L'unica vera lotta

 

La competizione nella sua concezione comune si identifica come una lotta cieca, che prevede come unico scopo la sottomissione, l’annichilimento dell’avversario, e così, tristemente, anche quello del “vincitore”.

 

di Tommaso Bertollo

 

F. Goya, "Il 3 maggio 1808"
F. Goya, "Il 3 maggio 1808"

 

Il concetto di competizione viene comunemente inteso come gara, lotta, contrasto fra persone o gruppi che cercano di superarsi per conquistare un primato. Assume alla luce di questa definizione un significato negativo dal momento che viene sottolineato come l’unico modo per conquistare il primato sia la sconfitta dell’avversario; ossia il proprio bene si raggiungerebbe a discapito del bene dell’altro. Ebbene ciò è vero solo se viene condotta un’analisi superficiale, dacché indagando i meccanismi e le categorie sottointesi in ogni competizione si evince un concetto squisitamente positivo, per tutte le parti in gioco.

 

Qualora ci sia un scontro, una lotta, questa scaturisce essenzialmente per una discordanza più o meno esplicita da parte delle due o più fazioni che vi partecipano circa un determinato concetto o valore: nella gara sportiva gli atleti desiderano dimostrare chi tra loro sia migliore nel compiere un determinato gesto atletico, in un concorso lavorativo si vuole identificare il candidato più meritevole e in una guerra, dopo aver fallito nel risolvere un disaccordo per via diplomatica, entrambe le parti “concordano” su una risoluzione tramite la logica della forza come ultima ratio. In tutti questi casi però, benché la stessa competizione si generi da un diverbio iniziale, i contendenti più o meno tacitamente nel competere stilano e sottostanno ad una serie di regole proprio in luce di quel valore che entrambi vogliono dimostrare e su cui non si trovano in accordo: nelle gare sportive sono vietate quelle azioni antisportive che andrebbero a minare la vittoria dell’atleta effettivamente meritevole; nel concorso lavorativo ci si attiene ad una serie di regole che il datore ritiene importanti ai fini di identificare il candidato ideale e nella stessa guerra ci si attiene all’insieme delle norme giuridiche che prendono il nome di diritto bellico che stabiliscono come disciplinare la condotta in guerra da entrambe le parti (dichiarazione di guerra, accettazione della resa, regolazione di armi di distruzione di massa, ecc).

 

Dunque ai fini della realizzazione di una competizione è necessario che entrambe le parti indichino un valore ritenuto importante e che si attengano ad una serie di regole concordate che agevolino la parte più meritevole a raggiungerlo. Ogni forma di competizione che non sia regolata non si può definire tale ma risulta puro arbitrio e ogni suo risultato non è che figlio del caso.

 

Podio di Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936
Podio di Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936

 

Queste riflessioni assumono particolare valore se, tenendole presenti, studiamo la competizione e concorrenza in ambito politico.

 

Obiettivo della politica, e del corpo politico, è quello di migliorare il benessere dei cittadini dello Stato che rappresentano tramite la promulgazione di leggi e decreti. Lo Stato, se democratico, prevede che il corpo politico venga eletto dai cittadini che per suffragio andranno a scegliere tramite il voto coloro che ritengano siano migliori sia nell’individuare i problemi dello Stato sia, di conseguenza, a risolverli. Tuttavia questo meccanismo è fallace e, addirittura, paradossale nel momento in cui si ritiene che il popolo possa conoscere i problemi che affliggono lo Stato e, quindi, che sappia anche come risolversi. Un contadino o chi per esso che esca raramente dalla sua realtà locale non potrà conoscere i problemi di tutta la nazione e si atterrà a votare per la figura politica che verosimilmente gli prometterà vantaggi immediati che potrebbero avere esiti catastrofici nel futuro.

 

La democrazia sarebbe una macchina estremamente valida e utile se il momento del voto fosse solo il punto finale, in cui trarre le somme, di un processo di confronto dialettico su scala nazionale in cui vi sia un confronto di idee reciproco tra i cittadini con il fine di identificare il sistema migliore per la risoluzione di un problema dello Stato in particolare. Ossia un processo in cui i problemi dei singoli cittadini vengano gerarchizzati e analizzati e si decida quali abbiano la priorità e come si possano risolvere garantendo il grado di benessere collettivo, sociale, più alto sulla base delle conoscenze allora note. Al contrario, una votazione sregolata, privata di un confronto preliminare tra le parti, non dimostra chi sia degno più degli altri di svolgere compiti di governo.

 

Non solo dunque l’ignoranza della popolazione (che naturalmente non può conoscere i problemi di tutto lo Stato) mina i princìpi della democrazia ma ancor più l’atteggiamento della classe politica che, in qualche modo, si affida completamente ad essa. I partiti non si costituiscono più come un insieme di persone guidate dall’obiettivo comune di giungere al potere in virtù della bontà del programma politico che rappresentato, ossia convincendo la popolazione delle loro idee, restando fedeli ad esse perché ritenute buone e giuste; essi sono ormai privi di qualsiasi idea-guida. Si giunge ad usare come vanto la volontà di accogliere, di “ascoltare” le richieste del popolo qualsiasi esse siano purché giungano dalla maggioranza, non importa se essa sia ignorante o meno: non si lotta più per il bene comune ma per il consenso.

