Il peso della libertà in Sartre

 

Il libero arbitrio, ovvero la capacità di scegliere e di decidere il proprio agire. La libertà di essere chi vogliamo senza determinismo o destino prestabilito. L'idea per cui la vita dipende interamente dalle nostre azioni. È questa la terribile filosofia a cui ci inizia Jean-Paul Sartre, uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo, uno degli intellettuali più influenti e discussi del XX secolo. 

 

di Consuelo Luzietti

 

Annibale Carracci, "Ercole al bivio" (1596)
Annibale Carracci, "Ercole al bivio" (1596)

 

In Sartre il pensatore e il filosofo si amalgamano nell’uomo che vive la sua filosofia, influenzando intere generazioni del secondo dopoguerra. Con lui infatti la filosofia torna ad essere praxis. I filosofi non sono più accademici che pensano e basta, studiosi che dall’alto della loro conoscenza guardano il mondo con occhio critico e distaccato, ma vivono nei locali notturni, si occupano di vita reale, fanno filosofia su questioni esistenziali e pratiche. Un tale approccio alla filosofia non poteva lasciare indifferente l’Europa post-bellica e milioni di giovani presero a definirsi “esistenzialisti”, spesso associando a tale termine uno stile di vita anticonvenzionale e talvolta scandaloso, investendo anche l’ambito della moda, con il canonico lupetto e il basco, divenuti simbolo di una generazione e di una ricerca di senso da dare alla vita.

 

Arbechtr Dürer, "Melancolia" (1514)
Arbechtr Dürer, "Melancolia" (1514)

La società dell’epoca è devastata dalle due guerre mondiali, i valori borghesi entrano in crisi, Dio è morto – come profetizzò Nietzsche – e la società brancola nel buio con l’obbligo di dover ricostruire una morale, mentre la popolazione è votata al nichilismo. La risposta di Sartre, giovane professore di Le Havre, non si fa attendere: nel 1938 esce La nausea

 

Il protagonista Antonio Roquentin, immerso nella solitudine, tiene un diario dal quale emergeranno i temi fondamentali della produzione sartriana. Giorno dopo giorno Roquentin si accorge dell'assurdità e della pura contingenza della realtà. Il mondo, così come la nostra esistenza, non ha un senso a priori, l'uomo non è voluto da nessuna entità superiore, non è necessario o frutto di una deliberata volontà. 

 

Siamo in questo mondo per caso, gettati e nati in una pura contingenza: «L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è esser lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre». (Jean-Paul Sartre, La nausea) Con queste parole Sartre ci dice che il nostro essere non ha il diritto di esistere, quel diritto patriarcale è figlio di una certa cultura borghese e positivista. Non c’è nessuna ragione di esistere, ma siamo in questo mondo e dobbiamo vivere nostro malgrado. La consapevolezza della pura esistenza  ̶  «io esisto  ̶  il mondo esiste  ̶  ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto»  ̶  privata del diritto e della sua sacralità e necessarietà porta l’uomo ad un senso di estraniamento e inquietudine: «eravamo un mucchio di esistenti impacciati imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d’esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri». La presa di coscienza della assoluta contingenza rende la vita non giusta e buona di per sé, senza un valore intrinseco, dovuto e necessario. Questa conclusione non porta però ad una rinuncia o ad una staticità, anzi, in Sartre prende la direzione di un attivismo impegnato: «La vita ha un senso se ci si sforza di dargliene uno. Bisogna soprattutto agire, gettarsi in qualche impresa». Dunque la vita acquista senso tramite le nostre azioni, uniche responsabili del senso della vita.

 

Da un punto di vista ontologico Sartre afferma che “l’esistenza precede l’essenza”, ovvero l’uomo prima esiste, poi si definisce, e solo dopo darà un senso alla sua vita tramite le scelte. Per Sartre la vita non ha un senso di per sé, siamo noi a darglielo attraverso il nostro agire.

