Al principio era il corpo

 

Come può operare e sviluppare una volontà così forte come il cercare di cambiare il mondo, immaginare un’alternativa, se non riesce neanche ad operare un cambiamento sul proprio sé, se non riesce a sperimentare il superamento delle proprie resistenze, se non riesce ad immaginare un altro sé?

 

Viviamo in dei giorni dove non esiste più nessuna certezza, sociale, economica e personale; la società dello spettacolo, dei media e dei consumi in una spirale sempre più centrifuga e avvolgente ci ha condotti ad un continuo collasso esistenziale e in secondo luogo, gradualmente, ma non meno drammaticamente, sistemico. La pandemia in atto, senza dilungarci troppo in approfondite analisi sanitarie ed economiche, ha sicuramente avviato ad una velocità sempre maggiore una trasformazione radicale della società e del mondo, compiendo quella che a tutti gli effetti potremmo chiamare una tendenza sempre maggiore alla virtualizzazione, non di una dimensione dell’essere umano, quale ad esempio l’economia, ma ad una virtualizzazione dell’esistente.

 

Ogni esperienza sensoriale, di vita, sta subendo la sua transizione e mediazione attraverso un numero sempre più ampio di nuovi dispositivi tecnologici. Questo aspetto, che superficialmente sembra avere solo caratteri positivi, ha una sua centralità e rilevanza dal punto di vista antropologico nel percorso di sviluppo dell’uomo del domani, che sarà determinato dalle scelte di vita dell’uomo presente. Stiamo assistendo a una rapida sostituzione dei piani esperienziali: da una iniziale possibilità di muoverci con il corpo nello spazio (inteso come mondo città, boschi, ecc.) – limitatamente alla capacità individuali di ognuno, cioè tempo e risorse a disposizione – ad una teorica infinità di stimoli sempre nuovi di connessioni neurali alla presenza di un corpo fermo, chiuso e piegato in una stanza di fronte ad uno schermo. Fisicamente l’ambiente si restringe, muri e insegne luminose si alzano fino a coprire il paesaggio; l’ambiente dunque, soprattutto urbano, contribuisce a rendere la realtà sempre meno a “misura d’uomo” e sempre più ad immagine e somiglianza delle macchine, del consumo della merce da esse generate e dei dispositivi tecnologici. Questa compressione della vita, proietta l’uomo in dimensione sempre più lacerante nei confronti della sua presunta “umanità” (con buona pace dei progressisti liberali) mettendolo di fronte ad una vita semplificata, funzionale e sempre più automatizzata. In ultima istanza si prepara 

 

« il trionfo tecnologico dell’inanimato. Una escatologia negativa; la nullità dell’opposizione, la dissoluzione della storia, la neutralizzazione della differenza e la cancellazione di ogni configurazione di un’attualità alternata. » (M. Downham, Cyberpunk)

 

E qui entriamo al centro del discorso. Quali siano le caratteristiche peculiari dell’uomo e cosa resterà di esse è una domanda di non facile soluzione, però possiamo impostare un ragionamento che prenda le misure al netto di quanto accennato fino ad ora e che ci conduca in un percorso necessariamente preliminare. Anche perché quanto detto di fondo è un’interpretazione: «i filosofi si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta invece di trasformarlo» affermava Marx nella celebre XI tesi su Feuerbach, ma siamo arrivati ad un punto tale che per fare dei passi in avanti bisogna necessariamente fare alcuni passi indietro. È necessario criticare la filosofia come pura pratica teoretica di contemplazione separata dalla vita, ed è anche necessario il cambiamento e la trasformazione dell’uomo e il mondo che ha prodotto, in quanto è diventato vittima di se stesso, generando un sistema dove si auto-espelle, ma come? Il passo indietro che precede e indirizza il cambiamento, qualunque esso sia è: «i Filosofi si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta invece di viverlo per trasformarlo». Come vivere il mondo però? Senz’altro il primo vettore con cui affermiamo la nostra presenza nella realtà è il corpo. Quindi è anche a questa dimensione che dobbiamo fare riferimento se vogliamo ridare ai concetti e alle teorie un effetto nella prassi.  

