Contro l'elitismo

 

Il modo in cui concepiamo la potenza di "chi ne sa di più" è scorretto e nefasto.

Lemonnier, "Une soirée chez Madame Geoffrin" (1812)
Lemonnier, "Une soirée chez Madame Geoffrin" (1812)

  

Marco Aurelio dice: «il parere di diecimila uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento»; Eraclito poi ci ricorda: «uno è per me diecimila, se è il migliore». Ma come dobbiamo intendere questo avviso apparentemente così scontato? La risposta che d’impatto e spontaneamente vomitiamo è, ovviamente, che chi ne sa di più ha pienamente diritto di farsi avanti per poi, perché no, quando capita la circostanza propizia, sopraffare tutti coloro che vi si oppongono. Vogliamo che a curarci siano i migliori o i peggiori? Che a governare siano i più bravi o i più sciocchi? La lista potrebbe continuare a lungo ma la scelta non può che essere una, e nessuno, a patto di non fare forzatamente il bastian contrario, parlerebbe diversamente.

 

Se ci focalizziamo sulla ragione per cui ciascuno è portato a dire: "sì, io vorrei che le migliori menti — le élite illuminate — si prendano cura di noi", essa appare immediatamente evidente in ogni campo del sapere. Non è altrettanto evidente la ragione, o meglio la legittimità, nel momento in cui si sceglie chi sia a guidarci, quale sia il criterio che spinga a deciderci per i migliori. E sapete perché? Perché il pensiero elitista che abbracciamo senza pensarci un secondo di più è completamente folle. Si domanderà: dunque dovremmo sostenere che il parere di ciascuno sia ugualmente valido? Assolutamente no, ed è per questo che bisogna quanto più rapidamente allontanare ogni velleità “ducista”.

 

Cominciamo dal principio. La divisione dei compiti, ineliminabile in qualunque società, conduce a formare delle élite specializzate — i medici, i panettieri, i giuristi, ecc. Non esiste uomo che possa abbracciare lo scibile umano e fare ottimamente il pane e gli orologi e contemporaneamente essere esperto di medicina e di legge. O meglio: qualche virtuoso dalle doti iper-sviluppate potrà avvicinarsi al superuomo a cui ci riferiamo, ma mai eguagliarlo. Il tempo è poco. Dunque, si diceva, le élite si formano, che lo si voglia o no. Approfondendo una qualunque pratica siamo più esperti di quanto prima non lo fossimo e senz’altro più di qualcun altro che a quella pratica è rimasto estraneo.

 

Ma come arrivare a sapere — noi inesperti — quali saranno i migliori in un campo o nell’altro? Che diritto abbiamo noi di valutare il loro operato? Beh, a ben guardare lo facciamo sempre. Scegliamo il panettiere che vogliamo e se non ci soddisfa lo abbandoniamo. Scegliamo il meccanico che si è mostrato più efficiente alle nostre richieste e se non ci è d’aiuto ce ne andiamo. Questo è facile. Anche senza sapere nulla di cucina e meccanica. Però questa risposta non è sufficiente, perché molto spesso le cose non tornano, anche se ci siamo rivolti a degli esperti. Non funzionano, non si rimettono a posto. Non parlo solo di cucina e di meccanica, ma di cose molto più pressanti. Difficilmente avremo grane col panettiere, ma possiamo averne di grosse con chi ci governa. In quel caso le ricette non prevedono farine e cotture diverse, se fatte male non ci faranno venire solo un gran mal di pancia. Eppure il mantra rimane lo stesso: voi cittadini affidatevi a chi ne sa di più, dagli esperti delle banche e della finanza agli esperti politici. Voi non sapete, fidatevi di noi.

 

Ma ancora non va. La risposta del liberalismo — quello delle parole e di alcuni trattati filosofici, s’intende, ché quello “politico” combatteva il suffragio in nome delle élite autocertificantesi — è quella che abbiamo riportato poc’anzi: se non vi va bene il panettiere, sceglietene un altro. Se non funziona quella politica, votatene un’altra. Ma esprimetevi ben a distanza, nell’urna. Eppure non basta. Più penetra quest’idea più cadiamo nella nostra stessa trappola. Accade poi che i meccanismi si fanno sempre meno chiari, e che si guardi a destra e a sinistra senza sosta, ma la selva rimane fitta e nulla cambia. Accade che alle volte non si può più scegliere o ritrattare, che la scelta venga impedita, tradita. Accade che si presentino degli elitari populisti, che fingono di essere ciò che non sono: con le parole parlano alla pancia, perché noi, inesperti, abbiamo perduto qualunque abitudine alla partecipazione attiva e non siamo più capaci di fare analisi. Perché alla fine non è compito nostro, no? Sono loro gli esperti. Accade che non cambia niente di quello che vorremmo, ma crediamo che la prossima volta saremo più scaltri, che non cascheremo nella loro retorica, e finalmente faremo come col panettiere: ne sceglieremo uno migliore! Ci fidiamo ancora, ma noi, inesperti di pane e di macchine e ora, abbiamo scoperto, anche di politica, rimaniamo tali e quali, forse persino con la paura di non riuscire a proprio a pagarlo, quel benedetto meccanico.

