"No, non potrai... bagnare la mano di sangue!"

 

La vendetta è un'azione volta a ristabilire un'equità rubata: ma com'è possibile amare e nello stesso tempo desiderare la morte, la sofferenza, il dolore di qualcuno? Com'è possibile che la sofferenza altrui possa diventare il nostro sostegno, il supporto che ci permette di continuare a "vivere"?

 

Sandro Botticelli, "Compianto di Cristo morto con Santi" (1490-1495)
Sandro Botticelli, "Compianto di Cristo morto con Santi" (1490-1495)

 

« Guarda il colpo che dai alle tue creature,

guarda la strage che fai!

No, no, per le ginocchia ti scongiuriamo

con tutte le nostre forze,

non uccidere i bambini.

Da dove prenderai il coraggio morale,

il coraggio necessario alla tua mano,

per avventare i colpi

della orribile audacia al cuore dei tuoi figlioli? 

Come gettando gli occhi

sui bambini sosterrai senza lacrime la parte

dell'assassina? No, non potrai,

quando i tuoi figli cadranno giù supplicanti,

bagnare la mano di sangue

con duro cuore. »

(Euripide, Medea 851-865)

(trad. G. Tonna) 

 

È così che si esprime il coro in una delle più raccapriccianti tragedie di Euripide: Medea. È la storia del grido di una vendetta portata avanti da una donna, Medea appunto, nei confronti di Giasone, il quale dopo averla illusa di un amore, convinta ad abbandonare la patria, la famiglia e dopo aver concepito dei figli con lei, la tradisce per un'altra donna. Medea non sopportando un affronto simile, decide di uccidere i suoi figli per vendicarsi del tradimento subito. 

Il coro supplicante cerca di mostrarle l'assurdo e atroce omicidio che sta per commettere. E gli spettatori o i lettori non fanno altro che chiedersi: "Ma perché i figli?" oppure "Ci sta la vendetta! Ma non i figli!" 

 

Henri Klagmann, "Medea"
Henri Klagmann, "Medea"

 

 

 

Ci sembra assurdo, infatti, che il mezzo con cui la donna si vendichi siano i suoi pargoletti; Euripide, però, che è uno dei più grandi tragediografi, non solo mostra ciò che l'essere umano può arrivare a commettere, ma anche che – siccome la vendetta ha sempre bisogno di uno strumento, di un mezzo – se siamo convinti che sia "giusta" e se l'ammettiamo come azione, vedendo questa tragedia si dovrebbe dire, coerentemente, quale migliore strumento sono stati i figli per attuare in maniera impeccabile tale azione, quale strumento migliore per "far crepare" di dolore Giasone tenendolo però in vita? 

 

 

 

 

F. Hayez, "Accusa segreta" (1847-1848)
F. Hayez, "Accusa segreta" (1847-1848)

 

La vendetta, infatti, si potrebbe dire essere una sorta di ristabilimento di un'equità rubata; si verifica a seguito di un'ingiustizia subita e la vittima decide di far provare con tutti i mezzi necessari lo stesso dolore, le stesse sofferenze, che lei ha provato, alla persona che gliele ha inflitte. Le atrocità esperite sono talmente grandi che si è disposti a tutto: nasce il desiderio di far capire cosa è stato fatto, di infliggere lo stesso dolore cancellando qualsiasi possibilità di felicità, di euforia che può provare il carnefice e tutto ciò diventa l'unico pensiero e motivo di sopravvivenza da parte della vittima: "mors tua vita mea". Ecco quindi che se la vendetta riesce, si pensa che attraverso di essa quell'equità rubata sia stata restituita. 

 

Il problema cruciale che si verifica in questo concetto è proprio la convinzione di aver ripreso quella "vita" che ci è stata tolta. Si guardi però l'assurdo: si ritiene terribile l'azione che si è subita; si pensa di aver compreso tale azione da una parte per il dolore brutale che si prova e dall'altra perché si afferma di essere stati vittima di ingiustizia, ma, se il carnefice per qualche assurdo motivo non viene giustamente punito, si decide di agire secondo vendetta e quindi altrettanto ingiustamente si infligge la stessa pena per lo stesso dolore (se non a volte anche peggio). 

 

Se ragionassimo, però, in una logica di equità, ci sarebbero azioni talmente malvagie che nessun'altra azione "specchio" riuscirebbe a far posizionare la bilancia in un equilibrio. 

 

E le domande che sorgono sono le seguenti: si è davvero sicuri di aver compreso ciò che è stato fatto dal carnefice se noi commettiamo lo stesso male? Come possiamo dire di comprendere un'azione malvagia, terribile, brutale se poi agiamo allo stesso modo? Sappiamo cos'è davvero l'amore se poi vogliamo la morte di qualcuno? Se vogliamo la sua sofferenza? L'amore non è forse qualcosa di universale? Ma se vogliamo il male di un altro individuo, come possiamo dire di conoscere davvero cosa vuol dire amare? Di cosa sia l'amore? Come possiamo capire le sofferenze, le atrocità che, per esempio, ha subito chi amiamo se poi vogliamo che, chi ha fatto ciò che ha fatto, subisca la stessa sorte? Cerchiamo di vedere il tutto da quella sola prospettiva che ci può davvero salvare, da quell'amore che diciamo di provare! 

 

Medea per far vedere a Giasone il dolore che aveva provocato tradendo un amore, annienta il frutto di quello stesso amore che vuole far riconoscere a Giasone, e non potendo smettere di soffrire vuole che anche lui soffra allo stesso modo se non anche di più; è disposta ad aggiungere altro dolore a quello che già prova solo per far soffrire anche lui. Come poteva Medea amare Giasone o i suoi figli? 

 

Ecco quindi che in questa sede non si cerca di trovare la soluzione di possibili pene da infliggere ma si tenta di mostrare come il concetto di vendetta si basi su una contraddizione: non si può pensare per amore di far soffrire qualcun altro, di torturare qualcuno. 

 

Si pensi a un medico, il suo lavoro, per antonomasia, è prendersi cura del prossimo. Ma i genitori allora? Non si prendono cura dei figli, e i figli non si prendono cura dei genitori? E i politici non si dovrebbero prendere cura dei propri cittadini e gli insegnanti non si prendono cura dei propri studenti? La professione del medico è universale. E dire che siamo medici è una metafora per farci comprendere meglio il nostro essere uomini. E può un medico voler uccidere qualcuno? Può voler torturare qualcuno? Può voler imprimere sofferenze a qualcuno? Il semplice fatto di pensare a ciò ci fa rabbrividire!  

 

Ma tutte queste considerazioni dove ci conducono? A un'affermazione sublime che Hugo fece nell'introduzione all'opera L'ultimo giorno di un condannato:

 

« […] Il delitto sarà considerato come una malattia, e questa malattia avrà i suoi medici che sostituiranno i vostri giudici, i suoi ospedali che sostituiranno i vostri ergastoli. La libertà e la salute si somiglieranno: dove prima venivano applicati ferro e fuoco si verseranno il balsamo e l'olio, si curerà con la carità il male che veniva curato con l'ira. Sarà semplice e sublime: la croce al posto del patibolo, ecco tutto. » 

 

23 gennaio 2019