Il “Lògos” che (non) c’è ma in cui “si sta bene”: sulla nuova Europa e il suo fondamento

 

Nella lingua greca antica, il termine lògos assume i significati apparentemente più disparati: esso può significare tanto “parola”, “linguaggio”, quanto “ordine”, “patto”, “tradizione”, “leggenda”, “mito”, “storia”, “trattato”, “calcolo”, “causa”, “Ragione divina”, “progetto”, “disegno”, “attesa” e molto altro. È, questo insieme di significati, casuale oppure c’è un filo conduttore?

 

di Gianmaria Avellino

 

Jacques Louis David, "Incoronazione di Napoleone" (1806-1807)
Jacques Louis David, "Incoronazione di Napoleone" (1806-1807)

 

Abbiamo scelto, in questo articolo, di prendere le mosse da una riflessione sul termine lògos per due motivi principali: da una parte, esso ci riporta in un passato apparentemente lontano – nel mondo greco, culla e inizio della cultura occidentale, dell’“Europa”; dall’altra, riteniamo che la sua pregnanza di significati abbia un preciso punto di riferimento: l’uomo.

 

Partiamo proprio da questo ultimo punto: il termine Lògos, nell’insieme dei suoi significati, rinvia, in un modo o nell’altro, ad una serie di elementi che descrivono l’essenza dell’umano, sia da un punto di vista puramente linguistico-razionale che da uno mitico, religioso. La poliedricità di questo termine è già del tutto evidente all’alba del pensiero occidentale: la filosofia greca.

 

Basti pensare, da un lato, ad Aristotele, che per primo ha sostenuto con forza che l’uomo è tale in quanto ζωὴ πρακτική τις τοῦ λόγον ἔχοντος (lett. «animale pratico che possiede il Lògos»): la sua «funzione specifica» è l’«attività dell’anima secondo ragione [Lògos]» (Etica Nicomachea, A 6, 1098 a); dall’altro, un pensatore immortale come Eraclito vedeva nel Lògos la sostanza e la causa del mondo: «[…] tutto avviene secondo il Lògos» (Fr. 1, Diels). Ancora, la dottrina del Lògos si perpetuò attraverso gli stoici: «il principio attivo, dicevano, è il Lògos, che è nella materia cioè Dio: esso è eterno e attraverso la materia è artefice di ogni cosa» (Diogene Laerzio, VII, 134); essi dunque identificavano il Lògos con il destino.

 

E così via, si giunse al concetto di Logòs come «ombra di Dio», come ente intermedio tra Dio e mondo, tramite della creazione divina (Filone di Alessandria); con l’avvento del Cristianesimo esso, poi, venne identificato col Cristo : «il Lògos si è fatto carne ed ha abitato tra noi» (Gv. 1, 14). Significato religioso, questo, che il termine in effetti non ha mai perso, e sul quale son tornati molti pensatori moderni, tra cui Fichte. Questi confermava e sottolineava il valore religioso del Lògos nella sua Introduzione alla vita beata (del 1806), rifacendosi proprio al prologo del Vangelo di Giovanni.

 

Matthias Grünewald, "Crocifissione"  (1508)
Matthias Grünewald, "Crocifissione" (1508)

 

Tuttavia, il presente articolo non vuole limitarsi ad essere una semplice ricognizione della «storia degli effetti» (formula, questa, gadameriana; vedi Verità e metodo, parte seconda, cap. II) del termine Lògos. Il nostro obiettivo, come abbiamo già accennato in precedenza, è quello di sottolineare la poliedricità del complesso vocabolo con cui abbiamo a che fare e procedere, attraverso di esso, alla lettura di uno dei principali momenti della storia occidentale (di cui in seguito). Esso designa tanto la cinica razionalità di quell’ente che è già sempre in un mondo – l’uomo – (formula, questa, di matrice heideggeriana, che tuttavia riflette lo scopo aristotelico) quanto il suo aspetto mistico-religioso.

