Per una filosofia della traduzione

 

L’articolo tratterà del problema filosofico della traduzione nelle sue linee più generali, con particolare riferimento al pensiero di Jacques Derrida.

 

di Enrico Cerise

 

Vasilij Vasil'evič Kandinskij, "Composizione VII" (1913)
Vasilij Vasil'evič Kandinskij, "Composizione VII" (1913)

 

« Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese del Sennaar e vi si stabilirono. […] Poi dissero: “ Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra.” […] Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque, e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro.” Il signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo si chiamò Babele, perché il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. » (Genesi 11, 1-9, testo ufficiale della Conferenza Episcopale italiana).

 

Pieter Bruegel il Vecchio, "Torre di Babele" (1563)
Pieter Bruegel il Vecchio, "Torre di Babele" (1563)

 

Il punto di partenza per una riflessione filosofica sulla traduzione può essere rappresentato dai versetti, riportati sopra nella versione del testo ufficiale della Conferenza Episcopale italiana, del capitolo 11 del Libro della Genesi: prima della caduta della Torre di Babele l’umanità viveva in una condizione originaria di monolinguismo e di perfetta comprensione. Dopo la caduta della Torre a opera dell’intervento di Dio, invece, l’umanità sarebbe passata a una condizione di plurilinguismo e di confusione; infatti, il termine ebraico cui si fa risalire l’origine del termine “Babele” significherebbe proprio “confusione”. L’interpretazione, negativa o positiva, dell’intervento divino gioca un ruolo di estrema importanza per tutta la successiva riflessione sulla traduzione: Dio, intervenendo in terra per impedire la costruzione della Torre, con la conseguente dispersione dell’unica lingua originaria in tante diverse lingue, avrebbe punito l’umanità condannandola alla molteplicità delle lingue oppure avrebbe ripristinato una condizione propriamente umana, in opposizione a un linguaggio universale che soltanto a Dio può appartenere?

 

La traduzione può essere automatizzata, digitalizzata, ossia può esserci nella traduzione un rapporto biunivoco tra un termine in una lingua e un altro termine in un’altra lingua? Detto in altre parole, è possibile stabilire dei rapporti di sinonimia tra termini di una lingua e termini di un’altra lingua? Inoltre, l’ontologia implicata da una lingua è la stessa implicata da un’altra lingua? Oppure, al contrario, la traduzione è un processo intrinsecamente analogico, ossia che avviene secondo proporzioni di minoranza o di maggioranza, mai di uguaglianza, perdendo così per strada un qualche resto? Questi sono soltanto pochi tra i principali quesiti che muovono e orientano la riflessione filosofica sulla traduzione.

 

Per lungo tempo, almeno fino all’Ottocento, nella teoria della traduzione si è tenuta ferma la distinzione tra spirito e lettera, tale per cui i significati sarebbero totalmente indipendenti e separabili dal corpo materiale, ossia dai segni: questa distinzione è frutto del canone logocentrico della metafisica tradizionale, ispirato al modello proposto da Aristotele nel De interpretazione, secondo cui esisterebbe un quid identico alla base del linguaggio, ossia gli oggetti (pragmata) e le impressioni (pathēmata) suscitate da questi ultimi nelle persone sarebbero uguali per tutti, mentre cambierebbero soltanto i suoni (phonai) e i segni scritti (gràmmata). Secondo questa interpretazione, all’origine ci sarebbe un’identità degli oggetti e delle rappresentazioni, mentre la differenza comparirebbe soltanto nella fonetica e nella scrittura. A tal proposito, risulta significativo ricordare che nella lingua greca non esisteva un termine per indicare la “traduzione”, proprio perché per i greci la loro era l’unica vera lingua; “barbaro” significa etimologicamente “balbuziente”, colui che non parla bene la lingua (greca): il mondo greco era dunque monolinguistico, chiuso nella propria lingua e cultura, impermeabile a contaminazioni provenienti dall’esterno.

 

Valerio Adami, "Ritratto di Jacques Derrida" (2004)
Valerio Adami, "Ritratto di Jacques Derrida" (2004)

 

Jacques Derrida, riprendendo l’idea linguistica di De Saussure, secondo la quale il significato ha carattere differenziale, capovolge la concezione aristotelica posizionando all’origine una differenza, una traccia, quella della scrittura, dalla quale si producono i significanti e i significati, per giungere poi all’identità dell’oggetto, che altro non è che un’astrazione. L’operazione svolta da Derrida può essere letta come una decostruzione della metafisica della presenza: se per quest’ultima il momento originario è la presenza, intesa come il darsi di qualcosa, per il filosofo franco-algerino, invece, il momento originario è rappresentato dalla scrittura che, in quanto legata alla storicità e al tempo, eluderebbe la presenza, essendo una non presenza. Il vero bersaglio polemico del filosofo, però, è il principio d’identità: esso è una fantomatica astrazione, in quanto non risulta possibile nemmeno individuare un presente in se stesso se non come differenziazione dal passato e dal futuro. Derrida interpreta l’episodio della Torre di Babele presente nella Genesi nei termini di un’affermazione della pluralità delle lingue come unica condizione di sopravvivenza possibile e come emancipazione dal dominio rappresentato dall’imposizione di una lingua unica: la molteplicità delle lingue è la decostruzione della lingua unica. Ogni lingua ha, per Derrida, un aspetto esclusivamente idiomatico, ossia intraducibile, poiché il significato ha un carattere differenziale tale per cui non può essere tradotto in altre lingue: è proprio l’intraducibile, il fatto che ogni lingua esprima una visione del mondo non perfettamente trasponibile in un’altra lingua, a differenziare una lingua dalle altre. Tuttavia, allo stesso tempo, nessuna lingua può vivere e sopravvivere restando chiusa in se stessa, e ciò ne rappresenta l’aspetto politico: non soltanto nella traduzione è presente una relazione all’alterità, ma già all’interno di una stessa lingua, in quanto ogni lingua, in virtù del suo carattere storico, si costituisce attraverso la contaminazione e la traduzione da un’altra lingua (l’esempio più significativo è quello della letteratura latina che si è costruita a partire dalle traduzioni di testi greci, in particolare a partire dalla traduzione dell’Odissea, dal greco al latino, di Livio Andronico). La traduzione, dunque, si sviluppa entro questi due estremi, quello idiomatico da una parte e quello politico dall’altra: il primo mette in luce l’intraducibilità di ogni lingua, mentre il secondo ne evidenzia la costitutiva traducibilità.

 

13 dicembre 2019

 




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