Stigma e arte: due facce della stessa medaglia?

 

L’ignoranza della società porta molto spesso all’esclusione di alcuni soggetti, attraverso un processo di stigmatizzazione, soffermandosi troppo sulla mera apparenza e non andando oltre a quello che risulta di facile comprensione, perché non vi è un’analisi approfondita dell’apparenza stessa. L’artista, in quanto tale, va oltre l’ideologia comune e cerca di portare all’interno della società una Idea nuova, rivoluzionaria, che, quando non viene capita e accettata, sembrerebbe far ricadere l’artista stesso nel vortice della stigmatizzazione.

 

di Alice Polerà

Stigmatizzare o stimmatizzare è un termine che deriva dal greco tardo stigmatizein ‘marchiare, bollare’, da stigma e significa non soltanto imprimere delle stigmate, cioè marchi o piaghe sul corpo, ma va a definire anche quanto accade in un fenomeno molto diffuso, che attraversa tutte le epoche, fino al giorno d’oggi. Nell’ambito della sociologia, più precisamente, possiamo definire il processo di costruzione mentale della stigmatizzazione, cioè l’esclusione di un singolo, o di una minoranza, da parte del resto della comunità. Al soggetto stigmatizzato viene attribuita una connotazione negativa, tale da farlo allontanare poiché egli, per i suoi aspetti fisici o caratteriali, si procura la nomea di diverso, strano, deviato o, meglio ancora, folle. Questi presenta delle caratteristiche che si discostano dalla visione comune, e quindi accettata, e proprio per tale motivo contro i soggetti stigmatizzati si abbattono tutti i giudizi più riprovevoli. La stigmatizzazione porta ovviamente all’incremento della discriminazione e dello stereotipo. Facendo diffondere un’ideologia malata e ottusa a una percentuale della società sempre più grande.  

A tal proposito, Erving Goffman, sociologo canadese, considerato il teorico principale di tale fenomeno scrive agli esordi dell’opera Stigma. L’identità negata:

 

« Definirò normali noi e quelli che non si discostano per qualche caratteristica negativa dai comportamenti che, nel caso specifico, ci aspettiamo da loro. […] Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana […] Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità. » 

 

Bisogna di certo anche sottolineare che molte volte i soggetti stigmatizzati sono portatori di handicap; ciò non toglie però che vi sia anche un altro problema di fondo, cioè che tali individui alienati, definiti come problematici, merce di scarto, malati (sempre che i veri malati siano loro) sono soggetti alla grande ignoranza della popolazione che fa sì che essi siano neutralizzati. Questi mostri, che non appartengono alla massa, che nessuno riesce a comprendere, irrazionali, difettosi, scherzi della natura subiscono una soppressione, poiché questa pratica sembrerebbe non fare altro che portare al bene dell’intera società.

Non è un caso che lo stesso filosofo Herbert Spencer considerasse gli uomini suddivisi in superiori ed inferiori, e che quest’ultimi fossero il male di tutta la società, coloro che rallentavano il progresso, lo sviluppo, e per di più portavano a una generale infelicità. Proprio per questo egli sosteneva che anche fra gli uomini, non solo fra gli animali, vi fosse la necessità di eliminare gli esseri inferiori poiché «lo sviluppo di creature più elevate costituisce un progresso verso una forma di esseri capaci di una felicità non diminuita da quei difetti». (Social Statics, 1851)

 

Sorge, però, un nuovo inghippo: come possiamo suddividere la popolazione in inferiori e superiori? Potremmo dunque identificare con inferiori i soggetti stigmatizzati e in superiori il resto della popolazione? Tale analisi non è di certo così semplice come possa sembrare di primo acchito.

Spesso infatti la società ha costruito una mentalità, quasi un film dell’orrore, nella quale vi sono da una parte i buoni, la maggioranza e poi c’è il diverso, lo strano, lo straniero, il deviato che si allontana dalla massa, che rispetto a quello che a noi pare normale, sembra avere un’altra visione delle cose, incomprensibile, per certi aspetti irrazionale. Potremmo dire che il diverso rappresenti quella macchia d’inchiostro scivolata in mezzo alla pagina bianca, egli sembra dunque rovinare l’unità delle idee, si discosta troppo dai grandi valori che una società così unita (o almeno a quanto si vuole credere) ha costruito sino a quel punto. Ma siamo sicuri che non sia quella pagina bianca, asettica, vuota a non essere malata, a non avere un pensiero così povero, debole, inutile, sciocco ad essere il problema, e quel puntino nero, che non sia forse l’unica cosa di ragionevole in mezzo a tutta quella nullità? Non a caso nonostante la soppressione di questi soggetti, molte volte le loro Idee sono rimaste ancora oggi. Infatti come si dice nel film V per Vendetta:

 

« Ci insegnano a ricordare le idee e non l’uomo, perché l’uomo può fallire. L’uomo può essere catturato, può essere ucciso e dimenticato. Ma quattrocento anni dopo, ancora una volta un’Idea può cambiare il mondo. »

 

Di personaggi conosciuti stigmatizzati ne abbiamo avuti molti, a bizzeffe, ogni giorno, anzi, siamo noi i primi a stigmatizzare. Se si fa riferimento al campo dell’arte, Vincent Van Gogh, considerato come un pazzo sfrenato ne è l’esempio lampante. Egli, uno dei maggiori rappresentanti della corrente artistica del Post-Impressionismo, era un pittore nato nel 1853 a Zundert, in Olanda e vissuto a lungo in Francia, dove concluderà la sua vita suicidandosi.

