Le forme del passato II – V. Gordon Childe e la nascita della preistoria

 

Un’indagine circa la nascita della preistoria e i suoi effetti sulla percezione del passato umano e dunque delle possibilità insite nell’attualità. A partire dal non-metodo archeologico improntato da Michel Foucault si andrà a scovare nei meandri dell’Archivio dei discorsi umani, per mostrare come il ruolo di Vere Gordon Childe e della “Rivoluzione neolitica” vada ben oltre i confini della disciplina preistorica ponendo le basi di una storia non più legata alle nazioni e ai popoli ma alle specie umane.

 

di Giovanni Padua

 

La scienza del passato in cui il genere umano non conosceva la scrittura è la Scienza istituita da un professore australiano giunto a Londra e capace di spazzare via secoli di fantasticherie etnocentriche. Stiamo parlando di Vere Gordon Childe (Sydney 1892 – Blue Mountains 1957), l’interprete di un nuovo modo di guardare alla Storia.

Il groviglio di stereotipi che si potrebbero ricavare dalla biografia di Childe sono presto detti: nato nell’Australia che vedeva fiorire il Labour party, marxista atipico, figlio di un pastore protestante dal piglio conservatore e autoritario, tutte linee apparentemente in grado di spiegare le origini del contrasto tra il progressismo della vita pubblica di Childe e l’atmosfera conservatrice della sua sfera privata. Questi elementi potrebbero essere la base di facili semplificazioni; in realtà i collegamenti tra le convinzioni marxiste e la sua ricerca, così come il suo rapporto con il “socialismo reale” e la sua opera scientifico-divulgativa sono molto meno scontati di quanto potrebbero apparire.

 

Il ruolo d’istitutore di discorsività Gordon Childe lo guadagna per la sua introduzione nel vocabolario della preistoria del termine “Rivoluzione”: in questa vera e propria segnatura, di cui Gordon Childe si è servito per evocare la “preistoria moderna”, è possibile registrare lo stacco, in termini di complessità, rispetto alla preistoria vittoriana. 

 

Gordon Childe utilizzando il box degli attrezzi del materialismo storico opera una distinzione tra i processi cosiddetti rivoluzionari. Esistono due tipi di rivoluzione: quel movimento culturale che spazza via vecchi modi di pensare e ne impone di nuovi e quel movimento radicato nella tecnologia che spazza via vecchi modi di produrre e ne impone di nuovi. Le rivoluzioni politiche e religiose sono del primo tipo mentre la rivoluzione industriale del diciottesimo secolo appartiene alla seconda classe. Da un punto di vista sia qualitativo che quantitativo, i primi tipi di rivoluzione non incidono nettamente sulle popolazioni umane, per poter “misurare” gli effetti di una rivoluzione bisogna guardare al secondo tipo, l’unico in grado di far esplodere le statistiche demografiche e di migliorare la vita delle popolazioni.

 

Nel 1930 quando Alexander Koyré, coetaneo di Gordon Childe, andava teorizzando la “Rivoluzione astronomica”, conosciuta anche come “Rivoluzione scientifica” senza ancora aver pubblicato le sue ricerche, Gordon Childe dava alle stampe The Bronze Age.

La prima apparizione del termine “Rivoluzione” associato ad un periodo di tempo precedente i fatti politici della Francia del XVIII secolo non è la “rivoluzione” di Koyré ma la “Rivoluzione neolitica” di Vere Gordon Gordon Childe, termine che egli aveva già reso pubblico nel 1935 nel suo discorso alla presidenza della Prehistory Society. Sarà in Man makes himself (1936) che si registrerà la fase matura della formulazione teorica delle due rivoluzioni preistoriche, la neolitica e quella urbana ed è qui che l’uso regolare dell’analogia con la Rivoluzione Industriale del XVIII secolo è ormai una strategia discorsiva consolidata. 

 

