Sguardi e corpi femminili nella filosofia contemporanea

 

Per le nuove generazioni ogni comprensione critica del presente è impossibile senza la rilettura delle pagine di grandi pensatrici.

 

di Ivana Rinaldi

 

 

Leggere il mondo, oggi, con uno sguardo di donna è necessario. Tanto più se si tratta di ripensare a quelle figure che molto hanno dato alla filosofia. Il nostro pensare, non più “neutro”, ci porta verso uno spazio speculativo con l’intelligenza del cuore. Il cuore che comprende è un invito,  attraverso il quale spazi mentali, parole e corpi, si fanno tutt’uno: un regalo che ha fatto la storia di noi donne, una storia per noi durissima, «Siamo state serve per secoli e secoli, ma questo ci ha fornito di un’umanità speciale che non può prescindere dai corpi, dai corpi vivi, dai loro bisogni e necessità». È da questa considerazione di Patrizia Caporossi in L’invidia di Aristotele ovvero della vir-tù (femminile) che possiamo provare a rileggere i pensieri di Simone Weil, Etty Hillesum e Rosa Luxemburg. Hanno in comune la loro origine ebraica, la fragilità fisica e l’incredibile forza d’animo, il loro sentire che da personale, oggi diremmo, è politico. Un sentire, personale e politico, per affrontare i grandi temi dell’esistenza, l’odio, l’amore, l’indifferenza, la compassione, l’esclusione, l’appartenenza, e per agire all’interno del quadro storico che è dato loro di vivere: «Non potresti desiderare di essere nata in un’epoca migliore di questa, in cui si è perduto tutto». (Simone Weil, Pagine scelte, Marietti, 2009).

 

Per le nuove generazioni ogni comprensione critica del presente è impossibile senza la rilettura delle pagine di grandi pensatrici. A partire da questa consapevolezza, rileviamo il valore della loro esperienza umana e intellettuale. Giancarlo Gaeta, già nel 2009, ci invitava a rileggere Simone Weil e i suoi scritti, dai quali avvertire l’onda lunga: «Il nostro compito, riguardo a lei, sebbene abbiamo l’illusione di trovarci in un’altra epoca storica e quindi con tutt’altri problemi da affrontare, per nostra fortuna, non così drammatici come quelli che occuparono le menti delle generazioni tra le due guerre, deve porsi in termini di contemporaneità, rispetto alle questioni che ella ha sollevato e che sono ancora le nostre questioni storiche» (Giancarlo Gaeta, Pagine scelte, cit.).  Nella sua breve esistenza, la filosofa francese, attraversa tutte le esperienze possibili, l’insegnamento, il lavoro in fabbrica, la guerra civile in Spagna, l’esilio, la Resistenza, fino alla morte precoce. Sempre dalla parte dei deboli. In una lettera a Bernanos, del ’38, rivela la sua formazione, iniziata a dieci anni, quando nella volontà di umiliare il nemico vinto, vide nascere in lei il sentimento di schierarsi dalla parte dei più deboli e a segnare precocemente la sua sensibilità ed intelligenza. Le sue riflessioni toccano ogni aspetto dell’esistenza: l’educazione, la pace, l’alienazione che nelle sue analisi si ripropone non solo come elemento caratterizzante della forza lavoro, ma come pura e semplice alienazione di ogni individuo, una condizione che appartiene a tutti, inoltre, le riflessioni sulla libertà e l’oppressione sociale, il potere burocratico, il rapporto tra le elités e il popolo, il radicamento. (A proposito, si veda: L’enracinement, pubblicato postumo in Francia nel 1949 e in italiano, La prima radice con la traduzione di Franco Fortini, 1954), il linguaggio, le aberrazioni dello stato sovrano: dall’antica Roma a Stalin. Con un’unica esigenza: capire con la mente e il corpo.

 

Simone Weil (1909-1943)
Simone Weil (1909-1943)

 

Il suo percorso religioso che la porta a convertirsi al cristianesimo, non le impedisce di gettare lo sguardo altrove e nel passato: in L’Iliade o il poema della forza, (Asterios, 2012), Simone Weil dimostra che dalla Grecia ha imparato che c’è un ordine del mondo che corrisponde alle dimensioni e alla struttura del nostro corpo (Quaderni, III, Adelphi, 1988). In uno dei suoi ultimi scritti: Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, divenuto poi L’enracinement, la grande filosofa afferma che non c’è nessuna possibilità di definire il rispetto della persona umana, ciò che in un uomo è sacro, non è la persona, che è una pura astrazione, ma la sua concreta, definita realtà fisica: braccia, occhi, pensieri. L’impegno politico, il lavoro in fabbrica, la partecipazione alla guerra civile in Spagna, ed infine la ricerca ossessiva di un coinvolgimento diretto nella lotta di Resistenza, tutto è vissuto sotto il segno di questa esigenza primaria: attraversare con la mente e con il corpo i problemi drammatici del proprio tempo. Per Simone Weil, la macchina sociale è diventata una macchina per infrangere i cuori, per schiacciare gli spiriti, una macchina per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia e soprattutto vertigine. La causa è chiara: viviamo in un mondo in cui nulla è a misura d’uomo, per lei, c’è una sproporzione mostruosa tra il corpo dell’uomo, il suo spirito, e le cose che costituiscono gli elementi della vita umana, tutto è squilibrio. Uno stato di cose così soffocante suscita qualche reazione individuale, l’arte e la letteratura ne portano le tracce, questa però non può incidere né sull’ambito del pensiero, né su quello dell’azione. Essa resta racchiusa nell’ambito della vita interiore. A partire dal fallimento del pensiero e dell’agire politico, caduto nel baratro del proprio tempo, si può immaginare e collocare la sua evoluzione verso la dimensione mistico-religiosa.

