Un capitalismo senza morte

 

Una riflessione heideggeriana sulla rimozione del concetto di morte.

 

Julian Russell Story, “The Black Prince of Crecy” (1888)
Julian Russell Story, “The Black Prince of Crecy” (1888)

 

La vera vita, per Martin Heidegger, inizia quando l’uomo inizia a vivere per la morte.
Anticipandola quotidianamente nella nostra vita quotidiana, diamo un senso a quello che facciamo. È l’orizzonte della morte che dà un senso all’esistenza.
Per Heidegger l'esistenza è autentica quando è pervasa dall'angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine: questo è il «vivere-per-la-morte», che ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita.

 

Pensiamo solo alla morte come elemento che differenzia le vite del signore e del servo nell’impianto hegeliano della dialettica dello Spirito: la scelta dinnanzi ad essa e in virtù di essa determina l’auto-coscienza.
Se non esistesse la morte come orizzonte, la nostra vita cambierebbe completamente dinamica e, forse, non potremmo più definirla tale: quale sarebbe il senso profondo del fare, del viaggiare, dell’amore, del rapporto con l’altro o anche solo l’essere liberi?
Liberarsi della morte ci priverebbe della capacità di capire il senso della libertà.


E tuttavia possiamo vivere come fatto solamente la morte altrui, mentre la nostra la viviamo sempre e soltanto come possibilità solo nostra, nella consapevolezza che, prima o poi, essa ci coglierà. Ne consegue che la morte ha per noi un significato non come fatto, ma come possibilità.


In questo senso, uno dei meriti della dittatura “morbida” del capitale, pur nel suo totalitarismo, è di avere volutamente rimosso la morte dall’orizzonte in una società in cui non si parla ma si chiacchiera e non si aspira alla conoscenza ma alla curiosità.
Riflettere sulla morte è invece un modo per ricordarci il senso autentico dell’esistenza e di come questo non sia ascrivibile in alcun modo ai rituali orgiastici del mondo capitalista.
E l'aspetto più inautentico dell'esistenza della società di massa risiede proprio nel fatto che si vive perfino la morte nel “si”: non più io muoio, ma si muore, quasi come se la morte non ci coinvolgesse mai in prima persona; essa viene tragicamente inserita nel “si” generico e, pertanto, perde il suo significato di possibilità.

 

Se l’orizzonte morte viene continuamente e volontariamente espulso dalla nostra vita, rendendola un costante costrutto artificiale di piaceri apparentemente illimitati, coloro che traggono profitto dalla rimozione del concetto di finitezza perpetuano quegli strumenti che ci alienano dalla nostra stessa esistenza.
Non si può dare un senso compiuto alla vita se non ci si confronta con la morte, se non la si tiene costantemente sullo sfondo del nostro agire; e una delle forze primordiali del capitalismo risiede proprio nell’essere riuscito ad espellere questo meccanismo dal nostro orizzonte, trasformando la morte in qualcosa di lontano da noi, sempre altra e destinata a non essere mai vissuta dal soggetto pensante.


Heidegger, su questa idea di morte come unico mezzo per dare significato alla vita, incardinerà gran parte del suo impianto esistenzialista.
Esistere autenticamente implica avere il coraggio di contemplare e accettare la possibilità del proprio non-essere, di sentire l’angoscia dell’essere-per-la-morte.
L’esistenza autentica, oltre i vuoti esorcismi del consumismo, significa l’accettazione di una finitezza, quindi il progettarsi-in-avanti in un futuro dove il vivere per la morte non permette all’uomo di venire travolto dalle possibilità mondane che sovvertono l’ordine dei valori esistenziali.


« La morte, come fine dell'Esserci, è la possibilità dell'Esserci più propria, incondizionata, certa e come tale indeterminata e insuperabile. » (M. Heidegger, Essere e tempo)

 

2 gennaio 2020