L’idea di Gordon Childe è che attraverso la comparazione degli effetti strabilianti della Rivoluzione Industriale e ciò che è possibile evincere dai reperti archeologici della protostoria è possibile ipotizzare che il big bang dell’evoluzione culturale umana sia da ricercarsi in quel tempo in cui i Vittoriani vedevano solo scimmie-uomini, uomini-scimmia e selvaggi rozzi e animaleschi. La nascita delle prime civiltà in medio-oriente era stata dettata da un repentino aumento della popolazione allora esistente: l’urbanizzazione era stata determinata da questa sovrappopolazione mai verificatasi nelle ere precedenti. Cosa aveva determinato tutto ciò? Così come l’Industria inglese era nata sotto l’impulso di nuove tecnologie e dall’impiego di esse nei processi produttivi, questo stesso processo avrebbe, anzi doveva spiegare anche quella che, dopo Gordon Childe, sarebbe stata chiamata “Rivoluzione urbana”. La vera, prima, rivoluzione della storia degli esseri umani era stata generata dalla sistemazione dei saperi raccolti lungo le epoche in cui l’uomo era “schiavo” della natura matrigna, sistemazione che favorirà l’esplosione nel Levante di pratiche e tradizioni che di sicuro apparivano innaturali e controproducenti alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori dell’Europa Antica – la Gilania di Marija Gimbutas. Era stata la nascita dell’agricoltura, la domesticazione delle specie vegetali, e dell’allevamento, la domesticazione delle specie animali utili all’uomo, a far sì che, alle soglie dell’Età del Bronzo, il potere delle nascenti classi dominanti, che avevano compreso la centralità dei corsi d’acqua per la prosperità dei campi, si tramutasse nel Dispotismo orientale capace di “inventare” la società, ossia la domesticazione degli esseri umani. Questo processo rivoluzionario entrerà nel senso comune con l’espressione “Rivoluzione Neolitica”.

A ben vedere, prima della “Storia” c’è una Storia dai confini più vasti, un bacino temporale immenso rispetto alla “piccola storia” che elenca fatti e accadimenti politici che scansionano il tempo in secoli. Dagli effetti a cui ha dato luogo la rivoluzione industriale nell’Inghilterra del XIX secolo Childe ha ricavato un paradigma, ossia un evento esemplare: nella classica periodizzazione della Storia si è parlato di rivoluzioni culturali in ambito politico e religioso – protestantesimo, umanesimo, rivoluzione scientifica – sono “false”, non progressive, poiché non producono effettivamente un progresso nei termini di una migliore adattabilità all’ambiente delle popolazioni che ne sono state attraversate; dall’esperienza della rivoluzione industriale, Childe ricava una conferma all’ipotesi di un avanzamento realmente progressivo che è proprio solo del processo “evolutivo” del sapere tecnico ossia delle scienze tecniche applicabili nella sfera del lavoro e della produzione.

 

 

Il gesto di Gordon Childe “storicizza” la preistoria e riduce a un riga di testo la Storia Politica ossessionata dalla Classicità. Basti pensare che accettando questo ragionamento, dopo la rivoluzione neolitica dovranno trascorrere quasi diecimila anni prima di ritrovare un evento in grado di influenza concretamente e biologicamente le popolazioni di esseri umani presenti sul pianeta terra. Per giungere ad un vero senso di vertigine è però necessario notare che la Rivoluzione Industriale piuttosto che spazzare via definitivamente le coordinate impostate dagli esiti della rivoluzione neolitica, li ha semmai amplificati e inaspriti, come esempio basti citare le pratiche di allevamento e agricoltura intensiva, il crescente divario tra uomini e donne e la sopravvivenza, in forme sempre diverse, del Potere Pastorale di foucaultiana memoria. 

 

Siamo dunque ancora gli stessi uomini del neolitico? Il punto è che per rispondere a questa domanda dovrebbe far sì che la Vorhistorie diventi un oggetto di sapere maggiormente divulgabile e tenere bene a mente che nonostante il Passato sia tramontato, esso continua ad agire dagli strati geo-culturali in cui è stato sepolto dal depositarsi di nuovi e più sottili strati più superficiali. Al netto delle continuità epocali, in quello che possiamo chiamare “livello macro-culturale” vi sono zone frastagliate, aree di differenza e opposizione che fanno sì che gli strati di continuità vengano occultati. Inoltre, il vantaggio che la Filosofia può ricavare dal discorso di Vere Gordon Childe è una prospettiva aerea in grado, davvero, di superare la miopia etnocentrica dell’occidente ma soprattutto una più vasta ricchezza di tipi e avventure umane, capace di attestare la mortalità intrinseca di qualsivoglia tradizione e dei suoi valori ma anche la sopravvivenza fantasmatica delle tradizioni rimosse, con conseguenze da non sottovalutare per il presente. 

Per provare ad ordinare il terreno su cui far nascere le possibili risposte alla domanda “la Storia è davvero finita?”, suggeriamo l’ipotesi di guardare al Novecento come ad un secolo in cui si è registrata una contrazione del Passato. Più che un arresto della Geschichte, è stato il venir meno di un corretto travaso delle scoperte in ambito preistorico nella pratica della divulgazione scientifica a far sì che l’immagine del passato prendesse il sopravvento sulla reale forma del passato, divenendo semplice conferma dello status quo del Presente e dunque una fagocitazione del futuro negli intestini dell’ideologia neoliberale che ha tutto l’interesse a presentarsi come il migliore dei modi di produzione possibili.

 

13 aprile 2021

 




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