Il filo di Arianna: l'incertezza come guida

 

Sapersi orientare. È la capacità di riconoscere il luogo in cui ci si trova, la direzione che si sta seguendo come consapevolezza della reale situazione in cui il soggetto si trova rispetto al tempo, allo spazio e al proprio io. La situazione originaria da cui prende le mosse l’azione di orientarsi è l’ignoranza di criteri di riferimento, da cui nasce l’esigenza di ricercali e fissarli per potersi muovere coscientemente nello spazio e nel tempo. In questo momento storico come possiamo cercare dei punti cardinali per orientarci nella nostra vita?

 

di Chiara Gulino

 

E. Munch, "Ansia" (1894)
E. Munch, "Ansia" (1894)

 

Strutturare è per l’uomo un modo di capire e organizzare la realtà che lo circonda o che lui stesso sta producendo. Individuare una struttura di riferimento è il primo passo, poi bisogna conoscerla e infine comprenderne le dinamiche per poterla usare come criterio che delimita e norma dove e come muoversi. Da qui nasce la domanda che dobbiamo porci: in questo momento particolare  in cui il mondo e le dinamiche rispetto cui eravamo abituati a muoverci sono stravolte  è possibile? Se possibile, come?

 

« Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida. » (Zygmunt Bauman, Modernità liquida)

 

Il monito di Bauman all’uomo contemporaneo e ancor più le sue analisi della società in cui viviamo, può far sorgere il dubbio circa l’esistenza stessa di criteri di riferimento validi. L’ambiente che adesso ci circonda, annichilito dalla paura della morte che appare ovunque intorno a noi, pur non vedendola, amplia in maniera esponenziale la sensazione di incertezza. L’attenzione dei media è concentrata sul fornire dati e analisi sui dati che riguardano la pandemia che ha stravolto il nostro mondo. Dati e analisi di dati che per lo più fungono da osservatorio privilegiato di un fenomeno che non è in nostro controllo, spesso con il risultato di creare maggiori incertezze e timori. 

Come non pensare alla morte? Protagonista della paura di tutti, regina del palcoscenico di questi mesi. Eppure non vi è alcuna novità in essa per l’uomo. Il contesto creatosi ha amplificato il focus sulla morte e al contempo fatto crollare la maggior parte delle strutture e abitudini che ci permettevano di distrarci da essa e di considerarla “domabile”. Costretti in casa difficilmente si può vivere, che potrebbe fungere da distrazione efficacie, quella che Kierkegaard definisce come vita estetica:

 

« L’estetica nell’uomo è ciò per cui l’uomo è immediatamente ciò che è, e cioè natura. […] Chi vive esteticamente non può dare nessuna spiegazione soddisfacente della sua vita, perché egli vive di continuo nel momento ed ha, quindi, solo una coscienza relativa e limitata. L’esteta è tutto, ma vive solo nel momento. » (S. Kierkegaard, Aut-Aut)

 

Quando abbiamo paura della morte, esattamente di cosa abbiamo realmente paura? Cosa si cela dietro la nostra volontà di vivere, o sopravvivere? A riguardo forniscono un valido spunto di riflessione alcune domande che Shelly Kagan, professore di filosofia a Yale, ha posto ai suoi studenti durante la lezione del suo corso il cui argomento era “Death”:

 

« The crucial question is, what did you want out of survival? And one of the things I wanted out of survival was to be alive. All right, so on the body view, I exist here, but I'm not alive, so it doesn't give me what matters. » (S. Kagan, Open Yale CoursesDeath, 2007)

 

S. Dalì, "Cigni che riflettono elefanti" (1937)
S. Dalì, "Cigni che riflettono elefanti" (1937)

 

Nell’emergenza causata dalla pandemia, possiamo scorgere la realtà dell’uomo, la nostra verità: l’incertezza ci accompagna da sempre, è caratteristica della nostra specie. L’avere una coscienza e la capacità di comprendere, comunque entro certi limiti, l’ambiente in cui viviamo, la sua storia, le sue dinamiche conferiscono maggior sostanza all’incertezza che appartiene alla vita umana. Il rischio è quello di deformare la realtà a nostro piacimento per la paura di quest’incertezza. Come nel mito della caverna di Platone, potremmo essere noi quegli uomini per cui:

 

« Per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti. » (Platone, Repubblica)

 

Uno dei punti cardinali per orientarsi potrebbe essere proprio l’incertezza che tanto intimorisce, l’affrontarla piuttosto che negarla alterando la realtà che ci sta di fronte. Fare dell’incertezza una guida, una lente che ci permette di vedere ciò che abbiamo di fronte.

