Perché Lucifero piange nel quadro di Alexandre Cabanel?

 

È possibile pensare che gli uomini, dalla loro origine nella notte dei tempi fino ad oggi, abbiano creato Dei e Divinità al semplice scopo di approcciarsi ad essi come loro pari? Allo scopo di utilizzare quelle caratteristiche a loro precluse per poter raggiungere forze e mondi attraverso corpi e menti completamente privi di ogni limite?

 

di Giulia Ferraresi

 

A. Cabanel, "L'angelo caduto" (1868)
A. Cabanel, "L'angelo caduto" (1868)

 

The Fallen Angel (olio su tela), datato al 1868, di Alexandre Cabanel, fa parte della collezione dell'Académie des Beaux-arts di Parigi. L’opera in questione rappresenta il primo piano del maestoso corpo di Lucifero, realizzato nel pieno della sua tensione muscolare dall’artista, la posizione parzialmente supina indica la caduta avvenuta dal paradiso, con alle spalle un corteo di angeli intenti ad osservare la drammatica scena. Le ali avvolte intorno al corpo, assieme alle braccia, indicano quasi un tentativo di protezione dell’angelo, che dopo aver ricevuto la pena eterna dal padre cerca in ogni modo di non mostrarsi debole. Tutto nel suo corpo ci trasmette frustrazione e risentimento, un odio viscerale che però è misto alla vendetta.

Il quadro è una metafora nella sua pienezza, la personificazione dell’odio e del rancore. Ciò che rende grande questo lavoro però, laddove lo stesso artista ha voluto focalizzare l’attenzione dell’osservatore, è proprio lo sguardo intenso che Lucifero ci riserva. È uno sguardo carico di forte emotività e di trasporto che ci colpisce in una maniera grandiosa. La lacrima che scende dal perfetto viso dell’angelo caduto riflette in maniera sorprendente, come fosse un diamante o un gioiello prezioso.

 

Per quale motivo Lucifero si trova in questa situazione lo sappiamo dai racconti biblici dell’Antico testamento e in particolare dai testi della tradizione Apocrifa. L’angelo viene ripudiato e cacciato dal Paradiso, nel luogo delle tenebre, nella profondità del Tartaro, negli Inferi. Lucifero, stella del mattino, nella narrazione antica rappresentava infatti l’angelo più bello e saggio creato da Dio, il serafino più importante che per tradizione viene definito come carico d’amore. Un amore che si capovolge e si trasforma e che vediamo esternarsi in quel pianto, come se quella lacrima fosse l’ultimo residuo di bontà, l’ultima goccia che lascia spazio ad una totalità infinita di odio.

 

« Il tuo fasto è disceso negli inferi, come la musica delle tue arpe. Sotto di te si stendono le larve, i vermi sono la tua coperta. Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come fossi precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: “Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio erigerò il mio trono. Siederò sul monte dell’assemblea, ai confini del settentrione. Salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo”. » (Is. 14: 11-14)

 

Lucifero viene quindi bandito dal regno dei cieli in quanto carico di tracotanza e di orgoglio tali da aver potuto pensare di sfidare l’infinita maestosità di Dio. Egli è consapevole della propria dimensione inferiore a Dio, suo padre creatore, ma è pronto a sfidarlo ugualmente; vuole raggiungere il suo fianco e successivamente scalzarlo dal “trono”.

 

Se volessimo tentare di trasportare le dinamiche d’azione che ritroviamo in questo racconto religioso nella relazione che si viene instaurando tra il bambino e il genitore, forse sarebbe più chiaro il motivo che animò Lucifero. Nel processo di crescita del bambino, e più in particolare nel momento dell’adolescenza, avviene una sorta di rivalsa dell’individualità personale del ragazzo nei confronti dell’autorità paterna o materna. Il giovane infatti necessita della propria indipendenza sociale e vuole così prendere le distanze dalla figura genitoriale molto ingombrante. Pur essendo consapevole infondo della propria incapacità di vivere completamente solo nel mondo esterno, il giovane sente forte dentro di sé il desiderio di libertà e di autonomia che manifesta attraverso l’assunzione di atteggiamenti aggressivi e provocatori. Il figlio deve assolutamente trovare il suo spazio nel mondo, che non può avvenire se non "uccidendo" idealmente quella parte di sé che ancora rimane legata al genitore. Esplode nel ragazzo la dimensione dell’egocentrismo, sia a livello intellettuale sia a livello affettivo.

 

A. Kurosawa, "Sogni" (1990)
A. Kurosawa, "Sogni" (1990)

 

« L’adolescente, invece, in virtù della propria personalità in fieri, si pone su un piano di eguaglianza rispetto ai più anziani di lui, ma si sente diverso da loro per la vita nuova che lo agita. E allora come è suo compito, vuole superarli e sbalordirli, trasformando il mondo. […] l’adolescente si attribuisce una funzione essenziale nella salvezza dell’umanità, e organizza il proprio programma di vita in funzione di tale idea. » (J. Piaget, Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia)

 

Questa sensazione di onnipotenza è data quindi dal manifestarsi, secondo Piaget, dell’intelligenza formale, ossia ipotetico-deduttiva. Il pensiero dunque si amplia, riesce a trarre delle conclusioni non soltanto dalle singole azioni concrete che l’individuo svolge, ma al contrario, l’ipotesi e la rappresentazione fungono da elementi portanti, capaci di dare loro stessi fondamento alla realtà del primo futuro (ruolo fondamentale occupa l’immaginazione).

