Welfare aziendale o aziendalizzazione del welfare?

 

In uno scenario politico-economico che ha condotto alla crisi del Welfare State, si sono sviluppati una serie di dispositivi in grado di fornire alla popolazione i servizi che una volta erano prerogativa dello Stato. Il welfare aziendale è tra questi, ma quali sono gli effetti contrastanti che questo strumento produce?

 

di Stefano Scapin

 

Dipinto fiammingo del XVII sec., "Ricchezza e povertà"
Dipinto fiammingo del XVII sec., "Ricchezza e povertà"

 

Se il signor Bianchi leggendo il giornale o ascoltando il TG si lamenta quotidianamente dei tagli alle pensioni e al sistema sanitario, è perché previdenza e sanità, così come diritto allo studio e servizi pubblici e sociali, sussidi per disoccupazione, infortuni e malattia, sono istituti che nel nostro immaginario collettivo lo Stato deve fornirci. È un suo compito e ci spettano di diritto. Eppure, non sempre è stato così: lo Stato sociale (o Welfare State) si è diffuso nei Paesi dell’Europa Occidentale soltanto a partire dalla fine dell’Ottocento, figlio delle società a economia capitalista. La sua storia – nascita ed evoluzione – è inestricabilmente intrecciata a quella del modello di mercato di tipo capitalista tutt’oggi dominante, che tende a creare masse di povertà e a deragliare verso forme accentrate e monopolistiche. Il Welfare State nasce e si sviluppa proprio per frenare e limitare tali potenziali forme di deriva. Infatti, una quota del valore totale prodotto viene indirizzata e redistribuita all’intero sistema, mantenendolo in vita. Da un lato, tutte le forme come la previdenza, l'assistenza sociale e sanitaria, il sistema di redistribuzione della ricchezza e le politiche pubbliche e del lavoro, servono per contrastare parzialmente la povertà; dall’altro, gli interventi sul controllo generale dell'economia impediscono derive potenzialmente distruttive per il mercato. Nel secondo dopoguerra si assiste quasi ad una competizione tra i vari Stati Occidentali su chi sia il più generoso in termini di servizi erogati ai propri cittadini. Più sono i servizi offerti, più uno Stato si considera moderno, sviluppato, civilizzato. Crescono a dismisura i servizi che la macchina pubblica offre, sostenuti da una crescita economica che permette incrementi esponenziali delle spese per i servizi sociali. È la cosiddetta “golden age” del Welfare State.

 

Tuttavia, i tempi cambiano. Cambia lo sfondo sul quale il Welfare State si trova ad agire e cambiano le sue possibilità di manovra. L’imperativo oggi non è più quello di redistribuire ai cittadini il maggior numero di servizi possibili, ma è quello di far quadrare i conti, di sopravvivere e di non sprofondare nella bancarotta e nel fallimento. Come mantenere in vita un sistema di protezione sociale valido e, allo stesso tempo, tagliare in modo netto una serie di costi che aumentano progressivamente? Il rimedio che certi Paesi si sono dati è stato quello di aprire l’erogazione dei servizi sociali anche a corpi che non siano lo Stato centrale. Quella di oggi è l’epoca del welfare mix e del cosiddetto diamante del welfare, in cui non è più solo lo Stato ad erogare servizi ai cittadini, ma ad esso si aggiungono anche istituzioni come il mercato e il terzo settore, in grado di assorbire una parte dei costi relativi al sistema di protezione sociale.

 

Tra i protagonisti di questo secondo welfare vi è in primis il welfare aziendale, che rappresenta l’insieme di benefit e di servizi che l’impresa eroga ai propri dipendenti al fine di migliorarne il benessere lavorativo e familiare. Le principali aree di intervento sulle quali esso agisce sono la previdenza complementare, la sanità integrativa, le politiche per la famiglia, i programmi di formazione e i beni e i servizi di conciliazione vita-lavoro.

