Gli stereotipi: ieri e oggi

 

Ai giorni nostri capita spesso di parlare di disuguaglianze, per informare le persone e cercare di diminuire i comportamenti scorretti. Quando si affrontano queste tematiche si va spesso incontro agli stereotipi, profondamente radicati nella nostra società.

 

di Martina Scattola

 

Yanko Tsvetkov, “Atlas of Prejudice” (2016). La cartina dell’Europa con gli stereotipi degli Italiani sul resto del continente
Yanko Tsvetkov, “Atlas of Prejudice” (2016). La cartina dell’Europa con gli stereotipi degli Italiani sul resto del continente

 

Gli stereotipi sono delle opinioni, riferite solitamente a una comunità o ad un popolo, precostituite, in quanto non nascono da un’esperienza diretta dell’individuo che le sostiene, e generalizzate, perché non fanno differenze tra i diversi casi e non variano da persona a persona. Come le disuguaglianze, gli stereotipi sono causati da una mancanza di conoscenza dell’individuo sull’argomento di cui sta parlando: per esempio chi cerca di discriminare una persona in base al colore della sua pelle quasi sicuramente non conosce abbastanza quella persona, la quale si rivelerebbe assai differente da come immaginata, se ne avesse l’opportunità. Gli stereotipi più frequenti sono quelli che “etichettano” le persone in base al loro sesso, al loro orientamento sessuale, al colore della loro pelle, alla loro religione oppure al loro Paese di provenienza. Un esempio possono essere quelli verso l’Italia e gli italiani, i quali sono molti, molto diffusi e a volte usati dagli stessi italiani. Capita spesso di sentire come tutti nel nostro Paese mangino solo pasta e pizza, oppure come parlino a voce alta e siano rumorosi, o ancora come non sappiano guidare; questi stereotipi nascono dal fatto che si usano caratteristiche di una porzione dell’intera popolazione italiana per descriverla nel suo insieme. Infatti, come anche per gli altri Paesi, all’estero si tende a riassumere l’Italia nelle città più famose e più turistiche: per esempio Roma, Venezia, Milano o Napoli. Questo appunto per una mancanza di conoscenza sull’Italia, la quale è molto più ampia e molto più diversificata di come può sembrare. In questo modo i romani risultano tutti uguali tra loro e anche, magari, ai milanesi, o i veneziani ai napoletani, quando invece ci sono grandi differenze tra questi, come il dialetto, la cucina, le tradizioni e molto altro ancora.

Ai giorni nostri si cerca molto di distaccarsi dall’uso degli stereotipi, i quali, tuttavia, sono ancora frequentemente utilizzati. Spesso, infatti, non ci si accorge neanche di usarli: per esempio, riprendendo il caso degli italiani, si potrebbe interpretare che certi atteggiamenti siano assunti per patriottismo e orgoglio, quando invece si finisce per escludere certe parti del proprio Paese, le quali non si riconoscono in certi modelli. Non sarebbero stereotipi se ogni italiano parlasse a voce altissima e gesticolando molto o se tutti quanti non sapessero guidare: ovviamente è alquanto improbabile.

 

L'artista bulgaro Yanko Tsvetkov, nel suo libro Atlas of Prejudice (2016), ha mappato l’Europa in base agli stereotipi che si hanno sui Paesi vicini. Una di queste particolari cartine si concentra su come gli italiani vedono il resto del continente, ma anche sugli stereotipi all’interno del Paese stesso. Come Italia “vera”, infatti, risultano solamente il nord e il centro, mentre più ci si avvicina al sud, ad esempio Puglia o Sicilia, si passa già all’Africa. Il resto dell’Europa viene considerata come un insieme di popoli inferiori e ostili a est, mentre a ovest i vari Stati sono descritti spesso in relazione all’Italia: come nel caso dei “dialetti italiani” per la Spagna, oppure dell'“Impero di Carla Bruni” per la Francia. Questi stereotipi ovviamente non sono propri di tutta la popolazione italiana, ma purtroppo sono numerose le persone che condividono queste prospettive. Nelle altre cartine, invece, l’Italia è una terra di mafiosi e padrini, di gente rumorosa e di amanti della pizza. Anche per le cartine riguardanti gli altri Paesi ci sono discriminazioni non da poco; ad esempio la cartina della Francia distingue solamente tra alleati, nemici – come nel caso degli inglesi, definiti “assassini di vergini” – oppure terre un tempo conquistate.

