Alla ricerca del politicamente corretto

 

Il politicamente corretto, o politically correct per chi preferisce l’inglesismo, è un argomento spinoso su cui sembra non esserci un punto di accordo comune e pienamente condivisibile. Analizzeremo alcuni esempi per provare a comprendere quando è legittimo, quindi effettivamente “corretto” e quando, gridando in suo nome, si scade nel ridicolo.

 

di Sara Albiero

 

 

Cos’è il politicamente corretto? 

«L'espressione correttezza politica (in inglese political correctness) designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone».

Questo il significato odierno. Eppure «nella prima metà del XX secolo, l'espressione politicamente corretto veniva usata per descrivere la stretta aderenza a una serie di ortodossie ideologiche all'interno della politica. Nel 1934, il New York Times riferì che la Germania nazista concedeva permessi di cronaca “solo a puri 'ariani' le cui opinioni sono politicamente corrette”. Quando i movimenti marxisti-leninisti acquisirono potere politico, la frase venne associata alle accuse di applicazione dogmatica della dottrina nei dibattiti tra comunisti americani e socialisti americani. Questo uso si riferiva alla linea del partito comunista che, agli occhi dei socialisti, forniva posizioni “corrette” su tutte le questioni politiche. Secondo l'educatore americano Herbert Kohl, scrivendo sui dibattiti a New York tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50, “il termine politicamente corretto è stato usato in modo dispregiativo, per riferirsi a qualcuno la cui lealtà alla linea PC ha prevalso sulla compassione e ha portato a una cattiva politica. Fu usato dai socialisti contro i comunisti e aveva lo scopo di separare i socialisti che credevano nelle idee morali egualitarie dai comunisti dogmatici che avrebbero sostenuto e difeso le posizioni del partito indipendentemente dalla loro sostanza morale”».

 

Dunque, nonostante il nome, la correttezza di un’opinione, un prodotto, un personaggio, dipende dal contesto in cui questi vengono inseriti e al pubblico cui sono rivolte.

Per questo tutt’oggi il politically correct è accompagnato da controversie, perché è collegato ad argomenti dei quali è difficile stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, argomenti che toccano l’individuo nel profondo, coinvolgendo la sua identità, la sua morale, il suo essere.

 

L’uso che stiamo facendo delle parole sta cadendo nel superficiale: non viene dato il giusto peso che dovrebbe essere attribuito loro. E di contro, troppo spesso il popolo che mostra il suo risentimento, soprattutto attraverso l’internet, condanna certe affermazioni di utenti che invece non vorrebbero essere provocatorie o malevoli, etichettandole come inopportune o inaccettabili. Accade che ci si indigni per le stupidaggini più infime, mentre termini che di per sé racchiudono un significato negativo vengano pronunciati a sproposito, passati come accettabili in qualsivoglia contesto. In base alle esperienze di ognuno di noi, il politically correct può essere percepito come indispensabile per la tutela della propria persona, o può rilevelarsi anche dannoso: talvolta gli stessi appartenenti a minoranze si sentono attaccati da troppo perbenismo, che li fa sentire fragili e oggetto di compassione. L’eccessivo perbenismo è sfociato in una condanna a priori verso tutto ciò che possa anche solo innescare una scintilla di disagio nelle minoranze.

 

«Rimuovi quell’uomo nero! È un orribile simbolo della sofferenza degli schiavi neri!»
«Rimuovi quell’uomo nero! È un orribile simbolo della sofferenza degli schiavi neri!»

 

A dimostrazione di ciò prendiamo in esame il film del 2020 Le Streghe di Robert Zemeckis, adattamento del romanzo omonimo per bambini di Roald Dahl, in cui la Grande Strega Suprema pare essere affetta da “ectrodattilia”, comunemente chiamata “sindrome della mano divisa”. Molti spettatori hanno condannato la scelta di Zemeckis di aver attribuito tale “difetto” ad un personaggio negativo all’interno della storia, facendo passare le ectrodattilia come una caratteristica da temere, e, di conseguenza, dispensando ai bambini un errato insegnamento di vita.

