“2001: Odissea nello spazio”, ovvero come un Dio ci potrebbe salvare

 

Nel suo capolavoro del 1968, Kubrick, in netto contrasto con il resto della sua produzione cinematografica, sembra dipingere un possibile approdo felice per l’umanità, al termine di un’odissea galattica che la vedrebbe giungere con successo al rendez-vous finale con l’intelligenza cosmica che ne ha tracciato i confini del percorso evolutivo. Nell'epilogo del film scopriamo come oltre l'uomo ci sarebbe sempre e unicamente l'uomo, solo con un più elevato grado di consapevolezza di sé e del proprio posto nell’universo.

 

di Valter Di Giacinto

 

 

Nei tredici lunghi giorni tra il 14 ottobre del 1962, quando un aereo spia americano consegnò le prove fotografiche del fatto che l’Unione Sovietica stesse costruendo a Cuba basi missilistiche nucleari in grado di colpire gli USA, e il 28 ottobre, quando la crisi si concluse positivamente con l’accettazione da parte del Cremlino di smantellare le basi a Cuba, a fronte di iniziative analoghe degli Stati Uniti in Europa, l’intera popolazione mondiale si trovò a fronteggiare allibita la concreta possibilità di un’apocalisse nucleare.

 

Fu in tale clima di dilagante inquietudine che il regista Stanley Kubrick decise di dedicare al tema dell’imminente catastrofe bellica nucleare il suo film Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, dove, con i toni sarcastici della farsa, egli ci mostra un’umanità che perde letteralmente il controllo del proprio esorbitante e ultra-tecnologico apparato militare, finendo inevitabilmente per rimanerne essa stessa vittima. Negli stessi anni, come sappiamo, Martin Heidegger rilasciò la sua famosa intervista a «Der Spiegel», in cui sposava una simile prospettiva pessimistica sul destino dell’homo technologicus, giudicato emendabile ormai solo da un benigno intervento divino.

 

« La filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci può salvare. » (Martin Heidegger, Ormai solo un Dio ci può salvare, Intervista con «Der Spiegel»)

 

L’intervista, per espressa disposizione del filosofo, fu pubblicata solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1976. Né Kubrick, né Arthur C. Clarke, l’autore del romanzo da cui fu tratta la pellicola, nel dare vita a quella pietra miliare della storia del cinema che è 2001: Odissea nello spazio, avrebbero quindi avuto modo di venire a conoscenza della visione heideggeriana di un mondo le cui sorti erano ormai interamente nelle mani di un’entità esogena e, auspicabilmente, benevola. Sorprende quindi un poco constatare come – in quella che rimane l’unica opera del regista in cui non prevalga una visione cupamente pessimistica delle umane vicende – la prospettiva sui destini ultimi dell’umanità che gli autori decisero di consegnare al pubblico sia quanto mai prossima a quella evocata dal filosofo tedesco negli stessi anni.

 

 

Sebbene Kubrick abbia voluto mantenere un certo alone di mistero sul ruolo effettivamente giocato dal celeberrimo monolito nella trama della pellicola, ben più esplicito è stato Clarke nel fornire indicazioni, nel libro, sulla natura di tale enigmatica apparizione. Nel romanzo viene, infatti, narrato come dal monolito, miracolosamente apparso nella savana abitata da un gruppo di ominidi preistorici, sarebbe provenuto un raggio luminoso che aveva a lungo “scansionato” lo scimmione Moonwatcher (“Colui che osserva la Luna”), che si era nottetempo recato in prossimità dell’artefatto. A seguito di tale trattamento, l'ominide si era risvegliato il giorno dopo scoprendosi d’improvviso in grado di servirsi di alcune lunghe ossa disseccate al sole come clava per difendersi dalle minacce altrui e aggredire a sua volta.

 

Nella visione dello scrittore, l'abilità tecnologica non sarebbe quindi stata una conquista cui l’uomo è pervenuto autonomamente nel corso dell'evoluzione, quanto il risultato di un arcano esperimento di manipolazione condotto da entità aliene per finalità ignote. Esperimento consistente nell'innesto di facoltà intellettive superiori nell'alveo di forme viventi ancora primordiali, ma in qualche misura ritenute “promettenti” agli occhi dell’intelligenza astrale (a ben guardare, in ciò l’autore non fa quindi che riproporre l'antico mito greco di Prometeo).