 

La diffusione del welfare aziendale è stata incentivata negli ultimi anni da una serie di interventi legislativi che ne hanno reso vantaggioso l’utilizzo sia per le aziende, che per i lavoratori. In particolare, se lo stanziamento del welfare aziendale viene previsto secondo la contrattazione di secondo livello, esso risulta esentasse sia per il lavoratore che per l’azienda. Ciò significa che i dipendenti ricevono l’importo lordo come netto e i datori di lavoro non devono sostenere costi ulteriori rispetto al valore dei servizi stessi. Inoltre, nonostante molto spesso queste soluzioni si presentino come un trade-off con il salario (l’azienda introduce benefit di welfare aziendale per “compensare” l’inconvenienza o l’impossibilità di introdurre aumenti salariali), il welfare non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente, perciò il lavoratore che ne beneficia avrà vantaggi nella dichiarazione dei redditi. Solitamente si fa riferimento al welfare aziendale come ad uno strumento che è in grado di: migliorare le relazioni/condizioni di lavoro e il clima organizzativo (fidelizzando il lavoratore); far crescere di attrattività l’organizzazione e il suo ambiente di lavoro influenzando positivamente la reputazione dell’azienda; far aumentare la motivazione al lavoro; far innalzare i livelli di engagement dei collaboratori e del loro senso di appartenenza; far crescere la produttività e la redditività; dare legittimazione sociale all’organizzazione come soggetto responsabile. Per tutte queste ragioni è un dispositivo sempre più diffuso e accettato da tutte le parti in gioco (sindacati dei lavoratori, Stato e imprenditori). È visto come un punto di incontro tra le esigenze dei lavoratori, che desiderano benefit che vadano ad integrare la normale retribuzione, e dei datori di lavoro, che ricercano nei dati relativi all’annuale crescita di fatturato e di produttività la loro felicità.

 

Vincent Van Gogh, "Lotteria di Stato", 1882
Vincent Van Gogh, "Lotteria di Stato", 1882

 

Il welfare aziendale è poi un pilastro portante del secondo welfare soprattutto con le assicurazioni sanitare integrative e la previdenza complementare. Pur perdendo qualcosa in termini di tassazione, il sistema pubblico si trova giustificato a non implementare nuovi interventi sociali, che in questo momento storico potrebbero essere difficili ed onerosi per le sue casse. Una situazione in cui apparentemente tutte le parti coinvolte ottengono un vantaggio: l’azienda, che risparmia sulle prestazioni erogate e registra una crescita di produttività e di soddisfazione nei dipendenti; i lavoratori, che ottengono benefici di un valore netto superiore rispetto a quanto otterrebbero ricevendo l’equivalente monetario tassato; lo Stato, che spende meno per il welfare pubblico poiché integrato da quello aziendale. Proviamo, però, ad osservare il fenomeno da una prospettiva più ampia, ripensando al perché è stata varata una scelta politica come questa e agli effetti che essa ha prodotto ad un livello di analisi macro.

 