 

L’atleta Amy Marren era intervenuta nella polemica dicendo di essere “delusa” dalla Warner Bros. «La mia paura – ha detto – è che i bambini guardino questo film e che inizino a temere le persone con differenze negli arti». Persino l'account Twitter ufficiale dei Giochi Paralimpici ha fatto eco ai sentimenti di Marren, scrivendo: «La differenza degli arti non fa paura. Le differenze dovrebbero essere celebrate e la disabilità dovrebbe essere normalizzata».

 

La casa di produzione Warner Bros e l’interprete della Grande Strega Suprema, Anne Hathaway, si sono sentite in dovere di scusarsi sui social con chiunque si fosse sentito discriminato dalla suddetta scelta cinematografica. Forse perché colte alla sprovvista, sentitesi intrappolate nella morsa del cliente pagante, hanno preferito non imbattersi in ulteriori dispute con il grande pubblico. Eccolo il troppo perbenismo. Il problema in questo caso sta negli occhi di chi guarda. La Warner Bros ha dichiarato di aver rappresentato il personaggio con una tale malformazione così da far risaltare gli artigli. Il film non vuole illustrare come la sindrome della mano divisa sia una caratteristica strettamente legata alla cattiveria delle streghe.

 

“Le Streghe” (2020), di Robert Zemeckis
“Le Streghe” (2020), di Robert Zemeckis

 

I bambini dovrebbero temere le streghe per le loro azioni, non discriminarle per il loro aspetto “inusuale”. Un bambino che incontrasse una persona affetta da questa sindrome non dovrebbe averne paura – perché sì, ammettiamolo, ciò che ci è nuovo e fuori dall’ordinario fa paura –, ma per questo c’è bisogno di educare le nuove generazioni (anche se spesso sono loro a dare l’esempio a chi ancora ha una mente limitata dal retaggio culturale) all’accettazione del diverso e facendo scoprire loro la bellezza e la bontà che sta nelle persone.

 

Un caso più delicato può essere quello riguardante Gina Carano, licenziata dal cast di The Mandalorian, spin-off di Star Wars, dalla Lucasfilm, casa di produzione acquistata da Walt Disney Company nel 2012. L’attrice espresse sui social opinioni poco consone riguardo al Black Lives Matter, irrise i pronomi personalizzati riguardanti l’identità di genere e, da ferma sostenitrice di Trump qual è, paragonò i sostenitori repubblicani agli ebrei oppressi nel periodo della Germania nazista, ritenendo inutile l’uso di mascherine contro il Covid-19.

Carano è una vittima della Cancel Culture, una sorta di moderno ostracismo, in questo caso voluto dal pubblico e attuato dalla Lucasfilm. Essa consiste nell’oscurare, limitare azioni o boicottare personaggi pubblici, opere e prodotti dei più vari generi, perché portatori di idee non conformi al senso civile, all’etica o al pensiero comune.

Sebbene la Cancel Culture scada spesso nella censura illecita e sia considerabile come un’esagerazione nell’applicazione del politicamente corretto, proprio come quest’ultimo non sempre viene per nuocere. Non possiamo biasimare l’intervento di Disney e le politiche da essa attuate, poiché, come molti appoggiano Gina Carano sostenendo che vita lavorativa e sfera privata non vadano confuse, così in realtà i due ambienti non possono che influenzarsi a vicenda e Disney questa volta ha preferito prendere provvedimenti.

 


 

Sempre Disney ha scelto di porre dei disclaimer prima della visione di alcuni loro vecchi film d’animazione, in particolare Dumbo, Peter Pan e Gli Aristogatti, presenti all’interno della piattaforma Disney+, che avvisa gli utenti della presenza di personaggi di diverse etnie rappresentati in maniera discriminatoria.

 

“Gli Aristogatti” (1970), di Wolfgang Reitherman
“Gli Aristogatti” (1970), di Wolfgang Reitherman

 

«Piuttosto che rimuovere questo contenuto, vediamo un'opportunità per innescare una conversazione e aprire un dialogo sulla storia che ci riguarda tutti», afferma la Mouse House sulla sua pagina dell'iniziativa Stories Matter. «Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo riconoscerlo, imparare da esso e andare avanti insieme per creare un domani che oggi può solo sognare».

