Dipendenze come debolezza di volontà

 

Abbiamo sempre la possibilità di scegliere tra almeno due opzioni. Scegliamo sempre ciò che riteniamo bene, seguendo la nostra volontà. E perché alle volte la volontà stessa sembra tradire l’uomo e condurlo alla sofferenza?

 

di Martina Cecchinato

 

 

L’uso di sostanze stupefacenti è solo uno dei tanti esempi di abitudini che possono essere causa di dipendenza: alcol, tabacco, gioco d’azzardo, cibo, pratiche sessuali, addirittura persone, o meglio, sentimenti e sensazioni che determinate persone riescono a farci provare. Ogni cosa al mondo può provocare dipendenza all’uomo, poiché questa prende vita nel momento in cui l’uomo si lega mentalmente e sentimentalmente all’oggetto in questione.

 

Razionalità e dipendenza sono due concetti che non sono in grado di mescolarsi. Se l’uomo fosse in grado di far uso solo ed esclusivamente della parte razionale dei suoi pensieri, non sceglierebbe mai di utilizzare sostanze che nuocciono a lui stesso e tantomeno ne farebbe un uso talmente ampio da legare saldamente la sua vita ad esse.

Sappiamo che nessuno di noi ha la capacità di essere totalmente razionale e che tutte le nostre scelte e le nostre azioni sono, in fin dei conti, conseguenze della parte emotiva del nostro essere, unita alla razionalità che ci porta a scegliere e prediligere determinate emozioni tra tutte quelle che proviamo.

Essere totalmente razionali comporta non sentirsi mai combattuti di fronte ad una scelta: sappiamo di dover seguire solo le emozioni e i desideri che ci recano beneficio e non ciò che sembra donarci sollievo esclusivamente in base ai nostri sentimenti.

L’emotività ci costringe ad una lotta interiore tra scegliere di seguire quanto vogliamo fare nell'immediato o quanto dovremmo fare, considerando ciò che vogliamo in prospettiva futura.

 

Abbiamo sempre la possibilità di scegliere tra almeno due opzioni. Scegliamo sempre ciò che riteniamo bene, seguendo la nostra volontà. E perché alle volte la volontà stessa sembra tradire l’uomo e condurlo alla sofferenza?

La risposta può risultare quasi banale: semplicemente quello che avevamo scelto non era veramente il nostro bene. O meglio: ciò che avevamo scelto era ciò che per noi era bene in quel momento, era il nostro bene temporaneo, un bene minore rispetto al bene che comportava l’altra scelta.

Questo in realtà è uno dei temi che è stato ed è tutt’oggi più discusso. Perché facciamo ciò che porta alla sofferenza? La nostra volontà non è mai quella di provare dolore, ma sempre di trovare beneficio dalle nostre scelte. È impossibile fare del male volontariamente perché la nostra volontà ci allontana da ciò che sappiamo essere male. Nel momento in cui ci troviamo ad agire con conseguenze negative, l’unica spiegazione possibile è di aver agito senza avere una conoscenza completa di ciò che poteva comportare quel gesto, quindi compiendo del male, ma involontariamente. 

 

 

Parlando di sostanze stupefacenti, nel momento in cui la scelta di farne uso si rivela un male, la nostra volontà diventa automaticamente quella di aver fatto, o di fare successivamente la scelta opposta, ovvero quella che dovrebbe portare al bene.

In una persona non dipendente, questo passaggio da un’opzione all’altra può avvenire in qualsiasi momento, dato che la razionalità e l’emotività collaborano in un rapporto sano ed equilibrato. Una persona dipendente invece dipende da quella sostanza e quindi permette ad essa di avere controllo sulla sua vita. Questo fatto comporta una grande difficoltà, se non quasi l'impossibilità di cambiare opzione: così la parte razionale si trova subordinata ad una parte emotiva senza la capacità di selezionare quali emozioni e quali desideri è meglio seguire. Allora le emozioni prendono il sopravvento e spingono l’individuo alla ricerca di piaceri e sensazioni appaganti che costituiscono il bene che può fornirgli l’uso di sostanze stupefacenti; un bene però temporaneo, che sarà successivamente causa della sua sofferenza.