 

Con il progredire della narrazione, scopriamo come la sperimentazione prevedesse più tappe. Deposto nell'uomo il seme dell'abilità tecnica, si attende innanzitutto che il soggetto “trattato” sviluppi col tempo capacità tecnologiche tali da consentirgli di viaggiare nello spazio: ovviamente a partire dalla Luna. Ed è di conseguenza proprio sulla Luna che l'intelligenza aliena pone la seconda pietra miliare dell'esperimento. Sul satellite terrestre l'umanità si trova, infatti, nuovamente dinanzi il monolito. Stavolta però non è più necessaria alcuna “manipolazione” diretta del soggetto per proseguire nella prova: giunti a questo punto, l'homo sapiens è infatti in grado di procedere con le proprie forze e si tratta quindi solo di fornirgli le coordinate della rotta interplanetaria che lo condurrà al terzo, e definitivo, rendez-vous con il monolito.

 

Nel caso di successo della missione – che si scoprirà essere tutt'altro che scontato, in quanto sarà proprio la più sofisticata tecnologia di cui l'umanità si è nel frattempo dotata (il prodigioso cervello elettronico HAL 9000, che ci appare qui come una sorta di reincarnazione dell’ordigno-fine-di-mondo che avevamo visto all’opera nel Dottor Stranamore) a rischiare di farla miseramente fallire – quest'ultimo incontro sancirà la definitiva riuscita dell'esperimento. Ossia, la fine stessa dell'umanità e la sua simultanea rinascita in una dimensione oltre-tecnologica e finalmente pacificata, simbolizzata dall'estinguersi dell'astronauta Bowman e dal suo risorgere come bambino astrale (Star Child). L'approdo ultimo del Figlio delle stelle” (Star Child si può rendere in italiano anche in tale accezione) non sarà però nello spazio galattico, ma ancora e sempre sul pianeta Terra. Come quella dell'Ulisse omerico, l'odissea dell’astronauta Bowman è infatti anch'essa un viaggio di ritorno in patria.

 

 

Una breve notazione conclusiva. Se la lettura in chiave di “esperimento manipolativo” del film è valida (e lo è senz'altro se si fa riferimento al romanzo da cui esso è tratto), appaiono abbastanza fuorvianti le interpretazioni dello Star Child alla luce del super-uomo o oltre-uomo teorizzato da Nietzsche come approdo finale della vicenda umana, che pure sono state avanzate dagli esegeti. Nell'Odissea di Clarke e Kubrick l'uomo agisce infatti sempre e solo assecondando, nei limiti delle proprie capacità, un progetto che è totalmente alieno da sé: tutt'altro quindi che il trionfo della nicciana volontà di potenza, a ben vedere.

 

Tuttavia, benché sia eterodiretto, il disegno dell'esperimento narratoci da Kubrick nell'Odissea ci appare, a conti fatti, bello, buono e giusto. Non spetterebbe quindi all'uomo altro compito se non quello di assecondarlo pienamente, captandone e interpretandone correttamente i segnali e agendo in maniera da compiere fino in fondo la propria missione. Vediamo allora, in conclusione, riaffiorare in 2001: Odissea nello spazio la prospettiva leibniziana del migliore dei mondi possibili, che già tanto aveva affascinato lo stesso Isaac Asimov ne La fine dell'eternità. Nell'epilogo del film scopriamo, infatti, che oltre l'uomo c'è sempre e unicamente l'uomo, solo con un grado più elevato di consapevolezza di sé e del proprio destino, del proprio posto nell’universo sconfinato.

Alla luce dell’Odissea, la stessa posizione, profondamente pessimistica, in merito alle concrete possibilità di un definitivo approdo dell’umanità a una nuova età dell’oro, sposata dal regista in tutte le sue rimanenti opere, ci appare in una differente prospettiva. Non esisterebbe, infatti, una condanna al fallimento emessa ab origine. L’esito catastrofico che appare pararcisi di fronte sarebbe piuttosto da ascrivere alla persistente cecità dell’umanità stessa, che con occhi disperatamente serrati (e Kubrick titolerà proprio Eyes wide shut il suo ultimo film) non si avvede del disegno divino che regge le sorti proprie e dell’universo intero, finendo per invischiarsi in pratiche auto-manipolatorie sempre più sofisticate che non fanno che allontanarla inesorabilmente dagli esiti felici e pacificati che pure sarebbero di per sé possibili.  

 

7 maggio 2019