Potere e Verità

 

Breve riflessione su come il Potere si relaziona con la conoscenza e come comprendere questa relazione può aiutarci a interpretare le questioni politiche del nostro tempo.

 

L. J. Lebrun, "Discorso di Socrate"
L. J. Lebrun, "Discorso di Socrate"

 

 

Il Potere è la condizione detenuta da uno o più membri del corpo sociale tale da mettere questi ultimi in condizione di impedire a uno o più soggetti di opporre il proprio rifiuto alle più svariate richieste o direttive. Il Potere, per sussistere, è costretto ad impegnarsi nell’incessante ricerca della propria legittimità. Questa, tuttavia, non è una questione di pura forza politica: essa è un sistema complesso, che investe non solo l’aspetto esteriore, sociale, del soggetto, ma anche la sua interiorità, le sue convinzioni più profonde. È dunque per la struttura stessa della legittimità che il Potere ha sempre cercato punti d’appoggio in ambiti artistici, emotivi, spirituali e, in generale, non prettamente politici: se il Potere fosse una questione puramente politica, la sua vittoria si esaurirebbe nell’atto dell’eliminazione, fisica o politica, dell’avversario. 

 

L’onnipervasività è una caratteristica che ogni potere ha quantomeno agognato, con qualche esperienza che è arrivata estremamente vicina alla realizzazione di questo obiettivo. Tra le questioni che il Potere si pone per giungere al proprio obiettivo, spicca la questione della Verità, tappa obbligatoria per ogni processo di legittimazione. Partiamo da una domanda: il Potere è forse nemico della Verità? Può esserlo, senza dubbio, ed infatti lo è stato. Se il vero, oggetto della scienza intesa come disciplina di tutto ciò di cui si possa dire “lo so”, dovesse mettere in subbuglio i dogmi sui quali si regge il Potere, esso inizierebbe ancora una volta una vera e propria lotta contro la Verità, come già accaduto in passato. La verità è dunque sovversiva? Il Potere è dunque menzognero? No: molto più semplicemente le due cose non sono sovrapponibili. La verità e il discorso intellettuale devono svilupparsi indipendentemente da ciò che l'effettualità storica corona come l'esistente, con i suoi sistemi di potere. Lo studio dell’antropologia e della storia ci insegna come intere strutture di potere possono benissimo fondarsi su assurdità e menzogne. I re taumaturghi sono eletti re dalla Storia, non dalla Verità. Il Potere ha, dunque, sempre dovuto trovare un modo di relazionarsi alla Verità. Ciò è già testimonianza di come Potere e Verità siano due cose distinte: se occupassero il medesimo spazio concettuale, il primo non dovrebbe neppure porsi il problema di relazionarsi con la seconda.

 

Può capitare che il Potere non si ponga il problema della Verità, ma ciò è possibile solo quando non ci sono verità rilevanti ma solo volontà, quando nel mondo trovano posto solo l’uomo e la quotidianità: un potere sufficientemente forte e brutale può affermarsi anche solo tramite la propria brutalità. Vediamo un Potere brutale, a-intellettuale o, se vogliamo, pre-intellettuale, anche nelle crepe della nostra quotidianità sociale: ovunque vi sia imposizione, oppressione dell’altro, soppressione del rifiuto. Ovviamente, per non dover cercare legittimazione razionale, un potere deve avere la fortuna di trovarsi di fronte ad un’alterità impreparata e/o assolutamente indifesa, il che è raro; tuttavia, va notato che se tale condizione è realizzata, il Potere non porrà mai e poi mai la questione della Verità, e neppure quella della razionalità: notiamo dunque che il Potere, nella sua forma più pura e nuda, non pone alcuna questione razionale, al di là di come quasi ogni potere voglia far credere. Ad una condizione pre-intellettuale può certamente seguire, a livello cronologico, una condizione intellettuale, ma quest’ultima può benissimo evolversi in autonomia.

 

In una condizione intellettuale il Potere si pone il problema della propria legittimazione razionale. Va ora considerato che il concetto stesso di legittimazione presuppone un avversario, un’alterità reticente, che quantomeno intende restare altra rispetto al potere, che resiste alla propria assimilazione. Tale alterità non deve neppure essere reale: essa si regge sulla propria possibilità, quantomeno teorica, per cui la legittimazione stessa si regge sulla possibilità dell’avversario. Tuttavia, solitamente, il problema della Verità, essendo solo un ostacolo al Potere, è stato ammesso da quest’ultimo solo con l’effettivo svilupparsi di un nemico intellettuale che ponesse la questione in maniera tale da inficiare il Potere stesso. In questi casi il Potere ha accettato il problema della Verità in senso reazionario, spesso bandendo, a conti fatti, vere e proprie lotte contro la Verità, che era perlopiù scettica, decostruttiva. In quest’ottica sono serviti gli intellettuali di regime, e in quest’ottica il Potere ha pasciuto schiere di eruditi, almeno per mostrare di voler battere la Verità sul suo campo, per mostrare di porsi il problema della Verità così come se lo ponevano i nemici del Potere, per mostrare di non essere puramente repressivo, come invece era la natura della stessa reazione intellettuale di cui abbiamo parlato. I domenicani sono un ottimo esempio di come il Potere abbia reagito al pericolo sovversivo rappresentato dall’alterità intellettuale, nonché prova di come la reazione non sia solo foriera di oscurantismo: senza una reazione di questo tipo non avremmo avuto un filosofo di prima grandezza come San Tommaso.

