Come pecore in un gregge

 

Da sempre, l’uomo ha la necessità di far parte di almeno un gruppo sociale, eppure spesso, per potervi accedere, egli rinuncia alle proprie idee e alle proprie diversità per omologarsi agli altri.

 

di Eleonora Brotto

 

René Magritte, “Golconda” (1953)
René Magritte, “Golconda” (1953)

 

Fin dall’antichità, l’essere umano tende a creare gruppi per facilitare le attività normalmente svolte per la sopravvivenza, come per esempio la caccia ed il raccolto, in modo così non solo da ricevere aiuto ma anche da fornirlo a chi ne avesse bisogno.

La propensione e la necessità di essere parte di un gruppo è ancora presente nell’epoca attuale. Fin dalla nascita, infatti, l’uomo appartiene ad un gruppo per eccellenza, quello familiare; crescendo, poi, entra, per lo più volontariamente, a far parte di diversi gruppi, come quello scolastico, sportivo, lavorativo, si sente parte di una squadra, di una tribù, di una comunità religiosa o di un’associazione. Generalmente riconosciamo a vista d’occhio le persone che si identificano all’interno di una medesima classe, associazione, squadra, poiché, oltre a condividere determinati pensieri, adottano pure uno stile di vita simile, vestendosi, parlando e atteggiandosi in egual modo.

 

L’aggregazione ad essi ci permette non solo di vivere meglio e di affrontare con maggiore sicurezza i problemi e le difficoltà, di rafforzare la nostra autostima e le nostre convinzioni se condivise con gli altri, ma anche di avere una crescita personale, resa possibile dalle relazioni e dal continuo confronto con gli altri; questo perché, il dialogo e la comunicazione con tutti coloro che ci circondano ci consentono di valutare quali siano le idee migliori e quindi di prendere le decisioni più sagge di fronte ad una scelta.

Diversamente invece, la mancanza di dialogo tra le persone porta il singolo a rinunciare ad una propria idea o a dei valori per adeguarsi a quelli condivisi da un gruppo, solo per poterne fare parte.

In quest’ultimo caso, una persona che modifica il proprio comportamento, le proprie abitudini e consuetudini, ma anche le proprie opinioni, per essere parte di un gruppo, viene definita omologata o conformata ad esso.

 

Di notevole interesse fu negli anni Cinquanta, lo studio svolto dallo psicologo polacco Solomon Asch che effettuò una serie di esperimenti di psicologia sociale analizzando come la pressione sociale di un gruppo influenzava il modo di pensare e di agire del singolo e di conseguenza come l’individuo tendeva ad omologarsi ad esso.

I partecipanti all’esperimento comprendeva erano collaboratori dello psicologo e degli studenti ignari della prova.

Poste due schede, una con tre linee di diversa lunghezza e una con una linea singola, i partecipanti dovevano rispondere quale delle tre linee fosse uguale a quella singola.

 I collaboratori sbagliarono appositamente le risposte e Solomon scoprì che soltanto il 25% degli studenti ignari aveva dato la risposta esatta, distaccandosi dal gruppo; il restante 75% si era omologato almeno una volta ad esso.

 

 

I risultati ottenuti dall’esperimento erano chiari: un’alta percentuale delle persone coinvolte aveva abbandonato spontaneamente la propria opinione, preferendo, anche se errata, quella del gruppo, con il principale scopo di sentirsi parte di esso ed accettato dai suoi membri.

Altro motivo rilevante, che portava gli studenti ignari a rinunciare e poi a conformarsi, era il timore di un possibile ‘fallimento individuale’; al contrario invece, l’aggregazione alla maggioranza portava il singolo a condividere le responsabilità delle decisioni.

Di fronte anche a semplici situazioni quotidiane, infatti, sono numerose le persone che tendono a mantenere il loro atteggiamento gregario, passivo e conformista, rifiutandosi di intervenire spontaneamente se il resto del gruppo rimane impassibile alla situazione da risolvere, proprio per evitare di prendersi la responsabilità di compiere un’azione. Per esempio, quanti di noi, in veste di studenti, di fronte ad un’affermazione assurda di un docente sarebbero così coraggiosi da intervenire senza che la decisione sia prima stata presa dall’intera classe?

 

A dare un’altra chiara spiegazione dei motivi che portano le persone a conformarsi ad un gruppo fu anche il cantautore italiano Giorgio Gaber, che nell’anno 1992 scrisse una canzone intitolata Il conformista.

Nella canzone, Gaber elenca una serie di caratteristiche che contraddistinguono il conformista, ma fa anche emergere le contraddizioni nascoste dovute ai continui cambiamenti di idee avvenuti in pochi anni: egli, infatti, fu prima “fascista”, poi divenne “orientalista”, dopo essere stato “sessantottista”, poi ancora “ambientalista” ed infine “socialista”.

Ciò che racconta il cantautore mostra proprio come il conformista non diventi parte di un gruppo sociale qualunque, bensì di uno che ha ottenuto una rilevante approvazione e, quindi, partecipazione. Non appena questo giunge all’insuccesso, è semplice notare come l’individuo abbandoni i valori precedentemente adottati per accettare quelli di un gruppo nuovo in cui inserirsi, anche se divergenti, e con l’unico obbiettivo di sentirsi integrato.

 

 

Essere conformista, rinunciando prima ancora di un confronto, alle proprie idee, opinioni e valori ed accettare passivamente le norme del gruppo è quindi una scelta opportunistica che però, permetterà all’individuo di godere di una momentanea stabilità e sicurezza che si identificano nella presenza di altri su cui poter contare in caso di bisogno, eliminando di conseguenza il timore di essere escluso, solo o emarginato.

Il Signor G, pseudonimo con cui il cantautore viene chiamato dai suoi estimatori, infatti, scrive:

 

« Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta,
il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
è un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso. »

 

La partecipazione dell’uomo in gruppi che gli permettano di crescere e migliorare è indispensabile: questo però deve significare che egli debba rinunciare a se stesso, ovvero alle particolari sue convinzioni e opinioni – prima ancora che esse siano state sottoposte a confronto. La rinuncia prematura priva, infatti, l’intera società, e non solo il singolo, di una possibilità di miglioramento.

 

15 settembre 2021