Non “solo” di politica, ma innanzitutto si tratta di umanità

 

La strumentalizzazione delle tragedie che si stanno verificando in queste ore ai confini europei e siriani è inaccettabile. Perché nessuno parla di diritti umani? Dove sono le Nazioni Unite? Se i media non sono interessati a mostrare la verità, allora è nostro dovere provare a farlo.  

 

 

I media stimano che gli sfollati causati dalla battaglia di Idlib siano 1.300.000, ma la verità è che è impossibile saperlo con esattezza. Queste persone si trovano ammassate tra la città sotto assedio e il confine turco, senza cibo, riparo, gas o elettricità. L’aiuto umanitario che perviene loro è limitato, il nostro partner locale afferma che «se anche potessero paracadutare provviste, avrebbero la certezza di uccidere almeno una famiglia nel farlo», tanti sono gli sfollati. È la tragedia umanitaria più grave del secolo.

 

Al contempo, la Turchia non aprirà i propri confini agli sfollati. Dopo aver accolto oltre 4.000.000 di profughi, il doppio di tutti gli Stati europei messi insieme, si trova impossibilitata o contraria all’accoglienza di nuovi arrivi. Le città di confine sono già sovraffollate, con disagi quali altissimi tassi di abbandono scolastico e disoccupazione. Gaziantep, per esempio, accoglie oltre 500.000 profughi su un totale di 1.500.000 abitanti.

 

In più, dopo l’uccisione di 36 soldati turchi per mano delle bombe russe, le tensioni in Turchia stanno raggiungendo picchi vertiginosi. In molte città di confine si stanno svolgendo proteste, in alcuni casi con gruppi di cittadini turchi che attaccano siriani o attività gestite da siriani come rappresaglia. Per tutta risposta, la Turchia ha intensificato il proprio impegno militare in Siria.

 

Ankara ha anche aperto la via verso i confini europei, sospendendo le operazioni di pattuglia acquistate dall’UE attraverso l’accordo del 2016 (una strategia barbarica, a mio avviso, nonché poco lungimirante) e in cambio di 6 miliardi di euro (promessi). Negli ultimi giorni, si stima che superino i 30.000 i profughi accalcatisi ai confini greci, sia marittimi sia di terra, scontrandosi con la polizia e manipoli di cittadini pronti a farsi giustizia privata.

 

Molti sui social media dicono che l’UE, anziché dichiarare l’allerta per fermare i profughi siriani al confine, dovrebbe dichiararla contro la Russia che da anni bombarda milioni di civili in Siria. Al contempo, però, si sa anche che gli Stati Uniti e i Paesi alleati hanno armato i ribelli, compresa Al-Quaeda, per anni.

 

 

Dall’altra parte della barricata, troviamo i greci, sia quelli vestiti di blu sia quelli in vesti civili. Questi ultimi, soprattutto, agiscono esausti dopo anni e anni in cui il proprio governo e l’Unione Europea li ha abbandonati ad una crisi umanitaria che si è rivelata impossibile da gestire attraverso l’attuale sistema di asilo.

 

Gli hotspot, i campi profughi di ricezione e registrazione ormai conosciuti come dei “lager europei a cielo aperto”, sono già al collasso, con un sovraffollamento senza eguali, e altrettanto gravi casi di diritti umani negati.

 

A Evros, dove sorge il confine via terra, le tensioni tra i profughi spediti al confine e la polizia sono degenerati in veri e propri scontri, con feriti da entrambe le parti. A Lesbo, un video mostra gli isolani prendere la legge nelle proprie mani impedendo a un gommone di attraccare. Un secondo video mostra la guardia costiera tentare di affondare un altro gommone. E oggi come cinque anni fa, un bambino è annegato tentando la traversata. Suona famigliare? Forse stai pensando ad Alan Kurdi, il bambino morto sulla spiaggia. Siamo davvero disposti a ricominciare tutto questo daccapo?

 

Da un lato c’è la prospettiva turca, la prospettiva di un paese che sente di essersi preso il fardello della crisi siriana da solo e che recrimina all’Europa di aver mancato di tenere fede all’accordo, oltre a dover ricevere ancora 2 dei miliardi pattuiti.

 

Dall’altro, la prospettiva greca, la prospettiva di un paese stremato dalle macchinazioni e dalle menzogne della politica, disilluso da un’UE incapace di intervenire o anche solo trovare la volontà politica di intavolare discussioni e affrontare i veri problemi, un paese che non ce la fa più a sentirsi la discarica d’Europa.

 

Come si vede, la crisi siriana non è una problematica in bianco e nero. Il bianco e il nero sono i colori della politica più bassa, della strumentalizzazione. La verità, come sempre, è complessa. È più difficile accettare una guerra senza un vero buono, senza un vero eroe, o senza un inequivocabile cattivo – me ne rendo conto – ma questa è la verità, e solo la verità restituirà l’umanità a queste persone. Perché l’unica prospettiva che importa è quella di cui nessuno sta parlando: quella della gente.

 

Gli unici sotto attacco qui sono i siriani. I siriani usati come pedine politiche. I siriani usati per fare polemica in televisione. I siriani usati per vincere il consenso degli elettori. Non dimentichiamo che questa è sì una crisi politica e diplomatica, ma soprattutto è una crisi umanitaria.

 

Quella in Siria è una guerra mondiale sulle spalle di un solo Paese. E come dice la gente di Idlib, «La vostra indifferenza è la nostra condanna a morte».

 

 

3 marzo 2020