Tutti noi però usiamo stereotipi o luoghi comuni quando parliamo: a chi non sarà mai capitato di associare la Svezia all’Ikea, oppure il Belgio al cioccolato?

 

A destra, annuncio pubblicitario delle cravatte Van Heusen (1951); a sinistra, Eli Rezkallah, “In a parallel universe” (2017)
A destra, annuncio pubblicitario delle cravatte Van Heusen (1951); a sinistra, Eli Rezkallah, “In a parallel universe” (2017)

 

Un altro esempio di come gli stereotipi siano utilizzati anche senza che le persone se ne rendano conto sono le pubblicità, le quali tendono a rappresentare una versione ideale e semplificata della realtà, creando anche idee irrealistiche e aspettative sul mondo, come le cosiddette famiglie perfette, oppure anche la figura della donna, la quale, soprattutto negli spot che circolavano verso gli anni ‘50, veniva rappresentata come la casalinga che attende a casa il ritorno del marito. Queste rappresentazioni non sono fedeli ad una realtà che, in certi casi, può essere meno perfetta ma sicuramente più autentica. Gli stereotipi più comuni nelle pubblicità sono quelli delle differenze di genere. Un esempio abbastanza conosciuto è quello degli annunci pubblicitari delle cravatte Van Heusen del 1951, i quali mostrano un uomo a letto con una donna che, inginocchiandosi, gli porge la sua colazione; la didascalia è eloquente: «Show her it’s a man’s world», “Mostrale che è un mondo da uomini”. Questa pubblicità sessista, oggi scandalosa, è solo una delle numerose che circolavano all’epoca, alcune delle quali rappresentavano come la donna dovesse essere inferiore al marito, come dovesse ubbidirgli e persino come potesse essere picchiata se sbagliava qualcosa. Ai giorni nostri a nessuno verrebbe nemmeno in mente di far circolare pubblicità del genere, perché la società è notevolmente mutata, nonostante non si sia ancora giunti alla parità. Nella realtà, come abbiamo visto, gli stereotipi sono ancora molti e molto diffusi , benché si cerchi di diminuirli, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione, i quali riescono a influenzare molte persone. Negli ultimi tempi soprattutto si vedono sempre più pubblicità o programmi televisivi politically correct, con persone di varie etnie, di diversi orientamenti sessuali; ma anche nel mondo della moda, per esempio, si cominciano a vedere modelle “insolite”, che non rispettano i consueti canoni di bellezza, ai quali si cerca di dare minor importanza.

 

Un esempio di come queste pubblicità maschiliste siano ormai superate è stato creato dal fotografo libanese Eli Rezkallah, il quale, nella serie In a parallel universe (2017), ha ricreato questi annunci invertendo i ruoli, facendo inginocchiare l’uomo e mettendo i pantaloni alla donna. L’autore era rimasto scioccato da come parlavano alcuni suoi parenti su quello che pensavano fosse il ruolo della donna, ovvero quello di cucinare e pulire: ha quindi deciso di rappresentare il progresso attraverso queste foto.  

 

Un mondo ideale quindi sarebbe quello in cui non ci siano disuguaglianze discriminatorie o stereotipi. Questa visione è ovviamente un’utopia, difficilmente realizzabile; però tutti possiamo fare il nostro meglio per non impiegare stereotipi e cercare di trattare tutti equamente.

 

 27 aprile 2021