Quella del welfare aziendale è certamente prima di tutto un’azione politica che lo Stato ha messo in campo per due motivi. Il primo è un motivo “interno” e si riferisce al bisogno dello Stato di poter beneficiare di un sostegno positivo al bilancio pubblico, dato l’ampio debito pubblico che si ritrova ad avere e date le conseguenti continue politiche di austerità e di tagli a cui è costretto (e si costringe). Con le nuove forme miste di finanziamento (pubblico e privato) di tutto ciò che ha a che fare con la sanità integrativa e la previdenza complementare migliorano le condizioni delle casse dello Stato, che si trova a carico solo le agevolazioni fiscali e può in questo modo ridurre i tagli. Il secondo è un motivo “esterno” e si riferisce al bisogno dello Stato di implementare strategie di sopravvivenza all’interno di una scena politico-economica internazionale nella quale hanno preso forza le correnti neoliberiste e nella quale il mercato è sempre più globalizzato. Quella del welfare aziendale è una strategia economica che va in aiuto alle aziende italiane. Quello odierno è un sistema economico sempre più globalizzato e neoliberista, in cui vige una concorrenza sfrenata dove a far da padroni sono sempre più quei grandi capitali liquidi che hanno la possibilità di inserirsi di volta in volta nei settori e nei territori in cui il profitto è più vantaggioso. Nel mercato globale la concorrenza è globale e “vince” chi riesce a stare sul mercato. Per proporre il proprio prodotto a prezzi sempre più competitivi, ottenendo comunque un profitto, è necessario avere i minori costi di produzione possibili. La “minaccia” di delocalizzare in luoghi in cui i tagli dei costi produttivi sono realizzabili è sempre presente. Andare ad incentivare il welfare con la defiscalizzazione è sicuramente una mossa, o meglio un investimento, che lo Stato ha attuato per aiutare le aziende e l’economia del Paese. A causa della concorrenza sempre più sfrenata, ma anche del persistente stato di crisi in cui ci si trova, le aziende non vogliono, o talvolta non si possono permettere, di aumentare i salari dei lavoratori. Perciò, grazie alla detassazione del welfare stabilita dallo Stato, si è andata a delineare una situazione in cui ad una moderazione salariale viene corrisposta una maggiore erogazione di welfare aziendale. È allora guardando da questa angolazione che si può scorgere la vera natura del welfare aziendale. Sicuramente tutti quei benefici elencati più sopra sono ricercati e di primaria importanza, tuttavia sono comunque subordinati ad un’altra esigenza. Prima di tutto il welfare aziendale è una mossa di politica economica istituita per sorreggere un sistema economico capitalista che, a causa delle sue molte contraddizioni, fatica a mantenersi in piedi da solo. Vediamo il perché.

 

In primo luogo, si tratta di un sistema che crea disuguaglianze che il welfare aziendale tende per certi versi ad ampliare. Non si tratta, in questo caso, soltanto del classico dibattito che vede le crescenti disuguaglianze esserci tra chi possiede il capitale e chi non lo possiede, con i primi che, dotati di capitale pregresso, hanno la base per l’accrescimento del capitale futuro. Piuttosto accade che le disuguaglianze si instaurino ora anche tra i diversi tipi di lavoratore e tra occupati e non occupati.

 

Ludovico Carracci, "L'elemosina di San Martino"
Ludovico Carracci, "L'elemosina di San Martino"

Innanzitutto, la classica contrapposizione tra capitalista e proletario si complica ulteriormente e il sistema di disuguaglianze si può piuttosto leggere sul piano capitalista vs occupato beneficiario del welfare aziendale vs occupato non beneficiario del welfare aziendale o non occupato. Con il welfare aziendale la disuguaglianza tra le prime due figure tende in un certo senso a diminuire. Si vedano a titolo d’esempio i premi di risultato, che redistribuiscono parzialmente tra i lavoratori gli utili che altrimenti confluirebbero solo nelle tasche dell’imprenditore. Grazie alla loro welfarizzazione esentasse, i premi vengono ora maggiormente incentivati e si diffondono nelle aziende. Allo stesso tempo, i servizi di welfare aziendale offrono al lavoratore un guadagno netto superiore rispetto a ciò che avrebbe ottenuto tramite premi in denaro o con il medesimo investimento dell’azienda per un aumento salariale. In realtà, questo guadagno netto superiore presente potrebbe essere neutralizzato da un possibile svantaggio futuro. Infatti, poiché i servizi di welfare aziendale erogati dall’azienda non prevedono i versamenti previdenziali che in caso di aumento salariale l’azienda avrebbe dovuto sostenere, la futura base su cui verrà calcolata la pensione del lavoratore sarà inferiore. Allo stesso modo, poiché i servizi di welfare aziendale non concorrono a formare reddito da lavoro dipendente, nel caso di disoccupazione involontaria l’indennità che il lavoratore andrà a percepire sarà più bassa, perché quest’ultima è calcolata in percentuale rispetto al solo salario base.

