Joker supera il disagio della civiltà e diventa superuomo

 

«Gli uomini hanno barattato un po’ di felicità in cambio della sicurezza»: questo è il grande messaggio che ci ha regalo Sigmund Freud nel suo Disagio della civiltà. La felicità ha evidentemente un prezzo, un prezzo che va pagato in parte alla propria coscienza (Super-io) in parte a quel grosso apparato – che ricorda il Leviatano hobbesiano – che è la società. Ma cosa potrebbe accadere se, per un attimo, ci dimenticassimo dei nostri padri severi della coscienza ed assecondassimo esclusivamente le nostre pulsioni?

 

di Giovanni Manco

 

 

Freud, padre della psicanalisi, ha ideato quella che è conosciuta ancora oggi come topica della psiche. Non essendo questa una lezione di psicoanalisi, ci ridurremo a presentare la cosiddetta topica strutturale e lo faremo in maniera piuttosto sintetica. La psiche umana presenta la seguente divisione strutturale.

1) L’Es: è il calderone disorganizzato e potente di tutte le pulsioni umane. È qui che risiedono tutte le aggressività, le sessualità, e le immagini più recondite della nostra mente. Nell’es, le immagini possono galleggiare in maniera indisturbata e senza inibizioni.

2) Il Super-Io: è il padre severo della nostra mente, un filtro attraverso cui passano le immagini dell’Es per essere “purificate” e “ripulite” prima di passare all’esterno. Il Super-Io è la risultanza del bagaglio etico e valoriale dell’individuo, una coscienza che vergognandosi di quello che l’es è riuscito a produrre provvede e ripulirlo.

3) L’Io: svolge tutto quello che è riconducibile alla parte vigile e manifesta dell’uomo, è la sintesi tra ciò che ha prodotto l’es e ciò che ha inibito – o non inibito – il Super Io.

 

Sarebbe troppo riduttivo dire che Arthur abbia un Super-Io troppo poco severo: l’implosione delle pulsioni cattive del protagonista ha un processo ben più complicato che è rinvenibile lungo la pellicola del film. Arthur, a ben vedere, ha un discreto impianto valoriale al quale tiene fede: è una brava persona molto fedele alla madre; si scusa e quasi si sente in colpa del suo disturbo che lo spinge a ridere a crepapelle anche nelle circostanze più serie; gioisce del suo lavoro – clown di corsia – in quanto unica via a sua disposizione per realizzare il suo desiderio di portare gioie e risate nel mondo; è innocentemente spaventato nel toccare per la prima volta un’arma da fuoco; è piacevolmente ammaliato dalle attenzioni della sua vicina di casa. Insomma, comportamenti umani – o troppo umani, per dirlo come lo direbbe Nietzsche – che mai e poi mai avrebbero fatto presagire il destino da criminale del personaggio.

 

L’impressione sembra essere, piuttosto, quella che il Super-Io sia stato messo a dura prova dalla realtà circostante nella quale è cresciuto Arthur. Il disagio della civiltà è palpabile nel fatto che la sua prestanza morale non abbia trovato un riscontro positivo nel mondo, un mondo dal quale si sente abbandonato e deriso. I pestaggi subiti – prima per strada poi in metropolitana – sono solamente un assaggio del grande dolore che Arthur è costretto a subire e che trova il culmine in due “mali emotivi” che evidentemente non è riuscito a superare: il tradimento della madre e la calunnia del suo idolo Murray Franklin. A quel punto è come se la topica strutturale del nostro personaggio avesse subito uno scossone talmente forte da romperne pareti e confini, unendo il tutto in un’unica massa di risentimento e follia.

 

S. Freud (1856-1939)
S. Freud (1856-1939)

 

Ecco allora come Joker è riuscito a superare quel disagio di cui parlava Freud: quasi come un Superuomo, Arthur, dà un calcio ai valori frenanti ed inizia ad assecondare quei pensieri che egli stesso – in un passaggio del film – ha definito “sempre negativi”. Questa trasformazione del personaggio è riscontrabile anche i due modi di porsi che fanno da bandierina ad inizio e fine film. Nelle prime battute sentiamo il protagonista dire – anzi, scrivere su una pagina del suo diario –: «spero che la mia morte abbia più senso della mia vita», per concludere poi con: «Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, ma ora capisco che è una commedia». Joker pare abbia subito un risveglio della coscienza e si sia risvegliato da un brutto sogno nel quale egli stesso era l’oggetto della calunnia collettiva nonché l’emblema di una società che non supporta tutti i suoi membri, lasciando indietro i più deboli. È qui che ha inizio il suo riscatto sociale. No, la felicità non si ottiene barattandola in cambio della sicurezza. La felicità – per Joker – si ottiene fregandosene della sicurezza e della società (come essa stessa ha fatto con lui) ed assecondando la propria realtà istintuale. Difficile dire se Arthur fosse davvero felice alla fine del film – e quindi del suo iter psicologico – ma il ballo trionfale che esegue con la folla acclamante ci lascia immaginare di sì.

 

Joker ha liquidato l’impianto “filosofico” di Freud, avvicinandosi piuttosto a quello nietzschiano. L’unica differenza sta nel fatto che questo superuomo più che risultato di una volontà di potenza, è risultato della delusione nata nei confronti di una società infame che pensa a combattere i super-ratti piuttosto che i super-demoni delle persone che soffrono nel loro piccolo angolo di quotidianità. E chissà quanti Joker, lasciati a loro stessi, si nascondono nelle strade del nostro paese e del mondo. Qualcosa, da questo film, possiamo sicuramente imparare. 

 

6 novembre 2019