 

Etty Hillesum (1914-1943)
Etty Hillesum (1914-1943)

 

La stessa grande attenzione alla vita interiore l’ha data Etty Hillesum nel suo Diario (Adelphi, 2012). Scritto negli ultimi anni del suo percorso terreno, ella annota con cura emozioni, pensieri, paure, persone, riflessioni sulla vita intima e sessuale. All’inizio del Diario Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa e passionale. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. È ebrea, non osservante: i temi religiosi e morali la attirano, l’ebraismo è presente come sottofondo, o comunque come “comune appartenza etica” che condivide con la sua famiglia, i genitori e i fratelli, Mischa e Jaap. Sensibile,  luminosa, vitale, curiosa, introspettiva, affamata di conoscenza e di amore verso l’Altro, Etty ha una complessa vita interiore, ma è l’incontro con Julius Spier, fondatore della psicochirologia e allievo di Jung, a contribuire al suo sviluppo spirituale, al contempo ne è attratta anche fisicamente. Mentre la realtà cambia, in peggio, la giovane sviluppa il suo sentimento religioso, si avvicina a quel Divino Universale, profondamente attratta dal Divino che c’è in ognuno di noi. Il 26 agosto 1941 scrive: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio». Con il passare del tempo il suo “io” si dissolve: «Non siamo nient’altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo», per far posto al fluire dell’universo «devi farti passiva e ascoltare, riprendere contatto con un frammento di eternità». Ed è quel contatto con tutta l’umanità e con il divino che ha “in sé” che la rende più matura e profonda. Invita se stessa a non sopravvalutare le forze interiori: per la giovane ebrea olandese, l’educazione passa attraverso una profonda accettazione della propria “nullità: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. In lei, sottolinea Anna Stefi in Etty Hillesum e la gratitudine (Doppiozero, 15 gennaio 2019), «L’ambizione trattiene il dire, la vanità attorciglia, mentre è necessario il concedersi al fluire al mondo e stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Per coltivare questa attitudine è necessario togliere. Eliminare il ciarpame sempre presente. Il dono deve accadere e la dolcezza appartiena ad una logica del meno, di un vivere in perdita. La forza deve farsi umile: si tratta più radicalmente di quel disorientamento doloroso e al contempo interrogativo, per porsi davanti all’odio, all’ambizione, alla spinta al possesso. L’insufficienza, l’esser parte della Natura, si fa gratitudine e quindi motore». Quando la realtà della persecuzione si fa più forte, il suo Diario ne è testimone presente. Etty registra la voce degli amici scomparsi nei campi di concentramento, un altro giorno vede i negozi che vengono proibiti agli ebrei, un altro che non possono usare la bicicletta. Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente […] vogliono il nostro totale annientamento», ma lei pensa a come potrà essere di aiuto ai tanti che condividono lo stesso destino: tanto più il cerchio si chiude, tanto più ella acquista forza d’animo. Confinata a Westerbork, campo di transito, al confine olandese, da cui sarà deportata ad Auschwitz, Etty esalta quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato e la sua capacità di essere un “cuore pensante”. Se la tecnica nazista consiste nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle donne, su  di lei provoca l’effetto contrario. Anche nel pieno dell’orrore, riesce a respingere ogni attimo di odio. Per distruggere l’odio, dobbiamo prima distruggere l’odio che è in noi.

 

Rosa Luxemburg (1871-1919)
Rosa Luxemburg (1871-1919)

 

La stessa Rosa Luxemburg, di cui quest’anno ricorre il centenario della tragica morte, quando esce dalla categoria rigida della concezione materialista della storia soprattutto nella corrispondenza (Lettere 1893-1919), si avventura nel campo delle emozioni, della loro fecondità esistenziale e politica, rivelando un originale impasto tra fragilità e forza. Nella lettera destinata a Sonja Liebkenecht, pubblicata da Karl Kraus nella rivista Fackel, nel luglio 1920, Rosa si scopre straordinariamente calma e serena, nonostante il carcere. Confessa all’amica: «Me ne sto qui distesa e sola, in silenzio, nelle lenzuola dell’oscurità, e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore [...] Vorrei donarvi la mia inesauribile letizia». Altrove, rivela il sentimento della compassione (Un po’ di compassione, Adelphi, 2007) che si riversa sugli umani e sugli animali, creature viventi anch’esse. Poco si parla della sua vita sentimentale: nel libro di Paul Frölich, Rosa Luxemburg, si accenna alla sua relazione con Leo Jogiches, mentre nulla viene detto di quella con il giovane Costantin Zetkin, figlio della sua amica Clara. Nel film, invece, che le ha dedicato Margareta von Trotta, il tema della due relazioni viene esplorato scavando nell’intimo di Rosa e  tratteggiando il carattere di un’insolita e misconosciuta rivoluzionaria. Nelle ultime scene del film la sentiamo dire: «L’uomo affrettato da un’azione importante che, negligentemente, calpesta un miserabile verme, commette un crimine».

 

Anche la grande rivoluzionaria tedesca, criticata dai dirigenti socialisti in Russia, in Polonia, in Germania, perseguitata dopo il distacco dal partito socialista tedesco e la fondazione di Spartacus, percorsa da contraddizioni sul piano emotivo e politico, divisa tra rigida disciplina e spontaneismo, aveva un “cuore pensante”.

 

30 gennaio 2019