USA hanno ristabilito il loro dominio e hanno messo uomini a loro fedeli al potere, votano a favore dell’auto-proclamato presidente Guaidó. Infatti Maduro in sede di votazione gode di una maggioranza schiacciante. In molti paesi è sempre più importante il ruolo di Cina e Russia. L’Africa, dove sempre più preponderante è il ruolo economico e l’egemonia della Cina, vota a favore di Maduro. Anche buona parte dell’Asia sfugge all’allineamento americano. E anche in UE si comincia a sentire qualche timida protesta. Gli USA, sempre più in crisi a livello internazionale e pressati dalla competizione con Russia e Cina per il controllo delle risorse, tentano di rifarsi accentuando il loro controllo sul “giardino di casa” del Sud America. E punta di diamante di questa politica aggressiva non può che essere il controllo sul paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, il Venezuela, oltre che di altre preziosissime risorse naturali come il coltan.

 

Anche questa crisi venezuelana si configura, esattamente al pari dell’escalation in Ucraina contro la Russia e le provocazioni militari in Corea del Nord, come una resa dei conti tra Stati Uniti e Cina e Russia. Dunque un imperialismo decadente contro degli imperialismi insorgenti. D’altronde, anche paesi solitamente molto allineati con le politiche americane hanno bocciato l’auto-proclamazione di Guaidó. Anche se non c’è soltanto questo: il Venezuela, esattamente come Cuba, viene colpito per il suo ruolo progressivo a livello internazionale oltre che a livello interno. Se il Venezuela dovesse cadere, aumenterebbero le pressioni anche su altri governi simili in Bolivia e Nicaragua e su Cuba stessa. Quindi la restaurazione reazionaria e neoliberista che ha preso piede in Sud America a partire soprattutto da Argentina e Brasile entrerebbe in una sua fase ascendente. Il Venezuela fino ad adesso ha basato la sua sopravvivenza su rapporti bilaterali economici con alcuni avversari degli Stati Uniti: su tutti Russia e Cina, che possiedono una consistente quota del debito venezuelano e sono interessati alle risorse del paese, ma anche paesi come l'Iran e la Turchia. D’altronde il destino della Rivoluzione Bolivariana non deve limitarsi a questo, dato che si tratterebbe semplicemente di sostituire un dominio imperialista con un altro, ma andare oltre agli attuali rapporti economici, verso un altro tipo di società.

 

15 aprile 2019