 

Possiamo quindi dire che la dipendenza trova un luogo dove svilupparsi nelle persone che, per vari motivi, non hanno la completa capacità di seguire la loro volontà, ovvero quella di non far uso di droghe, alcol, fumo o qualsiasi sia la causa del loro problema. Si parla quindi di “debolezza di volontà”, quella che in greco viene definita akrasia.

Questo tema venne ripreso da Socrate, il quale si pose il problema di cercare di capire come sia possibile che l’uomo voglia ciò che non è bene.

Nel testo di Platone, Apologia di Socrate, viene esplicitato il punto di vista di Socrate: l’uomo non può fare del male volontariamente.

 

Seguendo questa affermazione viene spontaneo capire che la volontà di una persona dipendente sarebbe quella di porre fine al problema e smettere di far uso di sostanze, ma contemporaneamente parte della sua volontà è quella di continuare. Più che una debolezza di volontà si potrebbe definire una volontà non completa, divisa tra le due parti.

 

 

L’individuo vorrebbe smettere, sapendo che questa scelta lo porterebbe al bene, ma vuole anche continuare a provare quelle sensazioni di piacere immediato che l’oggetto della dipendenza è in grado di offrirgli. Egli ha bisogno di questo benessere immediato perché l’idea di doverne fare a meno, soffrendo sempre di più, lo intimorisce. Una persona dipendente, o meglio qualsiasi persona, ha paura del dolore e della sofferenza e spesso preferisce continuare con le proprie abitudini e i propri vizi, poiché danno la certezza di un bene istantaneo. Quello che è difficile capire è che, pur dovendo soffrire maggiormente e provare molto dolore per un tempo relativamente lungo, ovvero l’astinenza per le persone dipendenti, tale dolore comporta il bene maggiore che possa ottenersi. Il risultato infatti sarà quello di essere usciti dalla dipendenza e non essere più legati all’uso di stupefacenti: avere il controllo della propria vita ed essere liberi. Questo è ovviamente un bene assai superiore al bene temporaneo che può offrire l’oggetto della dipendenza, ma per chiunque – al giorno d’oggi forse ancor più che in passato – è difficile guardare al futuro più che al presente.

 

L’unica cosa che può prevenire la nascita di una dipendenza o condurre l’uomo al di fuori di essa è la conoscenza.

 

« Esiste un solo bene, la conoscenza, ed un solo male, l'ignoranza. » (Socrate, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi)

 

Se l’uomo fosse sempre in grado di sapere ciò che una determinata azione comporta e quindi, parlando di dipendenze, se fosse a conoscenza delle conseguenze della continua assunzione di determinate sostanze, certamente ne eviterebbe l’uso, essendo consapevole che ciò gli recherebbe danno.

Ma non possiamo sapere gli effetti di un’azione con completa certezza fino a quando non li proviamo sulla nostra pelle e perciò ci limitiamo a fare previsioni, le quali contengono sempre una percentuale di possibile errore.

Quindi una persona dipendente è sempre inizialmente ignorante, ovvero non conosce le conseguenze di ciò che fa; e nel momento in cui le comprende e acquista quindi conoscenza a riguardo, desidera uscirne per poter raggiungere il bene. Raggiunta la conoscenza, si è raggiunta anche quel tipo di mentalità che ragiona in funzione del futuro per poter evitare il male che ci si sta facendo.

 

Per poter uscire da una dipendenza, quindi, si deve prima assumere la piena conoscenza del male che essa causa; così si sarà in grado di pensare al futuro ed agire solo per poter raggiungere quello stato di felicità e libertà che la dipendenza esclude dalla nostra vita.

 

 12 aprile 2021