 

E tuttavia, la religiosità, il “sacro”, è una peculiarità dell’uomo (e sua soltanto), proprio in quanto questi è razionale, dotato di Lògos: ed ecco che l’apparente caoticità dell’insieme dei significati del termine in analisi appare meno misteriosa – esso, in fondo, designa tutti i caratteri essenziali dell’umano.

 

L’uomo è, nel suo insieme, diremmo, una presenza che oscilla, con la sola forza della ragione, tra la leggendaria promessa di immortalità del mito, perpetuata attraverso il rito, e la difficile presa di coscienza della caducità dell’esistenza. Egli è creatore e, all’un tempo, ripetitore, ri-produttore: ogni pretesa di originalità si innesta inevitabilmente sulla visione del mondo di una tradizione che attraverso di lui parla, sempre e comunque nell’ambito della più concreta effettività, “già sempre in un mondo”. Tutto questo, osserveremmo, è racchiuso nel termine Lògos. L’uomo, in quanto tale, è Lògos.

 

Saremmo, sciocchi, tuttavia, se ci limitassimo a credere che il termine preso in analisi attraversi l’uomo solo nella sua stretta individualità.

 

Non bisogna infatti dimenticare che l’homo sapiens, innanzitutto e perlopiù, tende ad identificarsi in un gruppo, in una dimensione in cui vivere associato ad altri uomini. All’alba del suo tempo, è risaputo, l’homo sapiens ha avvertito la necessità di associarsi ad altri uomini, ai fini del prolungamento di quella che si è soliti definire “attesa esistentiva”: razionalmente, è molto più utile trasferire, “trasfigurare”, la propria identità in un’altra identità sovra-individuale ai fini dell’ottenimento di un “surplus di attesa esistentiva”. Ed è per sopperire a quel profondo senso di “spaesatezza” che da solo provava nel mondo-ambiente, che l’uomo costruì insieme ai propri simili un “mondo” in cui “sentirsi a casa”, protetto, forte.

 

Siamo ad un punto cruciale, in quanto è nell’ambito della costruzione (questa, effettiva: non si dimentichi mai questo aspetto, tutto avviene già sempre in un mondo-ambiente sentito ostile) di un’associazione di uomini che si propiziano le condizioni per la nascita di quello che ad oggi tendiamo a definire sistema di valori, sistema morale. Insomma, come collante per tenere uniti gli uomini all’interno di un’associazione volta razionalmente, logicamente, a preservare la propria esistenza, sorgevano dei «simboli originari» (richiamo, questo, volutamente spengleriano. vedi Il Tramonto dell’Occidente), dei valori in cui i membri di una stessa associazione potessero identificarsi, glorificarsi: è qui che va rintracciata l’origine del mito, e conseguentemente del rito, volto al ricordo, alla ripetizione del “simbolo originario”.

 

Per dirla con una parola: sorgeva un Lògos. Lògos, che era all’un tempo cinicamente razionale e calcolatore (il lato “politico” dell’associazione, volto al “progetto” della propria esistenza mediante un “trattato” tra gli individui) e profondamente dedito al sovraterreno: alla ricerca di una Ragione divina, di una causa, in ultima analisi disperatamente volto alla ricerca di una trascendenza a cui darsi. È a questo punto evidente che siamo ricorsi a quasi tutte le definizioni del termine proposte all’inizio dell’articolo.

 

Robert Fludd, "Mundus intellectualis"  (1619)
Robert Fludd, "Mundus intellectualis" (1619)

 

Ci si chiederà, a ragione, che cosa c’entri l’“Europa” con tutto questo. Ebbene, ci arriveremo in seguito a dei doverosi chiarimenti.

 

Potremmo azzardare, ai fini di una maggiore comprensione di quanto affermeremo in seguito, a dire che il Lògos possiede (come risulta da quanto già detto) due curvature: una “spaziale” ed una “temporale”. È in uno spazio fisico, concreto, che infatti gli uomini, organizzati politicamente, si espandono; ed è nel tempo che, invece, tende ad espandersi il loro Lògos culturale: i miti, le tradizioni, i valori. Questa è una distinzione, a nostro modesto giudizio, fondamentale.