 

In ogni caso la reazione non è mai stata solamente intellettuale: Galilei si è sempre trovato davanti Bellarmino e il tribunale, e questo perché l’esistenza stessa del ceto intellettuale allevato dalle classi dominanti era dovuta al tentativo delle suddette di non ammettere la Verità, di poter tornare ad uno stadio precedente, meno pericoloso. Non vediamo dunque una reale attività di partecipazione al progresso del dibattito culturale da parte delle classi dominanti, in apparente contraddizione con l’attività di corsa agli armamenti intellettuali promossa in alcuni momenti.                                                                                                       

 

F. Goya, "Scena da una inquisizione"
F. Goya, "Scena da una inquisizione"

 

Il nostro Potere, invece, si pone in maniera del tutto innovativa il problema della Verità, in quanto è in grado, per forza e struttura, di ammetterla. Ammettendo la Verità, il Potere non ha necessità di disattivarne un eventuale potenziale sovversivo, in quanto essa diviene la Verità del Potere, che si sta già adoperando per farla trionfare. Nonostante alcuni casi di reazione “vecchio stampo”, il Potere ammette serenamente che il piombo fa male, che le api si stanno decimando, che milioni di bambini nel mondo sono malnutriti, che a Guantanamo si perpetrano violenze indicibili sui detenuti, che il cambiamento climatico mette a rischio il futuro del pianeta. Il ceto intellettuale diventa indipendente, o meglio indifferente, rispetto alle dinamiche del Potere: non ci sia Verità che il Potere non sappia già o che comunque non sia disposto ad ammettere (a patto che ne valga la pena, magari a causa di un forte interesse mediatico).

 

Il problema del rischio sovversivo della Verità è superato in due passaggi, di cui il primo è lo spostamento del problema sul piano prettamente politico, mossa che si accompagna ad un assordante concerto mediatico sulle misure da prendere. Chiunque lamenti l’esistenza del problema scientifico-storico-intellettuale in questione non è più dannoso, è semplicemente ridondante: si tratta sempre di cose che sappiamo già. E’ però il secondo passaggio del Potere a rappresentare un vero e proprio capolavoro: inventa e/o dà risalto ad un nemico intellettuale. La questione è dunque ricondotta sul piano intellettuale nel senso ampio del termine, però non sarà il Potere a tornarvi: sono le masse, organizzate o meno, ad affrontare il nemico intellettuale.

 

Congeliamo un momento il tema del ruolo della masse per evidenziare questo dato: il nemico della Verità, una volta che la Verità è già diventata Verità del Potere, fa estremamente comodo al Potere stesso, che si fa portabandiera di una lotta contro chi nega la Verità, divenendo così paladino della Verità stessa, magari di una Verità che, in passato, ha dovuto negare. Inizia dunque una nuova lotta per la Verità, una lotta che è ineluttabilmente e magnificamente intellettuale, dunque non realmente politica. La battaglia è ormai spostata, il Potere non è più il nemico: il nemico è chi nega la Verità, non chi la evita. La questione, transitata per il Potere solo per il tempo della sua accettazione, ritorna ad essere una questione puramente intellettuale. Cosa accade dunque? Masse enormi di persone partecipano con gioia rivoluzionaria alla lotta contro il negazionismo, divenendo soldati della lotta del Potere. Il potere dunque non necessita più di formare i propri intellettuali, giocando invece sul dualismo “indifferenza al ceto intellettuale-lotta intellettuale delle masse”.

 

La lotta delle masse non ha più come direzione il Potere e come campo la politica ma come direzione il topos umano dello “imbecille di turno”, immancabile personaggio della società di massa, in cui ogni scemo di villaggio è lo scemo del nostro villaggio, e come campo la razionalità, spazio nel quale prodigarsi nella ridondante affermazione dell’effettiva verità della Verità che tutti conosciamo ma che qualcuno continua a negare: eccoci nell’era del Potere post-intellettuale, dove la Verità, a livello intellettuale-politico già ammessa, vive un’esperienza tutt’altro che intellettuale, venendo celebrata a suon di rabbiosi slogan in piazze benedette.

 

 5 dicembre 2019