Il cavaliere oscuro e Nietzsche: mentire non è mai stato cosi eroico

 

Cosa è meglio per l’uomo: un’amara verità o una dolce bugia?

Ecco come Batman e Nietzsche riabilitano la menzogna e l’illusione.

 

di Edoardo Rossi

 

« La gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo. » (Giacomo Leopardi, Il Parini ovvero della gloria)

 

Ultimi dieci minuti del film “Il cavaliere oscuro” di Nolan.

Batman decide di mentire, prendendosi la colpa degli omicidi compiuti dall’ex procuratore di Gotham City, Harvey Dent alias Due Facce. L’eroe preferisce la menzogna alla verità, l’illusione alla delusione dei cittadini di Gotham. Cosa c’è di “eroico” nella sua scelta?

Perché mantenere l’immagine dell’ex procuratore come di un uomo retto e giusto, alla luce della sua svolta criminale ed omicida?

 

Cerchiamo di capire meglio la sua decisione.

 

Spesso la vita è dura, altre volte è dolce come il miele, altre ancora non sa di nulla, insapore e incolore.

La domanda sorge spontanea in ognuno di noi, prima o poi: perché vivere, sacrificarsi per degli obiettivi e definire dei traguardi, quando rimaniamo insoddisfatti una volta raggiunti?

Se la vita è cosi mutevole, perché investire le proprie energie in una relazione importante o in un lavoro, sapendo che prima o poi quella finirà o che non ci basteranno più i risultati raggiunti?

 

Premi come l'Oscar e il Nobel sono traguardi importanti che sono più utili a chi non li vince che ai premiati, diventando stimolo per altri aspiranti registi o scienziati. Ma cosa rappresentano per chi li ha vinti?

Gratificazione, celebrazione e riconoscimento sociale sono quello che può trasmettere un premio del genere nell'immediato, ma una volta messo su uno scaffale a prendere polvere forse ci si rende conto del vuoto che esso porta con sé; un Oscar riempie la propria vita quando non lo si è ancora vinto.

 

Accettare che non esiste un obiettivo definitivo nella nostra vita, cosi come la felicità con F maiuscola, eterna ed immutabile, fa sicuramente male: è una verità scomoda, tremenda e inizialmente inconciliabile.

Evitare di chiuderci in noi stessi, annichiliti da questa scoperta, è una sfida quotidiana, oserei dire uno dei più grandi conflitti che l'uomo moderno si trova ad affrontare.

 

Le idee, i grandi progetti e i sogni da un lato fanno progredire l'umanità, dall'altro deludono gli uomini costantemente una volta realizzati, per la facilità con cui possono essere spazzati via dalla storia, dalla memoria e dalla tecnica.

 

Nietzsche aveva individuato già in giovane età questa criticità, questa verità e ha aperto gli occhi della cultura occidentale su un problema secolare.

 

Di seguito riporto un brano tratto dal suo libro "La nascita della tragedia", in cui mi sembra che sia riassunta efficacemente questa questione.

 

« L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: "Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto." » (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia)

 

Il Sileno sa che per il re non è conveniente sapere e cerca fino all’ultimo di tacere. Ma alla fine, costretto, rivela il suo tremendo segreto.

 

Qual è, dunque, il fine della vita, se il meglio è irraggiungibile?

O meglio ancora: è giusto parlare ancora di fine o senso nella nostra società?

Cosa può costruire un uomo consapevole di questa verità e dell'inutilità intrinseca del riconoscimento sociale e della gloria? Cosa potrà mai realizzare consapevole dell’irraggiungibilità della felicità stessa?

 

Affrontare questa amara verità è il primo passo verso la riabilitazione della "menzogna", come potente strumento positivo e costruttivo, liberata infine da quelle condanne moralistiche e superficiali che spesso la relegano al ruolo di difetto, disvalore e peccato.

 

Forse, come dice Bruce Wayne ne Il cavaliere oscuro, la verità a volte non basta da sola.

Le persone meritano di più di una scoperta amara e deludente, meritano una ricompensa per la loro fiducia nel bene e nei valori, nelle idee cosi dolci e appaganti. Batman opta per l’illusione proprio per questo.

 

Forse l'uomo non è pronto. Quando lo sarà davvero?

 

 

12 ottobre 2019