                                                                                       

Il mondo che verrà è incerto e non possediamo nessuna sicurezza attualmente, osserviamo e interpretiamo delle tendenze, ma rimaniamo nel campo delle ipotesi non ancora provate. Abbiamo comunque dei dati certi, che descrivono il fatto che nella nostra parte di mondo, di pari passo allo sviluppo dei mezzi di produzione e al grado di consumo e di conseguente alienazione, si associa un livello di profonda infelicità collettiva e di depressione, generati proprio dalla perdita di capacità di vivere il mondo. La soluzione per iniziare ad invertire il processo potrebbe essere più semplice di quanto sembri. Possiamo cioè fare leva su l’unica ed assoluta certezza che possediamo e partire da essa: siamo vivi, qui e ora.

 

Questa verità la manifestiamo in primis tramite il nostro corpo, con cui sperimentiamo una relazione indissolubile, la prima con la quale la nostra coscienza deve fare i conti. La filosofia nel tempo e gradualmente ha portato a sviluppare una divisione tra corpo e mente che seppur tanto enfatizzata da molti è pur sempre rimasta solo apparente. Dobbiamo sposare la visione di Mishima che definiva «il filosofo da tavolino» che pensa dimenticando il proprio corpo, come colui che compie il vero errore capitale, generando una scissione tra l’anima e il corpo, tra il pensiero e l’esistenza. Questa divisone, infatti, riduce inevitabilmente la capacità del soggetto di incidere nella realtà che lo circonda: un essere scisso non potrà mai agire nella coerenza e nell’unità. Con la transizione generale al virtuale, siamo alle porte di quella che potrebbe essere una separazione definitiva, proprio per le cause che abbiamo accennato. La possibilità di evitare questo strappo e di scrivere una storia differente per avviare un percorso alternativo all’immagine di un uomo inteso come puro accessorio parassitario ad una macchina, consiste nel ridurre ogni cosa all’essenziale.  

 

 

L’idea è quella di unire soluzioni arcaiche ai problemi contemporanei e del futuro. Un ripartire dal principio, soprattutto nel ragionare sulle soluzioni filosofiche da sviluppare, citando Simone Regazzoni che, nel suo ultimo libro La palestra di Platone, scrive: 

 

« la filosofia con Platone nasce in palestra, ossia in un ginnasio dove c’era una assoluta continuità tra esercizi fisici e dialogo, non a caso Platone era un famoso lottatore, il cui nome, Platone, è un soprannome dato dal suo maestro di lotta, che significa "colui che ha le spalle larghe". » 

 

Oggi abbiamo riportato la filosofia in palestra e questo è molto attuale perché le neuroscienze ci dicono che la mente è incarnata e pensa con il corpo e la filosofia deve misurarsi con queste scoperte scientifiche e non può restare ferma alla dicotomia cartesiana tra mente e corpo: noi siamo una mente incarnata e la filosofia deve cominciare a pensare attraverso il corpo. 

 

Quindi andando ad operare una semplice e assoluta decostruzione di tutte le sovrastrutture e le immagini indotte mentali che abbiamo assimilato, capiamo che la Volontà necessita di corpi e nella sua fatalità, con tutta la tragica bellezza che l’incarnazione comporta, questa forza vitale ci chiede di aver cura e rafforzare costantemente la dimensione biologica che ci ha attribuito. Ma operando tale decostruzione apparente, in realtà operiamo una costruzione nuova. Costruiamo innanzi tutto un’immagine nuova perfino dell’uomo. Abbiamo da tempo assimilato l’idea dell’uomo settorializzato e capace di sviluppare sé stesso in un’ unica, limitata funzione, chi opera d’intelletto è slegato completamente nell’immaginario da qualsiasi dimensione corporale, chi invece fa della sportività una sua prerogativa, sembra dover essere per forza di cose un bruto ignorante e così via in ogni campo delle attività umane. Questa atomizzazione dell’immaginario ci ha resi dei tecnici specializzati che non riescono ad avere uno sguardo d’insieme generale e ci ha condotto ad un’atomizzazione dell’individuo tale, da averlo ridotto ad un pollo da batteria chiuso in una stanza che consuma la sua potenza biologica appagandosi dietro uno schermo.                                                                                       