 

La questione più spinosa, comunque, ruota attorno a chi non ha accesso ai servizi di welfare aziendale e che rischia di ritrovarsi con un welfare pubblico logorato. Quest’ultimo è tradizionalmente finanziato tramite il gettito fiscale che proviene dai cittadini contribuenti. Come è noto, ognuno è tassato progressivamente e, almeno in teoria, in base alle proprie possibilità, nonostante poi non vi siano (o non vi dovrebbero essere) differenze circa l’accesso ai servizi erogati dallo Stato. La funzione del Welfare State è proprio questa: redistribuire la ricchezza più equamente tra la popolazione. Chi ne va a guadagnare maggiormente dovrebbero essere chiaramente gli strati più poveri. Tuttavia, nel momento in cui si inizia a detassare il welfare aziendale lo Stato rinuncia a delle entrate in termini di tassazione che avrebbe potuto riconvertire in welfare pubblico. L’effetto è triplice. In primo luogo, vi sono le aziende, che tradizionalmente erano soggetti che partecipavano in modo copioso alla tassazione, e che si trovano ora ad avere minori spese (con i conseguenti effetti positivi circa la possibilità di competizione internazionale e tagli dei costi di produzione). In secondo luogo, vi sono i lavoratori beneficiari del welfare aziendale che si ritrovano a rinunciare ad un aumento di stipendio in cambio di un servizio (assistenza sanitaria e pensioni, ad esempio) di cui non dovrebbero aver bisogno, perché dovrebbe essere già garantito in modo efficace dallo Stato. Infine, in terzo luogo, vi è tutta quella fetta di popolazione che non ha accesso al welfare aziendale e che si trova con un welfare pubblico che, nonostante sia ossigenato grazie all’aiuto del welfare aziendale, rischia di perdere di qualità o di venire rimpiazzato dal secondo. Inoltre, poiché quello del welfare aziendale si può leggere come un vero e proprio finanziamento dello Stato, paradossalmente, è proprio quest’ultima fetta di popolazione che si assume indirettamente il peso del finanziamento. Ciò avviene rinnegando la funzione redistributiva delle tasse; infatti, nel momento in cui lo Stato va a spartire gli introiti derivati dalla tassazione, la razione di cui può beneficiare la popolazione che non ha accesso al welfare sarà ora inferiore, perché una parte delle tasse che l’intera società ha versato serve per finanziare quel welfare del quale non tutti possono godere.

 

Si capirà che il problema del welfare aziendale è il rischio che questo sostituisca il welfare statale o agisca come strumento deleterio per quest’ultimo, accentuando una serie di disuguaglianze circa chi ha accesso a servizi di qualità e chi no. Prendiamo a titolo d’esempio il campo della sanità, che in Italia ha natura universalistica. Con la sanità integrativa molti lavoratori hanno accesso a prestazioni nuove e migliori, le liste di attesa nel sistema sanitario nazionale si riducono, le casse dello Stato respirano e si possono evitare tagli espliciti o impliciti alle prestazioni. Il processo di socializzazione del rischio che i fondi integrativi portano con sé permette anche di ripartire meglio i costi nel caso si verifichino assenze di coperture pubbliche, con le spese che non ricadono più in testa alla singola famiglia colpita dall’esigenza. Inoltre, il costo del finanziamento delle prestazioni è in parte spostato dai cittadini alle imprese. Sicuramente tutto questo è un effetto positivo che il welfare aziendale porta con sé. Il problema è che un sistema che si privatizza e si “americanizza” sempre più, non può che portare ad un crescere delle disuguaglianze tra strati della popolazione occupati e non occupati (o occupati ma che non beneficiano del welfare aziendale): solo i primi avranno la possibilità di permettersi un sistema di assicurazioni sanitarie. Anche senza invocare lo scenario peggiore di un sistema totalmente “americanizzato”, il rischio di un sistema sanitario pubblico che si vada ad appiattire su se stesso e che vada a perdere di efficienza e qualità, perché assoggettato ad un sistema privato, è evidente. Discorso analogo può essere fatto analizzando il campo pensionistico, che in Italia è già centrato attorno ad una logica occupazionale e che con la previdenza integrativa rischia di accentuare differenze, frammentazioni e dualizzazioni interne alla società.