 

« Impareremo qualcosa? […] Non si ritorna alla normalità, la nuova «normalità» dovrà essere ricostruita sulle macerie della vita di una volta, oppure ci ritroveremo in una nuova barbarie di cui già si scorgono distintamente le prime avvisaglie. Quindi non sarà sufficiente trattare l’epidemia come uno sfortunato incidente, sbarazzarsi delle conseguenze e riprendere l’andamento scorrevole del vecchio sistema – dovremo sollevare la domanda: che cosa proprio non va nel nostro sistema, tanto da farci cogliere impreparati dalla catastrofe, malgrado gli scienziati ci avvertissero da anni? » (S. Žižek,Virus)

 

S. Dalì, "Il labirinto" (1941)
S. Dalì, "Il labirinto" (1941)

 

L’incertezza al cui cospetto possiamo aprire gli occhi può essere il nostro filo di Arianna, nel labirinto che è il nostro mondo: un sistema complesso costituito da istituzioni e modelli che noi abbiamo creato e solo noi possiamo modificare, migliorare o peggiorare, o lasciare immutate. C’è un altro pericolo, potenzialmente più grande dell’ignorare deliberatamente o meno la realtà, che ben descrive Bauman definendo la società della modernità liquida:

 

« Le comunità guardaroba hanno bisogno di uno spettacolo che ridesti interessi simili sopiti in individui per altri versi diversi da loro e quindi aggreghi tutti questi individui per un lasso di tempo durante il quale altri interessi – quelli che li dividono anziché unirli – vengono temporaneamente accantonati, sopiti o messi a tacere. Gli spettacoli, in quanto occasione per la fugace esistenza di una comunità guardaroba, non fondono, mischiano e trasformano le preoccupazioni individuali in un “interesse di gruppo”. » (Zygmunt Bauman, Modernità liquida)

 

Il pericolo è di non cogliere l’opportunità che questo momento storico ci sta offrendo quasi forzatamente: che ci siamo ingannati di poter avere ferme sicurezze pur governati dall’incertezza. Rischiamo così di scoprire troppo tardi la beffa che abbiamo costruito nei confronti di noi stessi e di non riuscire più a distinguere il falso dall’autentico – come per il protagonista del film La migliore offerta.

L’incertezza potrebbe guidarci a porci di fronte alla nostra realtà con rinnovata serietà e responsabilità.

 

« Quindi come possiamo lottare contro un virus che non conosciamo? Una cosa è certa: nuovi muri e altre quarantene non risolveranno il problema. Servono solidarietà e una risposta coordinata su scala globale, una nuova forma di quello che un tempo veniva chiamato comunismo. […] I tempi morti – i momenti di quella che i mistici chiamavano Gelassenheit – sono fondamentali per rivitalizzare la nostra esistenza. E si può forse sperare che una delle conseguenze impreviste delle quarantene da coronavirus nelle città cinesi sarà che alcune persone useranno i tempi morti per liberarsi dall’attività frenetica e pensare al (non) senso della loro situazione. […] non sto forse facendo l’errore di attribuire alle vittime una qualche forma di saggezza autentica e più profonda, dall’alto del mio osservatorio esterno, legittimando così cinicamente la loro sofferenza? […] Quello che voglio dire, però, è che anche gli eventi orribili possono avere imprevedibili conseguenze positive. » (S. Žižek, Virus)

 

G. Tornatore, "La migliore offerta" (2013)
G. Tornatore, "La migliore offerta" (2013)

 

19 maggio 2020