La competizione digitale trasforma le università

 

L’attuale pandemia ha obbligato il mondo universitario a ripensare i suoi tempi e la sua organizzazione, escogitando strategie telematiche di fruizione delle lezioni. I cambiamenti avvenuti sono meri espedienti momentanei o aprono il mondo a un nuovo modo di concepire l’insegnamento?

 

 

Per molti il 2020 è stato l’anno della didattica a distanza, tanto in Italia quanto nel resto del mondo. Le lezioni in via telematica hanno coinvolto l’intero mondo dell’istruzione, università comprese. Proprio all’interno di queste – realtà che, almeno sulla carta, dovrebbero rappresentare la punta di diamante della formazione e della ricerca – si sta sviluppando un dibattito non da poco su quanto sta avvenendo da inizio 2020. Gli atenei hanno infatti dovuto “ristrutturarsi”: rivedendo il loro metodo organizzativo e didattico, preparando in fretta e furia lezioni digitali, sperimentando in itinere i metodi migliori per condurre una lezione in via telematica. Un esperimento certamente obbligato, ma per molti assai interessante, il quale ha aperto un grande interrogativo: cosa possiamo guadagnarci dalla suddetta esperienza? Per alcuni, l’avvenuta digitalizzazione è una risorsa da sfruttare.

 

La digitalizzazione, in primis, ha dimostrato di poter portare l’insegnamento anche fuori dalle aule fisiche, raggiungendo più facilmente gli alunni e superando, così, non solo i limiti di spazio, ma anche quelli di tempo. «Non ha senso che i ragazzi ricevano tutta la loro formazione quando hanno vent’anni: se viviamo fino a 80 anni ci dovrebbero essere diverse occasioni per tornare a scuola», ha sottolineato Debora Spar, senior associate dean della Harvard Business School Online. Il telematico permette insomma una formazione continua, che raggiunge anche gli adulti, i quali difficilmente potrebbero dedicare parte della giornata a spostarsi in aule vere e hanno bisogno di una certa flessibilità oraria per la fruizione delle lezioni.

 

Non solo: la digitalizzazione permette un accesso di più studenti alle università di prestigio. Quanti non possono permettersi di volare fino negli Stati Uniti e pagarsi un affitto per frequentare Harvard, ma potrebbero comodamente seguire le lezioni da casa, con costi sicuramente minori? Una domanda non banale, specie in un periodo durante il quale le grandi università stanno valutando seriamente se fare concorrenza alle storiche università telematiche.

 

Forse bisogna però guardare anche al rovescio della medaglia e chiedersi: possono le lezioni telematiche essere veramente efficaci? I dubbi ovviamente non sono pochi. Innanzitutto, ci si chiede quanto peso abbia il fattore spaziale: certamente per chi ha una famiglia e un lavoro, il telematico può essere l’unica alternativa, ma per la platea degli universitari neo-maggiorenni – il cui tempo di vita è principalmente rivolto allo studio –, la mancanza di un luogo fisico dove ritrovarsi, studiare e far ricerca non avrebbe un effetto negativo? Non rischierebbe di portare i giovani a chiudersi nelle proprie case, non avere quella socialità utile specie quando si è giovani?

 

Soprattutto, il telematico permette veramente di avere una lezione efficace, dove sia presente un dialogo e un’interazione fra maestro e alunni? La mancata presenza fisica non riduce la possibilità di confronto e discussione? Possibilità che viene azzerata se le lezioni sono in differita. Per alcuni, il telematico non dovrebbe – proprio di fronte a tali critiche – abolire la lezione in presenza, semmai dovrebbe integrarla. Fra questi Andra Bonaccorsi, docente di Ingegneria gestionale all’Università di Pisa, per cui «Il digitale permette di scorporare le due anime della formazione: una più recitativa, top-down, di trasmissione della conoscenza, e una di interazione d’aula, finora rimasta in secondo piano, che ora può e deve diventare modalità di apprendimento vero, strumento essenziale in cui l’interazione tra studente e docente si trasforma in fonte di nuovo apprendimento. Se la prima componente viene trasferita in modalità digitali adeguate, questo può liberare risorse per permettere ai docenti di puntare sulla seconda creando forme nuove e uniche di interazione su percorsi problematici da affrontare insieme, mediante processi unici e non replicabili» (fonte Sole 24 Ore). Una proposta che potrebbe sembrare interessante, ma che a sua volta fa sorgere dubbi: veramente è possibile scorporare la trasmissione delle conoscenze – quasi queste fossero nozioni da trasmettere passivamente – dalla ricerca vera e propria in aula?

 

Quanto stiamo vivendo porta con sé, in conclusione, molti dubbi a cui è meglio cercare una risposta. Dubbi utili tanto per valutare l’efficacia della didattica a distanza quanto per rivalutare il modo tradizionale con cui si fa lezione.

 

19 aprile 2021