 

La colpa non ricade però unicamente sulle spalle dei capi di partito del momento, i quali agiscono in balia di un sistema filosofico ben più vasto che, in misura più o meno acuta, affligge l'intero Occidente almeno dalla fine dell'Ottocento ad oggi: la filosofia del nichilismo.

 

"Discussione" in parlamento, 27 novembre 2019
"Discussione" in parlamento, 27 novembre 2019

 

Il fenomeno del nichilismo – il termine è diffuso dal drammaturgo e romanziere russo Ivan Sergeevič Turgenev con il romanzo Padri e figli del 1862, ma il concetto viene approfondito e teorizzato in una maniera che diverrà canonica dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche – indica la perdita di ogni verità, di ogni certezza e scopo universali, conseguentemente alla morte di quella figura che fino a quel momento costituiva la fonte di ogni credenza: Dio.

 

Con la scomparsa di ogni verità assoluta è naturale non vi sia la competizione per dimostrare chi sia il migliore, che meglio sappia dirigere una nazione. Non si tollera più che vi sia giusto e sbagliato, bene e male: chiunque sia mosso da volontà si sente legittimato ad attuarla per quanto brutale e contraddittoria possa essere. Il contrasto con l’altro lo si risolve ignorando completamente la discussione su chi abbia ragione, dal momento che nessuna delle due parti crede più nel concetto di vero  come è noto, oggi è in auge il termine postverità , passando allo scontro che ora non sarà “sportivo” e regolato: non si cerca chi sia il migliore in qualcosa, ma come annichilire l’avversario con ogni mezzo necessario. E così si apre il secolo dominato dalle guerre mondiali, dai fascismi, dalla violenza, dai crimini contro l'umanità: il Novecento.

 

Soffermandoci a qualche considerazione sull’azione politica del partito fascista dai suoi albori fino alla caduta viene messo chiaramente in luce come sia un prodotto naturale della filosofia nichilista-relativista dominante.

 

« Le democrazie, che all’alba del Novecento erano appena sorte, erano evidentemente segnate da una maggiore partecipazione politica dei cittadini e pertanto da una loro coscienza sociale superiore alle epoche del passato: questo influiva non poco su11’attivita dei governanti ciii di prima), che dovevano prendere in esame le richieste delle folle reclamanti la volontà di essere parte attiva della nazione. Le conseguenti politiche parlamentari erano generalmente sterili perché, come i liberali a più riprese mostravano a loro discapito, non riuscivano a portare alcun dibattito alla concordia, ma, a1 contrario, rimandavano a una prassi che faceva della politica un mero strumento di propaganda, sotto il quale si nascondevano furbizie, imbrogli e violenza. La discussione conduceva a scontri interminabili e inconcludenti, che scemavano nell’immobilismo, e nell’azione solamente allorquando una parte prendeva l’iniziativa nonostante il parere altrui. La politica europea aveva involontariamente dimostrato (a chi non era affine ai temi filosofici) come ciò che contava non fossero tanto le parole, quanto l’azione e la volontà di cambiare il mondo. Questo avvertimento fu colto al balzo dall’avanguardia fascista, che ne fece il proprio mantra. »

 

Questo passaggio dell’introduzione di Gentile e la sfida liberale di Valentina Gaspardo sottolinea il rifiuto del partito alla discussione che, privata dell’idea di verità e di bene a cui tendere, non può che essere sterile. Ma se questa caratteristica ha garantito un certo successo in un primo momento, la stessa “forza” del movimento ha generato una forte crisi quando fu necessario sistematizzare il pensiero fascista.

 

« Superata la prima fase tumultuosa e passionale delle origini, anche i fascisti che maggiormente disprezzavano l’intellettualismo e le discussioni teoriche si trovarono di fronte al problema di definire cosa era il fascismo, di dare un’interpretazione agli avvenimenti degli ultimi anni, dall’interventismo alla “marcia su Roma”, per chiarire i motivi dell’azione fascista e il programma per il futuro. »

 

« La conquista del potere aveva avuto come prima conseguenza la crisi del partito: un partito che, nonostante l’organizzazione monolitica esteriore e il suo sistema gerarchico militare, era un coacervo di ideali e di interessi diversi […]. »

 

Se dunque non si potevano risolvere diatribe in virtù di una serie di categorie che stabilissero quale fosse l’idea migliore, il partito superò lo scoglio della pluralità di opinioni con un centralismo autoritario, proprio perché non vi era un’idea migliore a cui aspirare, ma solo alcune volontà più forti di altre. Il passo fu breve da quella che era la filosofia precedente del darwinismo sociale della borghesia liberale, ma non solo, dominata da basi filosofiche non così dissimili.

 

Ma la questione non si è risolta con la fine del fascismo o il termine della Seconda guerra mondiale dal momento che gli stessi motivi del suo scoppio non sono stati superati e quelle democrazie che oggi, almeno formalmente, ripudiano i fascismi e i loro simboli, non presentato sostanziali differenze da essi sul piano teoretico.

 

Il dibattito politico sia in seno ai partiti sia dei partiti tra di loro si presenta ancora ad oggi inesistente e qualora venga abbozzato consiste comunque in una sterile contrapposizione di idee discordanti in cui le due parti sono incapaci di condurre un’analisi approfondita delle ragioni delle loro stesse idee. Si ricade così nuovamente nel bisogno di affidarsi ad una figura “forte” nella quale riporre fiducia e che sia sede di verità anche se ingiustificata. Ma ciò continua a non favorire il proliferare di idee e di una loro adeguata selezione.

 

12 marzo 2020