Potere è volere: la responsabilità nelle possibilità

 

Cosa è in nostro potere? Il tempo, lo spazio, quelli che sono stati per millenni tra i più forti limiti per l’uomo, oggi appaiono sbiaditi. «Tutto è possibile!», esclama la voce del nostro secolo. È questa la realtà? Tutto è possibile? 

 

di Chiara Gulino

 

M. Chagall, "David e Betsabea" (1956)
M. Chagall, "David e Betsabea" (1956)

 

Chi sei tu? Chi sono io? Chi è l’uomo? Una questione profondamente intrecciata con i propri desideri: il momento in cui ci si pone una domanda di tale portata è, spesso, quello in cui si cerca di trovare il “proprio posto” al mondo. Ci si interroga su cosa si vuole studiare, cosa si vuole fare professionalmente, cosa si vuole arrivare ad avere nel corso della propria vita. Per l’uomo contemporaneo, per noi, queste domande possono divenire come un fiammifero che cade su una polveriera, dando vita ad un fuoco che brucia di sé e in sé muore. Perché a domande di questo tipo la risposta sembra essere: puoi fare tutto quello che vuoi. Puoi annullare lo spazio in tempi più o meno brevi, puoi avere informazioni, risposte a ciò che non sai in poche decine di secondi, puoi avere tutto ciò di cui hai bisogno (cibo, vestiti, elettrodomestici, ecc.) con un click, senza neanche uscire da casa: tutto è possibile! 

 

La semplificazione avvenuta in ogni ambito della vita umana, grazie all’innovazione che ha portato lo sviluppo delle nuove tecnologie, rischia di renderci incapaci di vedere, di accecarci con la forza del suo impatto, come un sole troppo luminoso che non rischiara ma impedisce di vedere. Al contempo i nostri sensi sono continuamente sottoposti a molteplici sollecitazioni, un plus di input che non corrisponde a informazioni più complete, che è solo in più. Tanto in più da essere un troppo, che crea a livello cognitivo l’equivalente di un bug: quello che lo scrittore americano Alvin Toffler ha chiamato «information overload». 

 

« Si verifica quando il carico informativo è troppo alto per prendere una decisione corretta o per sceglierne una specifica sulla quale focalizzare l’attenzione. Le informazioni aumentano e l’individuo è sempre più selettivo, ma la sua capacità di individuare quella corretta non si sviluppa parallelamente, creandosi in realtà un disagio. » (Alvin Toffler, Furure Shock)

 

Potere è volere: il titolo vuole essere provocatorio e anche rappresentativo di una situazione ben precisa – quella in cui sono così tante le possibilità tra cui scegliere che questo ci paralizza, piuttosto che costituire una facilitazione. Posso tutto, ma cosa voglio? Ci si focalizza su quello che si può e la grande varietà di alternative induce alla falsa convinzione che si sia estesa anche la nostra capacità di scelta. Questo non è reale, come non lo è la convinzione di possedere più possibilità: una sola cosa è davvero possibile, decider(-ci). La scelta è una. L’unica che ha ogni uomo: rispondere. Se vi state chiedendo «a cosa?», è la domanda sbagliata, dobbiamo chiederci «A CHI?». Perché è sempre a qualcuno che rispondiamo. 

 

Il progresso umano e l’innovazione portata dalle nuove tecnologie sono strumenti, oggetti, come tali non sono nient’altro che oggetti: non possiedono nessuna caratterizzazione. Buono o cattivo è l’uso che ne fa l’uomo, non lo strumento in sé. 

Il modo di usare l’oggetto da parte dell’uomo è sua responsabilità

Responsabilità: parola che ha la sua origine nel latino respòndere, appunto “rispondo”, e quindi riconosco la relazione che c’è tra me e l’altro e agisco di conseguenza.

A proposito Martin Buber scrisse:

 

« Ciò che contraddistingue l’uomo non è una radicalità, l’essere separato fin dalle più remote origini da tutto ciò che è puramente animale, ma la sua potenzialità. L’uomo è la potenzialità nella sua delimitante realizzazione fattuale. La potenziale pienezza dell’esistenza, [...]. L’uomo non è buono, l’uomo non è cattivo: è, in senso eminente, buono-e-cattivo. Così il bene e il male non possono essere una coppia di contrapposizioni come destra e sinistra, sopra e sotto. “Buono” è il movimento indirizzato alla strada del ritorno in patria, “cattivo” è il mulinello della forza potenziale dell’uomo, che gira a vuoto senza direzione, forza senza la quale nulla riesce, per la quale, se non si assume la giusta direzione e vi rimane legata, tutto fallisce. » (Il principio dialogico, 1962)

 

Saper rispondere dunque, con responsabilità, che implica il riconoscere i propri limiti di qualunque tipo siano dovrebbe essere ciò che ci spinge ad agire. Il rischio è quello di farsi influenzare da criteri sbagliati, nella convinzione che nessun criterio sia sempre valido, che tutto sia relativo in un mondo che è un vortice sì di possibilità, ma anche di attimi che passano davanti a noi con tanta velocità che a volte la sensazione è quella che più si corre più si rimane nello stesso punto.

 

«La chiami libertà se ti lasciano scegliere la tua prigione» (Willie Peyote, Metti che domani): questo verso esprime bene la disillusione dell’uomo contemporaneo, che è fortemente legata, però, ad una profonda mancanza di consapevolezza di sé e di ciò che ha valore. 

Nel momento in cui perdiamo coscienza di chi siamo, proprio nel tentativo di ritrovarci ci ripieghiamo su noi stessi, dimenticando che ci sono anche altri, c’è l’altro di cui siamo responsabili. Potrete replicare che si deve rispondere solo di quello che si fa individualmente: esatto! È proprio questo il punto: ciò che io faccio individualmente ha conseguenze non solo su di me: qui sta la responsabilità e il suo valore. 

È l’unica cosa che posso fare: rispondere o no. 

Questa è la nostra sfida, una sfida tutta umana.

 

M.C. Escher, "Relatività" (1953)
M.C. Escher, "Relatività" (1953)

 

« Oggi la sicurezza si è infranta nel caos organizzato di una spaventosa fase della storia. Il problema della natura umana sta dinanzi a noi come non lo è mai stato prima, in tutta la sua grandezza e il suo orrore, e non più nella veste filosofica, ma nella nudità dell’esistenza. Nessuna garanzia dialettica trattiene più l’uomo dalla sua caduta: a lui spetta di alzare il piede e fare il passo che lo porti lontano dall’abisso. La forza per fare questo non gli proverrà da alcuna sicurezza del futuro. Gli proverrà solo dalle profondità dell’insicurezza, dove, nell’ombra della disperazione, l’uomo risponde, mediante la sua decisione, alla domanda sull’essere dell’uomo. »  (Martin Buber, Il problema dell’uomo, 1947)

 

10 febbraio 2020