Egli incarnava benissimo tale frase: «i pazzi sono dei soggetti perfetti: parlano e nessuno li ascolta» (Shutter Island). Dipingeva e nessuno lo ascoltava, nessuno apprezzava le sue opere, nessuno aveva piacere di avvicinarsi a lui o alle sue Idee.

Molti critici lo definiscono come un’artista di grande sensibilità e per tale motivo molto tormentato; a causa della sua instabilità mentale, fu più volte ricoverato. Si dice che il suo stato di salute oscillava da momenti di piena lucidità ad altri di pazzia, con allucinazioni e crisi, beveva molto e spaventava il resto della società per questi suoi aspetti incomprensibili. Fu allontanato, o in parte volle egli allontanarsi dalla gente che non lo capiva, ma soprattutto non si impegnava a capirlo, ponendo un muro invalicabile e strozzando subito il confronto.

Fin dagli esordi del film Sulla soglia dell’eternità, che ripercorre la vita di Van Gogh, del regista Julian Schnabel, emerge infatti la solitudine e la voglia di potersi unire agli altri, di non essere abbandonato anche nella semplici gesti  della quotidianità:

 

« Voglio solo essere uno di loro. Vorrei sedermi con loro e bere qualcosa e… parlare di tutto. Vorrei che mi offrissero del tabacco, un bicchiere di vino o anche solo che mi chiedessero “Come stai, oggi?” Al che io risponderei e ci metteremmo a parlare. E di tanto in tanto io abbozzerei qualche loro ritratto, come dono, loro forse accetterebbero e lo conserverebbero da qualche parte e una donna... mi sorriderebbe e mi chiederebbe “Hai fame” “Vuoi mangiare qualcosa? Una fetta di prosciutto, del formaggio o forse un frutto...” »

 

 

Analizziamo ancora uno degli episodi più noti della vita di Van Gogh: la mutilazione con un rasoio dell’orecchio sinistro poi minuziosamente avvolto con della carta, avvenuto ad Arles nella sera del 23 Dicembre 1888.

Perché un personaggio del genere dovrebbe autoinfliggersi di sua sponte un così crudele e disgustoso gesto?

Molte teorie sono state avanzate riguardo le motivazioni che hanno portato all’accadimento di ciò: dal non essere riuscito a sopportare l’allontanamento volontario dell’amico Paul Gauguin, a una lite con quest’ultimo, o, secondo un’ipotesi più recente, a causa delle nozze del fratello minore Theo, da cui il pittore dipendeva anche economicamente.

Qualsiasi sia la motivazione, ciò fa ricadere Van Gogh in quella sfera di pazzia, follia, instabilità tale da portarlo a farsi anche del male. Questo gesto, come tanti altri va, ancora di più a costruire intorno al pittore quella prigione che caratterizza il soggetto stigmatizzato, incarcerato a causa della sua diversità. Tuttavia tale mutilazione, per quanto possa sembrare irrazionale, è carica di significato, poiché nel suo farsi male, egli non fa altro che esprimere la sua condizione interiore, una tempesta di sentimenti che lo stanno piano piano uccidendo, egli semplicemente fa emergere la sua insofferenza, il suo dolore.

Eppure tutto ciò non fa che alimentare quel contorto e sprezzante fenomeno dello stigmatismo, ben racchiuso nelle parole della dottoressa Rachel Solando, interpretata da Patricia Clarkson nel film Shutter Island: «Lei crede che sia pazza… e se dico che non sono pazza, non serve a granché, no? È la geniale trovata kafkiana. Quelli dicono tutti che sei pazza e le tue proteste per confutarlo confermano solo quello che dicono loro.»

Non a caso, proprio per tale motivo verrà rinchiuso nell’ospedale di Arles in Francia.

All’interno del film sulla vita di Van Gogh, la scena relativa alla discussione che vi è fra Vincent e Felix Rey, medico dell’ospedale, dopo essersi tagliato l’orecchio, è eccezionalmente significativa.

 

« Vincent Van Gogh: Dentro di me c’è qualcosa, non so cosa sia. Vedo cose che nessun’altro vede. Questo mi spaventa e a volte ho paura di impazzire. Ma poi dico a me stesso, farò vedere quello che vedo io ai miei fratelli umani che non riescono a vederlo, è un privilegio. Io posso dare loro speranza e fortuna.

Felix Rey: Lei confonde le persone, e confonde se stesso con i suoi quadri.