 

Siamo liberi, ci dice Sartre. Partendo dal presupposto che Dio non esiste, il filosofo-scrittore invita gli uomini a prendere sul serio questo concetto, il quale porta ad una rimessa in discussione di tutta la morale. «Se dio è morto tutto è permesso» disse Dostoevskij e Sartre prende sul serio la morte di dio con tutte le conseguenze che ne derivano. L’uomo deve inventarsi totalmente da sé. Deve decidere una propria morale. Gli eventi sono talmente incalzanti che non può non scegliersene una: la esplicherà attraverso l’agire. È importante ricordare che ogni vita dipende interamente da chi la conduce e dalle scelte che il soggetto prende, poiché «l’uomo è condannato ad essere libero». Qui Sartre si allontana da tutte le filosofie a lui contemporanee che invece andavano verso un determinismo sempre più calzato e personale, in cui l’uomo sembrava non avere libertà. 

 

È questa “possibilità di scelta”, a cui ci espone la sua dottrina, a spaventare, come afferma lo stesso filosofo nell’opera L’esistenzialismo è un umanesimo, frutto di una conferenza tenuta a Parigi nel 1945, nata dal tentativo di spiegare la sua dottrina ad un vasto pubblico e primo tentativo del secolo di portare la filosofia fuori dalle aule universitarie. Il fascino della sua esposizione è totalizzante. È un inno all’azione e alla libertà, spogliato di quel trionfalismo ottocentesco e primo novecentesco. La vita secondo Sartre non è nulla prima di essere vissuta e il suo valore è il senso che le viene dato. Il nichilismo tipico dell’epoca viene preso, accettato, fatto proprio e trasformato nel suo opposto: se non c’è un senso a priori non significa che dobbiamo adagiarci nella sua assenza, ma dobbiamo crearlo noi stessi, progettare la nostra esistenza nella totale libertà. L’esistenzialista è libero, non condizionato da valori prestabiliti: si deve impegnare a sottoporre a indagine critica i propri valori, i quali, per farsi reali, devono esprimersi in azioni. Per l’esistenzialista infatti esiste solo ciò che si fa, esiste l’azione, non l’intenzione o i presupposti, dunque la verità non è vera se non è vissuta. L’intenzione, se non si concretizza, è il nulla e conta solo ciò che si è stati e non ciò che si è creduto essere o pensato di essere. 

 

Gustav Klimt, "Bosco di betulle" (1902)
Gustav Klimt, "Bosco di betulle" (1902)

 

Per Sartre non esiste via di scampo, si è pienamente responsabili della propria vita e questo non può che generare orrore «perché, spesso, esse [le persone] hanno un solo modo di sopportare la loro miseria, ed è di pensare: "Le circostanze sono state contro di me, io valevo molto di più di quello che sono stato".» Questo per l’esistenzialista non è possibile. L’uomo non può giustificare una vita “venuta male” dando la colpa alle circostanze o al destino avverso, ma tutto ricade su di lui, e deve avere la forza di crearsi da sé e assumersene pienamente la responsabilità. Chi si autogiustifica è un uomo in "malafede": così li chiama Sartre ne La nausea e così sono gli uomini borghesi.

 

La libertà dell’uomo appare dunque non solo come condizione positiva, ma l’uomo ne sente tutto il peso in quanto ha delle responsabilità, per sé e per gli altri, e la responsabilità produce angoscia. Questa  è la condanna dell’uomo libero, costretto perennemente a scegliere senza paletti imposti, che rendono ingabbiati ma sicuramente più sereni e sicuri. D’altronde, per l’esistenzialista non può esserci una morale universale, unica e, perciò, legittimamente imposta; per lui tutto diventa dubbio, riconsiderazione, invenzione: è abbandonato e non trova in sé e fuori di sé possibilità di ancorarsi. È questo il prezzo della libertà, libertà che per Sartre deve essere il significato ultimo degli atti dell’uomo di buona fede. 

 

5 novembre 2019