 

Bisogna difendere la società, richiama Foucault: d’altronde, «il potere politico, in questa ipotesi, ha infatti il ruolo di reiscrivere perpetuamente, attraverso una specie di guerra silenziosa, il rapporto di forze nelle istituzioni, nelle diseguaglianze economiche, nel linguaggio, fin nei corpi degli uni e degli altri». Ebbene, il pensiero elitista è una di quelle pratiche “silenziose” che si sono iscritte nelle nostre quotidianità: lo abbiamo fatto nostro, ci entra fin nelle viscere. Ne siamo così pregni che riusciamo persino a goderci il triste spettacolo che regalano i nostri guru “blastatori”: che bello quel personaggio che insulta spietato chi pensa di poterlo vincere! Lui è un vero esperto! Più sono cattivi e ingiusti, più fanno scalpore. Più fanno male a chi chiede un confronto per essere un cittadino cosciente, consapevole (si dice così, no?) più ci paiono grandiosi.

 

 

No no, non dico che non ci siano complottisti, maleducati e così via. Al contrario. Li ho visti anche io tutti i video sul Coronavirus, con tutte le teorie cospirazioniste che contengono. Quel che voglio dire è che se esistono e proliferano bisogna procedere a un’analisi più intelligente di quella degli elitisti che, con questo pretesto, chiedono l’abolizione del suffragio universale. Sì, perché sono queste le conseguenze di quella piega ideologica che abbiamo introiettato. Sono tutti stupidi, capre. Via tutti: parola agli esperti. Ma esperti tuttologi non sono neppure coloro che vogliono abolire il suffragio universale, e allora se capitasse loro di avere un dubbio o un problema? Blastati! Spero che vi piaccia.

 

Vorrei dire qualcosa di diverso, allora, da “non esperta”. Il complottismo e la maleducazione proliferano proprio perché manca democrazia. Se ci fosse un confronto abituale fra chi è specializzato in un settore e chi lo è in un altro allora sarebbe tutto più facile. Se ci fosse un confronto abituale la nostra capacità critica sarebbe superiore, le idee migliorate. Anche quelle dei cosiddetti esperti: perché dibattendo si acquisiscono prospettive nuove, nuove domande e alle volte nuove risposte. Così, se il blastatore ci spiegasse qual è la differenza fra la polmonite primaria e secondaria, non vagheremmo smarriti nel web a cercare risposte improbabili. Lui, peraltro, sarebbe meno sciocco. E poi ricordiamocelo quando chiedono l’abolizione del suffragio: ciascuno è esperto in qualche cosa, più o meno; come dicevamo, le pratiche specializzano, anche se il pensiero elitista non lo riconosce. La divisione dei compiti che spinge a creare specialisti funziona per tutti.

 

Ora, se fossimo abituati a discutere sui più svariati temi, non ci sarebbe tutto questo problema. Ci sarebbe pure più facile dal meccanico. Ma ritorniamo al vero problema, quello politico e davvero onnipervasivo. Ce lo ricordiamo come il Sudafrica di Mandela si è fatto fregare per colpa dell’elitismo? No? Fortunatamente lo racconta Naomi Klein. Per decenni i socialdemocratici “mandeliani” avevano sventolato fra le folle entusiaste la Freedom Charter, la carta contenente il programma minimo da adottare nel momento della vittoria: «la ricchezza nazionale del nostro Paese, il patrimonio dei sudafricani, sarà restituita al popolo; la ricchezza mineraria, le banche e le industrie monopolistiche saranno trasferite nelle mani del popolo come entità unitaria; tutte le altre industrie e attività commerciali saranno controllate per assicurare il benessere del popolo», recitava. Mandela, ormai vecchietto, dalla sua angusta cella in una lettera ancora lo ribadiva: bisogna fare così, bisogna intanto che siano nazionalizzati alcuni settori importanti dell’economia. Lui non era marxista, non propriamente, ma lo aveva capito che qualcosa di vero c’era quando Marx epiteta la politica e i suoi organi come comitati d’affari della borghesia. Ci sono interessi di classe, e gli avvenimenti del mondo “centrale” e di quello “periferico”, strettamente legati, lo dimostravano ampiamente. Golpe, disastri, rivoluzioni vittoriose e quelle cadute rispecchiavano quegli interessi divergenti. 

Chiudiamo la parentesi, perché il tanto agognato momento venne: siamo nel 1994 e nelle città sudafricane esplode la gioia. E giustizia sociale sia!

O forse no.