Ciò che avverrà perciò non si basa sull’osservazione di fattori concreti ma sulle possibilità che l’adolescente è in grado di rappresentarsi mentalmente, in altri termini, su ciò che egli è in potenza. L’individuo diviene in grado di astrarre il pensiero e di lavorare attorno tale astrazione. Il ragazzo in età adolescenziale quindi si sente estremamente libero, ogni sua azione è volta all’emancipazione stessa. «Quest’ultima forma di egocentrismo (intellettuale) si manifesta nelle convinzioni dell’onnipotenza della riflessione, come se il mondo si dovesse sottomettere ai sistemi […] è l’età metafisica per eccellenza: l’io è abbastanza forte per costruire l’universo e abbastanza grande per incorporarselo» (J. Piaget, ivi). L’individuo a livello della crescita della personalità rifiuta qualsiasi forma di regola o imposizione esterna in grado di impedire l’ascesa della personalità stessa.

 

L’adolescenza è un’età carica di contraddizioni e di sensazioni tendenzialmente incontrollabili, l’amore è una di queste. Non a caso Lucifero viene identificato come angelo serafino, carico di amore. L’amore come si può osservare è una dimensione altamente imprevedibile all’interno della mente umana, alle volte totalmente irrazionale. Quest’ultimo sentimento si ciba di illusioni e di grandi idee che però non trovano quasi mai conferma nel mondo del reale. Si fa dipendere tutto dalla propria smania di conquistare ciò che non si possiede, anche se nella maggior parte delle volte ciò che attira non è tanto il raggiungimento dello scopo finale del nostro amore, quanto invece la possibilità reale di riuscire ad ottenerla.

Mescoliamo ora questi elementi tra loro nella figura, ipoteticamente determinata come “adolescenziale” rispetto al Padre, di Lucifero. Egli, angelo carico d’amore, quel sentimento furioso e irrazionale di cui si parlava sopra, è avvolto da smanie di potere date dalla sua posizione inferiore che necessita, durante l’adolescenza, di paragonarsi e di posizionarsi al di sopra del proprio creatore. Ciò che avviene dunque è il riproporsi di un naturale rito di passaggio che ogni giovane deve avere nel periodo della crescita. Lucifero deve sfidare il padre, lo deve porre alla sua stessa altezza e lo deve necessariamente sminuire per poter emergere come vincitore da una lotta per l’emancipazione e la libertà del proprio Io. 

 

 

Tutto questo tipo di narrazione ci induce a pensare che atteggiamenti di questo genere; collera, gioia, ira, gelosia, paura, vendetta, siano in realtà emozioni tipiche del mondo umano, trasportate poi all’interno della realtà divina. Con la trattazione della teologia orfica possiamo rintracciare elementi in supporto a questa teoria. Si racconta infatti che all’origine del mondo, dall’unione di Zeus e Selene nacquero Era e Dioniso Zagreo. Però Era, invidiosa dell’amore che i genitori rivolsero al fratello, indusse i Titani a cercarlo e ucciderlo. Dioniso dunque per sfuggire all’ira dei Titani si nascose per lungo tempo grazie alla sua capacità di trasformarsi. Il suo corpo però venne fatto a pezzi nel momento in cui egli si trasformò in toro. Zeus adirato scagliò fulmini e saette ai Titani fino a ridurli in cenere. L’umanità allora nacque dall’unione di questi ultimi e dalle membra strappate di Dioniso.

L’origine dell’uomo in questo mito si ritroverebbe niente meno che in una mescolanza di parti di esseri che un tempo furono divini prima di perire, il che ci suggerisce che l’uomo allora non sia un semplice essere mortale, ma una sorta di divinità mancata. 

 

P.P. Rubens, "Giove, Semele e la nascita di Bacco" (1636-38)
P.P. Rubens, "Giove, Semele e la nascita di Bacco" (1636-38)

 

La mia domanda è ora questa: cosa succede laddove il cristianesimo e la religione sembrano riportare in essi atteggiamenti e azioni avvicinabili solo al mondo del creato? La mente umana può aver generato tutto al solo scopo di dare voce a quella naturale predisposizione e sensazione che il singolo individuo prova quotidianamente di infinito e che sa, in cuor suo, di non poter rispecchiare?