 

Nel mondo moderno (nella fattispecie con la Rivoluzione francese, ma risulta abbastanza difficile, se non impossibile, individuare nei processi storici un preciso inizio) è sorta una distinzione fra lo Stato e la Nazione, fra ciò che tende ad espandersi nello spazio tendenzialmente attraverso la lotta fisica e ciò che invece si configura come una comunità temporale, che nel tempo si realizza ed espande.

 

Ebbene, quandanche sembri difficile comprendere questo se lo si guardasse solo da un punto di vista scientifico, il grande “errore” compiuto nel mondo (e specialmente in Occidente) da parte dell’uomo consiste nell’aver ritenuto il Lògos spaziale e quello temporale come due elementi inscindibili, necessari l’uno all’altro: allo stesso tempo, la nazione giustificava lo Stato, e lo Stato difendeva la nazione.

 

Un fondamentale contributo alla presa di coscienza del fatto che questi due elementi non fossero necessari l’uno all’altro proviene, fra i vari, da Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt:

 

« “La nazione aveva conquistato lo stato”, gli interessi nazionali [della Germania primonovecentesca] avevano preso il sopravvento sul diritto molto prima che Hitler potesse proclamare: “Diritto è quel che giova al popolo tedesco”. Ancora una volta il linguaggio della plebe era il linguaggio dell’opinione pubblica spogliato di ogni ritegno e ipocrisia. Certo, questa evoluzione è stata un pericolo inerente alla struttura dello stato nazionale fin dai suoi inizi. Ma poiché aveva coinciso con l’instaurazione di un governo costituzionale [la Repubblica di Weimar], tale forma di stato si era basata sull’autorità della legge contro l’amministrazione arbitraria e dispotica. Appena fu infranto il precario equilibrio fra nazione e stato, fra interesse nazionale e istituzioni giuridiche, la disintegrazione dello stato nazionale avvenne con terribile rapidità. »

 

Potremmo andare ancora più a fondo e sostenere che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento (guerra franco-prussiana) fino, almeno simbolicamente, al 1945 (fine della seconda guerra mondiale), l’Occidente sia stato devastato da una profonda “guerra civile europea” combattuta tra degli Stati che giustificavano la propria azione in nome di un destino comune, temporale e trascendente. La nazione, di colpo, si ritrovava a combattere in nome di uno spazio infinito (uno “spazio vitale”) sotto il vessillo di un destino già deciso.

 

Ma che cosa significa questo, se non che, in nome di un Lògos trascendente, si tendeva a voler distruggere fisicamente gli altri uomini in quanto ritenuti inferiori, “ignoranti”?

 

Stiamo qui portando alle estreme conseguenze quanto abbiamo detto nell’articolo precedente (cfr. So di non sapere, la (ri)scoperta di un fondamento etico nel vivere-assieme): la mancata sospensione dei “pregiudizi”, sul piano inter-nazionale, ha portato alla distruzione dei presupposti di un dialogo tra gli Stati-nazione. Si è trattato sempre e comunque di una “comunicazione” tra degli Stati: la differenza appariva effettivamente insondabile, e tale insondabilità andava colmata attraverso l’imposizione delle proprie credenze all’altro. Riteniamo opportuno, qui, ribadire un passaggio presente nel succitato articolo:

 

« Questa imposizione implica, com’è ovvio, un misconoscimento dell’altro. Tale misconoscimento non è altro che la negazione della possibilità della propria ignoranza, negazione che equivale, per contro, all’affermazione dell’ignoranza dell’altro. L’altro è “ignorante” e pertanto va “educato”: l’“imposizione” delle proprie credenze si rivela essere una pretesa di “superiorità” rispetto all’altro. »

 

Non possiamo dilungarci troppo qui (per questo rimandiamo al precedente articolo), in quanto ciò che vogliamo davvero mettere in questione è il fondamento su cui si costruisce la “nuova” Europa, intesa come “Unione” Europea.