 

L’uomo deve invece costruire se stesso in una funzione poliedrica e capace di assumere su di sé le molteplici posture e forme dell’esistente, e per farlo un uomo deve avere coscienza della vita stessa. Ripartendo dall'unica cosa che possediamo, la consapevolezza della nostra esistenza, possiamo e dobbiamo ridare un valore alla nostra presenza nel mondo. Per farlo però, bisogna essere concreti, bisogna ridare al corpo una sua centralità. L’esperienza della corporeità ci riconduce al reale, bisogna allenarsi, sentire che si è vivi nel dolore e nell’incapacità iniziale di assolvere dei movimenti all’apparenza semplici. La fatica non è solo nel concetto, ma nel corpo che suda, salta, colpisce, fatica. Come può qualcuno parlare di cambiare il mondo, se non si mantiene nemmeno il proposito di realizzare venti piegamenti sulle braccia? Come può operare e sviluppare una volontà così forte come il cercare di cambiare il mondo, immaginare un’alternativa, se non riesce neanche ad operare un cambiamento sul proprio sé, se non riesce a sperimentare il superamento delle proprie resistenze, se non riesce ad immaginare un altro sé?

 

Bisogna comprendere in profondità che è il proprio corpo il veicolo privilegiato della vita, e di qualunque obiettivo ci poniamo in essa. Per comprendere questo passaggio dobbiamo forse riferirci a quelle che Foucault chiamava tecnologie del sé designando con questa espressione tutte quelle tecniche 

 

« che permettono agli individui di eseguire coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima […] e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità. » (M. Foucault, Tecnologie del sé)                       

 

Allenarsi quindi non significa inseguire un ideale narcisistico di sé, ma impegnarsi in una lotta con i propri limiti. Il pensiero non sorge, dunque, dal tavolino ma laddove qualcosa è in lotta. «La superficie bidimensionale della pagina non può più esaurire lo spazio della filosofia». Possiamo aggiungere con Nietzsche «c’è più ragione nel tuo corpo che nella migliore saggezza» e che la «felicità si prova quando si supera una resistenza». La corporeità, in quanto fatto naturale, porta infatti con sé una saggezza intrinseca, che è già presente e di cui con l’allenamento siamo in grado di prendere maggiore coscienza. Allenarsi significa allora afferrare la verità non come astrazione ma come evento concreto attraverso il proprio corpo ed è una parentesi spietata perché non esiste la mediazione con nessun elemento terzo; sei tu che ce la fai o non ce la fai. E il farcela è possibile per un tempo limitato in cui la propria potenza biologica può scatenare tutta la sua forza, raggiungendo il proprio apice. In ogni istante non c’è una seconda opportunità, non si può riavvolgere il tempo, esiste solo il qui e ora. Forse per alcuni l’apice è superato, ma non la relazione, perché la caducità è parte integrante di questo percorso che conduce nel riuscire a sperimentare effettivamente l’intensità del momento, qualunque esso sia, proprio nella comprensione della sua transitorietà. 

 

Cambiare il mondo quindi può avvenire soltanto vivendo il mondo; invertire il processo di annullamento dell’essere umano in quanto tale può avvenire solo attraverso un percorso antropologico di dominio e coscienza del sé

 

Alla fredda e inorganica plastica bisogna contrappore la viva e fremente carne.

Ad un nichilismo fatalista, una concezione solare e fisica dell’uomo.  

 

Tramite l’esperienza del corpo, cioè il linguaggio del reale, abbiamo una possibilità. Per troppo tempo abbiamo preferito far pensare la mente a discapito del corpo; la filosofia è stata pensata troppo come un discorso teorico, che poco o nulla avrebbe a che fare con la nostra esistenza concreta. Eppure la stessa filosofia, con Platone, si insedia in una palestra a nord-ovest di Atene come allenamento del corpo nella sua dimensione e fisica e interiore. E da qui si deve ripartire oggi, abbandonando la postura cartesiana del “penso dunque sono” per la postura del corpo vivente che dice con parole di estrema attualità: “sono dunque è”.

 

14 aprile 2021