Dobbiamo quindi cercare di capire quale fu il luogo originario del mito (e di conseguenza della religione) e di come quest’ultimo abbia poi potuto penetrare così intensamente la dimensione razionale dell’uomo. Max Müller, a metà del diciannovesimo secolo, nel testo Mitologia comparata, analizza i processi che andarono strutturando nel tempo il fenomeno del mito e di come esso abbia potuto naturalizzarsi a tal punto da diventare parte integrante delle culture. Il mito sarebbe infatti una dimensione scaturita da una caratteristica precisa del linguaggio, la sua controparte negativa. Sebbene il linguaggio rappresenti per l’umanità un elemento fondamentale allo sviluppo progressivo della ragione, originariamente, quando ancora l’uomo si trovava in uno stadio evolutivo tribale, questo si andò distorcendo. L’incapacità degli antenati, come esseri ancora più vicini alle bestie che all’uomo moderno, di districarsi tra gli intrecci della lingua, lasciarono spazio al linguaggio di estendersi al di fuori di sé stesso.

Il linguaggio, nella sua caratteristica polisemica, ha così dato vita ad una quantità immensa di parole e significati tali da creare allusioni e illusioni. «Questo è il punto vulnerabile del linguaggio, ed è, al tempo stesso, l’origine storica del mito» (E. Cassirer, Il mito dello stato). L’uomo delle origini fu completamente ingannato dalla «metaforicità» del linguaggio, che si fece reale laddove avrebbe dovuto semplicemente ricoprire un ruolo di comparazione e narrazione.

 

« Il linguaggio non è solo una scuola di saggezza, è anche una scuola di follia. Il mito ce ne rivela quest’ultimo aspetto; esso non è che l’ombra oscura gettata dal linguaggio sul mondo del pensiero. » (E. Cassirer, ivi).

 

Si potrebbe dire che gli uomini crearono perciò le divinità proprio per potersi approcciare a loro, per potersi tendere fino a raggiungerli, proprio perché consapevoli che questi esseri originariamente non erano altro che parole vuote, create esse stesse dalla caducità dell’animo umano, terribilmente insoddisfatto della propria condizione.

Più attualmente parlando, ciò che anima una parte della filosofia di Freud è l’idea che l’uomo sia completamente e indiscutibilmente agitato da pulsioni interiori specifiche che quotidianamente ricercano la via giusta per poter essere rilasciate. Sessualità e aggressività, amore e odio, rappresentano i fondamenti dell’interiorità umana che agiscono al suo interno sin dalla notte dei tempi. Eros per sé brama l’amore sessuale e intenso, mentre Thanatos reindirizza la propria scarica alla tensione verso il male, verso la morte che l’uomo desidera dell’altro quando si trova a dover combattere per ottenere ciò che vuole. Il bambino, fin dalla nascita è sospinto da queste due pulsioni che lo pervadono interamente, ma che con la crescita impara a gestire come abitante di una società che impone comportamenti mansueti e civili. Queste due realtà non sono altro che l’una la faccia opposta dell’altra, raffigurate nella medesima medaglia.

L’adolescente perciò con la sua carica emotiva e sessuale molto accentuata brama per sé il mondo intero ai suoi piedi, l’adulto contrariamente, viene addomesticato dalla civiltà nelle sue pulsioni, schiacciato ne suoi desideri, ammansito nelle sue emozioni. Ecco perché l’illusione della religione, delle divinità e della mitologia: in esse vivono apertamente le più alte pulsioni che l’uomo si vede costretto a soffocare in società, negli Dei e nel Dio cristiano vivono l’onnipotenza e la forza nella sua totalità d’azione. E seppur nella creazione illusiva del Dio grande, l’uomo ha creato Lucifero, lo ha condannato alla sofferenza eterna e successivamente ricacciato nella melma e nel tartaro. Lucifero non è altro che la degenerazione della condizione umana, che dall’onnipotenza della fanciullezza si ritrova a dover subire i dolori nefasti dell’adolescenza. Lucifero è l’angelo dell’amore che si trasforma nell’angelo della morte, racchiudendo in sé quindi la due opposte realtà umane (Eros e Thanatos).

 

Perché piange Lucifero nel quadro di Alexandre Cabanel?

 

Piange per la sua condizione disgraziata, per la rabbia che lo avvolge, per la perdita che ha subito. Il pianto però non è altro che la manifestazione umana di un forte sentimento incontrollabile, sul volto di Lucifero che di umano non dovrebbe avere niente, nemmeno il corpo. È nelle origini della nostra interiorità che dobbiamo ricercare la soluzione, che dobbiamo capire perché l’uomo ha voluto così ardentemente la divinità al suo fianco. L’uomo non è forse quindi egli stesso, giunti alla conclusione di questo ragionamento, quel Dio che tanto venera? Non è forse lui stesso ad averlo creato, ad averlo posto al di sopra di esso? Ad averlo posto in un luogo che per lui non sarà mai raggiungibile seppur violentemente desiderato da sempre? Ad averlo fatto arrivare laddove lui non sarà mai in grado? E Lucifero non è forse la condizione infame che siamo costretti a vivere, noi eterne mezze-divinità, private delle ali per potersi librare al di sopra del mondo.

 

3 luglio 2020