 

Qual è, infatti, questo fondamento, se non il tentativo di eliminare la necessità della guerra attraverso il dialogo? Qui, com’è evidente, il termine dialogo (dia-lògoi: due lògoi) assume un valore del tutto peculiare: tentare di costruire una “Unione” degli stati “europei” significa fondare il loro rapporto sulla base di un riconoscimento dell’Altro. Il riconoscimento dell’alterità avviene nei termini di una pre-disposizione alla comprensione della diversità, ed in ultima analisi ad un superamento dell’istanza necessitaria della guerra. Infatti, essere disposti ad un dialogo costruttivo significa pre-disporsi a sospendere i propri pregiudizi: l’altro Stato, l’altra “Nazione” non viene riconosciuta né come inferiore né come superiore, ma sullo stesso livello. È sulla base di una impostazione siffatta che può erigersi un dialogo costruttivo tra gli Stati, tra i popoli. Non è su di una “sintesi”, che si fonda la costruzione europea, ma su di una unione, su di una «fusione di orizzonti» (H.-G. Gadamer) che si configura, in effetti, come una “trasfigurazione” dei Lògoi nazionali (che mantengono comunque la propria particolarità) in un Lògos europeo, superiore, unitario. Trasfigurazione, questa, diversa da quella a cui abbiamo accennato in precedenza: ciò che caratterizza in particolare la trasfigurazione operata dal tentativo dell’Unione europea è, appunto, la pre-disposizione al dialogo. Questa implica la sospensione (ma non l’annullamento) dei propri pregiudizi, elimina la necessità della guerra ed introduce nella storia del mondo una svolta: la comprensione dell’altro su di un piano puramente politico e, in ultima analisi, il superamento del paradigma della lotta.

 

Dresda in seguito al bombardamento del 1945
Dresda in seguito al bombardamento del 1945

 

È, quindi, all’Europa come eu-topia e come ou-topia, che è dedicato questo articolo. Menzioniamo, qui, i termini eu-topia e ou-topia in memoria della celeberrima Utopia di Thomas More. Utopia fu il nome che l’umanista inglese diede ad un’isola immaginaria. Nell’opera omonima, pubblicata nel 1516, More giocava sull’ambivalente etimologia greca del termine utopia: ou-topia, “non-luogo”, “luogo che non esiste”, ma anche eu-topia: “luogo (dove si sta) bene”. Ebbene, riteniamo che questa ambivalenza ben si adatti al discorso fin qui portato avanti: la costruzione di un sistema valoriale sopra-nazionale di un Lògos europeo improntato allo stesso tempo al dialogo è, almeno nella sua forma compiuta, ad oggi, un “luogo che non esiste”, ma in cui effettivamente “si sta bene”. È alla costruzione epocale di un Lògos multi-culturale (e quindi figlio esso stesso di un dialogo: qui sta l’elemento caratterizzante) e multi-etnico dedito a sua volta al dialogo con gli uomini che volge l’Unione Europea, la quale, tuttavia, appare ad oggi un progetto completo solo per metà. Essa resta, in effetti, ancora un “luogo che non esiste”, un Lògos che non esiste, se si pensa alla recente ascesa di atteggiamenti politici non esattamente desiderosi di un dialogo nell’Unione. E tuttavia, questo lògos che non esiste è un Lògos in cui si starebbe davvero bene, in fondo. Nonostante tutti gli ostacoli che ha incontrato (e incontra) sul proprio cammino, l’integrazione europea continua tutt’ora. Essa tenta un dialogo e persiste nel tessere i filamenti di un Lògos che a molti, nella sua forma compiuta e realizzata, può apparire ancora un'utopia. Tuttavia, questa utopia non è forse davvero irrealizzabile, in quanto è (e resta) una costruzione umana. “Io sarò se e solo se mi testimonierete”, potrebbe essere il motto europeo: nessuna utopia è davvero troppo lontana, se sentita e voluta autenticamente dagli uomini che la disegnano.

 

3 giugno 2020