 

« L’Anc avviò negoziati con il Partito nazionale allora al potere, nel tentativo di evitare il genere di incubo che il vicino Mozambico aveva dovuto subire quando il movimento per l'indipendenza aveva imposto la fine del dominio coloniale portoghese, nel 1975. Prima di andarsene, i portoghesi si erano vendicati gettando cemento nei vani degli ascensori, facendo a pezzi i trattori e rubando tutto ciò che potevano. L’Anc — e questo è un suo grande merito — riuscì a negoziare un passaggio di consegne relativamente pacifico. Tuttavia non riuscì a evitare che i governanti dell'era dell'apartheid mettessero tutto a soqquadro prima di uscire di scena. A differenza della loro controparte in Mozambico, il Partito nazionale non versò colate di cemento: le loro tecniche di sabotaggio, ugualmente devastanti, erano però molto più sottili, e stavano tutte nelle clausole in corpo piccolo di quegli storici negoziati. » (N. Klein, Shock economy)

 

I negoziati procedettero lenti. Se sulle concessioni politiche non ci furono sconvolgimenti, su quelle economiche fu il disastro. De Klerk, del Partito nazionalista, sapeva il fatto suo: raccomandava, sulla scorta del Washington Consensus, le imparziali e impeccabili ricette del FMI e della Banca mondiale. Si trattava di affidarsi agli esperti, che avevano grandi progetti per il Paese. Nel frattempo nell’Anc si organizzavano piani democratici di edilizia popolare e tutte quelle proposte che, finalmente, sarebbero servite a redistribuire la ricchezza e, perché no, a levare il monopolio della vita che conta ai bianchi, che finora soli avevano spadroneggiato. Pensate lo sgomento quando ricevettero notizie dai negoziatori: non se ne fa nulla!

 

« Volete redistribuire la terra? Impossibile: all’ultimo minuto i negoziatori accettarono una clausola alla nuova costituzione che protegge ogni forma di proprietà privata, rendendo virtualmente impossibile la riforma agraria. Volete creare posti di lavoro per milioni di disoccupati? Non potete: centinaia di fabbriche stavano per chiudere perché l’Anc si era iscritto al Gatt, il precursore dell’Organizzazione mondiale del commercio, che rese illegale finanziare le fabbriche di automobili e gli stabilimenti tessili. Volete farmaci per l’Aids gratis nelle townships, dove la malattia si sta diffondendo con rapidità sconcertante? Violereste un accordo promosso dal Wto per i diritti di proprietà intellettuale, a cui l’Anc si è associato senza alcun dibattito pubblico come continuazione del Gatt. Vi servono soldi per costruire case più grandi per i poveri e portare gratuitamente elettricità nelle townships. Spiacenti: il budget serve per ripagare gli enormi debiti lasciati in silenziosa eredità dal governo di apartheid. Stampare più banconote? Andatelo a raccontare al capo della banca centrale, residuato bellico dell’era dell’apartheid. Acqua gratis per tutti? Difficile. La Banca mondiale, con il suo vasto contingente operativo di economisti, ricercatori e insegnanti (che chiamava la sua knowledge bank, banca del sapere), sta trasformando le partnership del settore privato nello standard di servizio. Volete imporre controlli sulla valuta per impedire speculazioni selvagge? Violereste il contratto da 850 milioni di dollari siglato dal Fmi, firmato, guarda caso, appena prima delle elezioni. Vi piacerebbe alzare il salario minimo per ridurre il divario legato all'apartheid? Neanche per sogno, il contratto del Fmi promette “controllo dei salari”. E non pensate nemmeno di ignorare gli impegni presi; qualsiasi cambiamento sarà considerato prova di una pericolosa inaffidabilità del Paese, una mancanza di impegno per la “riforma”, l’assenza di “un sistema basato sulle regole”. E tutto ciò condurrà a crolli della valuta, tagli agli aiuti esteri e fuga di capitali. Il Sudafrica era libero ma contemporaneamente in trappola: ciascuno di questi arcani acronimi rappresentava un filo della rete che intrappolava il nuovo governo. » (N. Klein, Shock economy)

 

Vi ricorda qualcosa? Non importa, è un altro discorso. Parlavamo di élite. Vedete, il pensiero elitario è il pensiero che delega. Il pensiero per cui quel che vi accade non è di vostra competenza. Il pensiero per cui gli affari vostri sono quelli di minore importanza, mentre le macro-questioni — che comunque determinano grosse fette della vostra vita — sono di competenza altrui.

 

L’inquinamento che avanza con prepotenza, le ristrettezze economiche a cui condannano certi contratti precari, i tagli al welfare sono cose sulle quali non avete alcun potere. Certo, la borraccia. Buona idea, da farsi assolutamente, ma non basta per salvare il mondo. Certo, il voto, ma se i vincoli economici sono anche solo analoghi ai sudafricani siamo fritti. Checché ne dicano i populisti, che neppure li nominano quei vincoli, e non si pongono neppure il problema della partecipazione popolare — l’assemblea, il discorso, fuor di click — e alla fine non cambiano nulla. Il voto allora è sufficiente a metterci al riparo dalle élite? Si possono organizzare società diverse, in cui la partecipazione popolare sia riconosciuta e in un certo senso istituzionalizzata? È possibile progettare economie differenti? Pare di sì. Dei tentativi si sono fatti.

 

Contro le élite, riapriamo il dibattito.

 

16 marzo 2020

 




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