Vincent Van Gogh: Io sono i miei quadri. »

 

Van Gogh era considerato un artista mediocre, anzi non un artista, perché non raffigurava quello che la gente voleva vedere tanto che il suo rendimento presso la Goupil & Cie, casa d’arte parigina era molto scarso, o quasi nullo; si sa infatti che Van Gogh vendette un solo quadro in vita “Il vigneto rosso”. Eppure egli voleva impegnarsi a pieno all’interno della società, come portatore di un messaggio universale. Ma come poteva raffigurare la visione degli altri se la sua visione era totalmente diversa da quella che gli altri vedevano? O meglio, riuscivano a vedere?

Il punto sta in questo: era la società a non riuscire a comprenderlo o era lui semplicemente un deviato mentale, degno di essere rinchiuso in un manicomio e di non essere ascoltato? 

Ma partiamo da un concetto basilare: molti, per non dire quasi tutti, non lo definivano un artista; cerchiamo allora di sciogliere uno dei nodi più complessi al fine di analizzare l’emblematica figura di Van Gogh: chi è un artista? E soprattutto che cos’è l’arte?

All’interno del film Van Gogh dice:

 

« Pensavo che un artista dovesse insegnare come guardare il mondo. Ma non lo penso più. Ora penso solo al mio rapporto con l’eternità […] Tempo che deve ancora venire. »

 

La prima parte della frase sembra ricalcare sinteticamente quanto il filosofo Hegel, sosteneva nell’Estetica. Questi definisce che cosa sia l’arte come una purificazione, potremmo dire una melodia, senza stonature, attraverso la quale la figura dell’artista dovrebbe essere in grado di mostrare un lato affinché possa emergere anche quello che non si vede cioè il contenuto nascosto. 

Una raffigurazione deve infatti comunicare un’Idea; il problema è dunque il seguente: come si può comunicare un’idea, un qualcosa di così importante e immenso, attraverso una semplice tela, o un semplice foglio di carta? Proprio qui sta appunto, la bravura dell’artista. Molte volte accade infatti che la mera imitazione di quello che ci appare, raffigurato con minuziosa precisione, non basta, non è in grado di far passare all’osservatore alcun sentimento, alcuna emozione, alcuna Idea. Proprio perciò l’artista deve essere in grado di far presente il significativo, cioè l’ideale che egli vuole esprimere, ma tutto ciò è possibile soltanto se è riuscito ad eseguire dentro di sé un processo di studio approfondito, poiché l’artista dopo essersi fermato a scrutare, guardare, toccare con gli occhi e con tutti gli altri sensi la natura, deve analizzare anche dentro di sé tutto ciò. Arte è quindi ricerca senza fine, ricerca di ciò che può mostrare al meglio un’Idea. Questa ricerca insistente e martellante, compiuta anche dallo stesso Van Gogh è il risultato della necessità di trovare un soggetto che possa al meglio raccogliere quanto più possibile l’universalità dell’idea. In un ritratto non vedremo mai Van Gogh realizzare il singolo dettaglio del viso, poiché non è quello il suo scopo, egli non vuole realizzare la fotografia del soggetto che ha di fronte, vuole piuttosto realizzare la fotografia  di un qualcosa che è oltre la fotografia stessa.

Non a caso vi è la necessità di togliere tutto ciò che intacca il valore che si vuole far presente e tenere soltanto l’essenziale, bisogna tralasciare ciò che macchia, nasconde, cela il concetto. Bisogna far in modo che quel quadro sia portatore, nella sua particolarità, di un concetto che risulti il più universale possibile. Proprio per questo possiamo dire che un’opera d’arte è anche spirituale, nel senso che per essere ricordata, deve essere portatrice di un’idea, anzi l’artista deve essere portatore dell’idea, o meglio ancora, essere, incarnare l’idea stessa

La seconda parte della frase fa riferimento al fatto che egli si rende conto di come non riesca a comunicare con il resto del mondo quali fossero le sue idee. Possiamo allora asserire che egli non fosse un bravo artista? Sarebbe un giudizio frettoloso e poco corretto.

Perché oggi le sue opere studiate, analizzate insieme alla sua vita, e le sue esperienze mostrano che lui fu veramente in grado di mostrare qualcosa che non riuscivano vedere? Non c’è più cieco di chi non vuol vedere, si può dire in questo caso. Ha forse Vincent sbagliato epoca? Potremmo dire di no, perché è proprio vero che il suo legame con l’eternità è stato più stretto di quanto si potesse credere, non si è fermato lì, come la sua Idea.

Eppure Van Gogh nonostante tutte le difficoltà, le critiche e i periodi di autocommiserazione, sembrerebbe non aver mai messo in dubbio il suo talento come si può comprendere da una sua massima:

 

« Se oggi non valgo nulla, non varrò nulla nemmeno domani; ma se domani scoprono in me dei valori, vuole dire che li possiedo anche oggi. Poiché il grano è grano, anche se la gente dapprima lo vedeva erba. »

 

Oggi i suoi quadri valgono centinaia di milioni di euro, e ciò non vuole far emergere soltanto il valore economico delle opere, ma il valore economico di tali Idee che non hanno prezzo. Che sia stato così tanto visionario, il nostro Vincent? Forse egli la soglia dell’eternità, non l’aveva semplicemente raggiunta, ma anche superata. 

 

19 aprile 2019

 




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