 

Il welfare aziendale si è inoltre inserito in delle linee di frattura in parte già esistenti e le ha accentuate. Avviene così, ad esempio, che si rimarca il divario che c’è tra vivere e lavorare al Centro-Nord o al Sud, poiché il welfare aziendale è presente soprattutto nelle aziende dell’Italia Settentrionale. I lavoratori delle grandi aziende, poi, si ritrovano avvantaggiati su quelli delle piccole perché il welfare si è inserito soprattutto nelle prime. Sempre più anche le piccole e medie imprese implementano piani di welfare, ma è chiaro che il campo di offerta è estremamente più ampio al crescere della grandezza dell’azienda. Il settore è un’altra discriminante importante, con le aziende del terziario avanzato e i settori forti della manifattura che più di tutti hanno saputo incentivare e far assumere al welfare aziendale un ruolo di primo piano nelle proprie politiche aziendali. 

 

Ulteriore variabile da considerare è il contratto di lavoro, perché del welfare beneficiano quasi sempre soltanto i lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Allo stesso tempo i vantaggi fiscali sono validi per i lavoratori dipendenti ma non per gli indipendenti o per gli impiegati pubblici. In un Paese in cui i lavoratori con contratti atipici e i lavoratori autonomi si contano in milioni e in cui molti di loro versano in condizioni di instabilità e di difficoltà economica, si allarga il divario che li separa dai lavoratori dipendenti con contratti di welfare aziendale. Contemporaneamente si crea una dualizzazione tra giovani e anziani, con i primi che, a causa del loro fragile inserimento nel mercato del lavoro, hanno maggiori difficoltà ad accedere alle prestazioni. Cresce, infine, il divario tra lavoratori con diverse qualifiche lavorative, con i lavoratori nelle posizioni apicali del sistema aziendale che, oltre a ricevere stipendi già più elevati, possiedono normalmente maggiori budget per il welfare. Il primo censimento dei provider di welfare aziendale realizzato nel 2018 dall’Università Cattolica e dalla società di consulenza Valore Welfare, ha trovato che il budget medio disponibile per i differenti livelli di inquadramento è di 2.522 euro per i dirigenti, 1.441 euro per i quadri, 1.334 euro per gli impiegati, 519 euro per gli operai. Il welfare dovrebbe essere qualcosa che abbatte le disuguaglianze, non che rischia di accentuarle o di crearne di nuove.

 

Uno Stato che scarica sulle imprese la responsabilità, anche se non l’obbligo, di fornire alla società tutele previdenziali, assistenziali, sanitarie e culturali che una volta erano una sua prerogativa, oltre a deresponsabilizzarsi, può portare anche ad una delegittimazione del sistema di welfare pubblico e della stessa rappresentazione collettiva di che cosa il concetto di “Stato sociale” raffigura. 

 

Di fronte a questo fenomeno così complesso, così variegato e in una fase di così rapida espansione, ciò che ci sentiamo di affermare è che, più che soffermarsi sempre e soltanto sull’effetto immediato, composto sia di esiti positivi sia di risvolti negativi, che il welfare aziendale ha dispiegato dal momento della sua diffusione, è forse necessario iniziare ad osservare la questione anche da una visuale più ampia, che si interroghi sulla bontà dell’intero sistema economico e sociale in vigore, in modo da riflettere sul perché si sia resa necessaria una tale mossa politica che, tappando certi buchi, rischia di crearne di nuovi. Un meccanismo di welfare e una politica che si propongono di produrre effetti solo su gruppi parziali della popolazione, non possono che portare ad un ulteriore aumento delle differenze sociali già esistenti nella società. La domanda finale è lecita: welfare aziendale o aziendalizzazione del welfare?

 

1 novembre 2019