 

È davvero necessario tutto ciò? Avete presente la frase: “Qualcuno pensi ai bambini!”? Ecco, i prodotti sopra citati sono figli del loro tempo, con stereotipi razziali che ad oggi vengono considerati scorretti e diseducativi. Ma gli occhi di un fanciullo non vi scorgerebbero alcuna discriminazione, non sarebbero portati ad odiare un’etnia diversa dalla propria. Piuttosto sono portati a emulare i genitori, e, in caso, la loro tendenza recidiva a inveire e denigrare gli altri. Perché si potrebbero porre centinaia di disclaimer prima di un’opera cinematografica, ma se un bambino, un ragazzo si ispira solo a esempi malsani, egli tenderà a imitare ciò con cui ha un contatto più diretto e ad ignorare il resto.

 

Giungiamo sempre ad un punto indispensabile: l’educazione nel rispetto del diverso.

Sono ancora molti gli esempi che si potrebbero fare riguardo al politicamente corretto e al suo uso improprio in taluni di essi.

Hanno provato a denunciare questo abuso Pio e Amedeo che il 30 aprile 2021 nell’ultima puntata del loro show Felicissima sera, durante la quale hanno intrapreso un discorso contro il politically correct che dal loro punto di vista (ma non sono gli unici a pensarla così) andrebbe a limitare la libertà di espressione. I due avrebbero sostenuto che «la cattiveria non risiede nella lingua e nel mondo ma nel cervello: è l'intenzione. L'ignorante si ciba del vostro risentimento», invitando così chi dovesse sentirsi apostrofare con appellativi quali negro, ricchione, frocio (per citarne alcuni) a ridere in faccia al proprio interlocutore, sminuendolo e privandolo dunque di quel godimento che trarrebbe dal ferire verbalmente gli altri. Ma come ben ci si sarebbe potuto aspettare, questo intervento ha destato non poche critiche nei confronti dei due comici, critiche giunte da utenti del web così come da colleghi appartenenti al mondo dello spettacolo tra cui Michele Bravi, dichiarato bisessuale che in risposta al duo ha riferito: «Io ci ho messo tanti anni a trovare le parole giuste per raccontare il mio amore per un ragazzo, e per me è un onore essere su questo palco per continuare a dare il giusto peso alle parole». Insomma, per sconfiggere l’ignoranza una risata non basta, ma è necessario far capire ai discriminatori, attraverso il dialogo, che le loro idee sono sbagliate.

La cosa più sconcertante è che una rete nazionale abbia permesso a Pio e Amedeo di intraprendere un simile discorso in uno spettacolo che, sebbene non condotto sulle principali reti italiane RAI, ma andato in onda su canale 5 (Mediaset), ha riscosso uno share del 22,50% con un numero di telespettatori pari a 4 milioni e 331 mila. Chissà tra questo ampio pubblico quanti omosessuali, bisessuali, neri, disabili, ebrei e minoranze tutt’ora oppresse e perseguitate, si saranno sentite un po’ abbandonate, non rincuorate da tali parole. Perché sì, è l’intenzione che conta, ma questa passa anche attraverso le parole. Spesso fraintendiamo la volontà di chi ci sta parlando vis-à-vis, figuriamoci quanto difficile possa essere l’interpretazione delle parole pronunciate da soggetti presenti dietro uno schermo.

A maggior ragione quindi, se due o più individui non hanno delle relazioni così fondate da potersi capire con uno sguardo, è importante misurare le parole.

Probabilmente non potremo mai conoscere le vere intenzioni dei due comici con certezza, per i motivi sopra indicati; si sono lanciati senza paracadute nella lotta al politicamente corretto, trattando con troppa leggerezza un argomento che dovrebbe essere affrontato con più serietà affinché possa passare un messaggio maggiormente condivisibile.

 

Chissà se in futuro riusciremo a trarre linee guida che permettano di legittimare cosa sia giusto e cosa sbagliato. Probabilmente la diversità che caratterizza l’essere umano prevarrà e non lo renderà possibile.  

 

30 agosto 2021