Darwin e i suoi interpreti: una storia lunga 150 anni

 

La figura dell’autore dell’Origine delle specie ricopre ancora un ruolo centrale nelle nostre considerazioni sull’evoluzione e tuttavia, a 150 dalla pubblicazione di una delle sue opere più importanti, L’Origine dell’uomo, sappiamo che la nostra visione dell’evoluzionismo è molto diversa rispetto a quella che correva ai tempi di Darwin; questo ci spinge a porci sempre nuovi interrogativi sul senso della teoria dell’evoluzione e dei suoi sviluppi. 

 

di Leonardo Ursillo

 

 

Si potrebbe affermare che fin dalla prima pubblicazione delle opere di Darwin, il dibattito sulla sua teoria evolutiva non si è mai fermato. Oggi siamo in qualche modo figli di queste discussioni, le quali, incidendo significativamente sul modo in cui dobbiamo considerare l’evoluzione, hanno modificato radicalmente la nostra comprensione della suddetta teoria. Attraverso questo dibattito l’eredità teorica lasciataci da Darwin si è indubbiamente arricchita, probabilmente ha perso qualche pezzo e allo stesso tempo ha cambiato il nostro modo di considerare l’evoluzionismo, plasmando così quella che oggi è a tutti gli effetti una nuova visione dell’evoluzione, che trae la sua origine dal lavoro di Darwin, ma che si è del tutto staccata da quel contesto scientifico e culturale che ne determinò, all’epoca, tanto lo sviluppo quanto l’accettazione. Questi eventi risolutivi hanno definitivamente suggellato, attraverso modi diversi, la nostra attuale concezione dell’evoluzionismo; basti pensare a com'è cambiata la nostra idea di selezione e la conseguente, forse ancora oggi troppo spesso celebrata, idea di lotta per la sopravvivenza.

 

Bisogna ricordare che Darwin, probabilmente desideroso di non concedere troppo spazio ad eventuali fraintendimenti e nel tentativo di differenziarsi da quanto altri avevano già scritto sull’argomento, già all’epoca della pubblicazione dell’Origine delle Specie precisò che il riferimento alla lotta doveva essere inteso in maniera soprattutto metaforica e non letterale. Difatti, l’idea della lotta darwiniana era ben lontana dall’essere intesa dal suo artefice in termini prettamente assoluti, né tanto meno in senso strettamente letterale; da questo punto di vista lo stesso accostamento tra la teoria di Darwin e le idee promulgate da Malthus non dovrebbe essere ritenuto così scontato. Tuttavia, all’interno del dibattito evolutivo di quell’epoca, la descrizione della lotta naturale offerta da Darwin continuò ad esercitare una certa influenza sui suoi contemporanei, condizionando ulteriormente non solo la visione biologica del rapporto fra le specie naturali, ma anche la stessa idea che si aveva dell’evoluzione. 

  

Fu così che l’immagine gladiatoria del mondo naturale, ispirata da una lettura forse troppo testuale dell’opera di Darwin, per molti autori sembrò trovare tanto una giustificazione filosofica, quanto un perfetto corrispettivo, fra le pagine del Leviatano, dove la «situazione di continua rivalità», argomentava Hobbes, porta gli esseri viventi a porsi nella «postura propria dei gladiatori» con «le armi e gli occhi fissi gli uni sugli altri». È proprio questo tipo di immagine (quella dei gladiatori), relativa al conflitto naturale, che venne utilizzata da Thomas Henry Huxley (1825-1895) per descrivere, con parole spesso ben più forti rispetto a quelle utilizzate dallo stesso Darwin, le dinamiche relative alla lotta per la sopravvivenza in natura. Visti gli apprezzamenti manifestati da Huxley per il pensiero di Hobbes, il quale, senza mezzi termini, venne definito dall’autore di Evoluzione ed etica come «un pensatore e uno scrittore dalla forza straordinaria» e probabilmente «il più grande tra i filosofi inglesi», non è assurdo ipotizzare come questa immagine gladiatoria della natura possa esser stata ispirata proprio dagli scritti hobbesiani. (Huxley, Hume with helps to the study of Berkeley).

 

Bisogna prima di tutto notare che Huxley ricoprì un ruolo di primaria importanza nel dibattito evoluzionistico successivo alla diffusione delle opere darwiniane; lui stesso, come raccontava Darwin, ben prima della pubblicazione dell’Origine, si era trasformato nel suo «agente generale», preparando la strada all’accoglienza della sua teoria e difendendola a spada tratta, una volta pubblicata, contro i «latrati» dei suoi critici (Life and Letters of Thomas Henry Huxley). Nonostante una così attiva ed appassionata collaborazione, la quale legò non solo sul piano lavorativo, ma anche affettivo questi due uomini di scienza, le conclusioni successivamente sviluppate da Huxley sul tema della lotta naturale per la sopravvivenza sembravano non tener conto delle specificazioni offerte dallo stesso autore dell’Origine su questi temi.  Huxley riteneva, infatti, che ogni essere vivente usasse le proprie abilità e qualità per contendersi con ogni altro essere il sostentamento necessario alla propria sopravvivenza. Ciò determina una lotta incessante per cui, al di là delle «limitate e temporanee relazioni famigliari, la guerra hobbesiana di tutti contro tutti» costituisce «il normale modello di esistenza» (Huxley, Evoluzione ed etica). Molti autori, dunque, videro nelle espressioni darwiniane nient’altro che una conferma dell’immagine hobbesiana dello stato naturale in cui «chi sia il più forte, lo si decide in battaglia» (Hobbes, Elementi di legge naturale e politica) e dove l’immagine, resa celebre da Hobbes, della guerra di tutti conto tutti, diventava per molti l’unico fulcro intorno a cui ruotava il principio darwiniano, influenzato dalla teoria di Malthus, della selezione naturale. 

 

Fu così che la intese anche il botanico statunitense Asa Gray (1810-1888), corrispondente e collaboratore di Darwin per la diffusione della sua opera oltreoceano, affermando come a suo parere la teoria di Darwin fosse «fondata sulla dottrina di Malthus e sulla dottrina di Hobbes» e di come «soltanto Hobbes nella sua teoria della società e Darwin nella sua teoria della storia naturale, siano riusciti a costruire i loro sistemi» sopra l’idea della lotta per l’esistenza (Asa Gray, Darwiniana: Essays and reviews pertaining to darwinism). 

 

Anche Karl Marx, in una lettera del 18 giugno 1862, pochi anni dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie, scrisse al suo amico e collaboratore, Friedrich Engels, che a suo parere «nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese con la sua divisione del lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, le invenzioni e la malthusiana lotta per l’esistenza. È il bellum omnium contra omnes di Hobbes» (Karl Marx e Frederich Engels, Opere, Vol. XLI). Allo stesso modo Engels, richiamandosi alla lotta per la sopravvivenza darwiniana, rintracciava in essa «una trasposizione dalla società alla natura» del bellum hobbesiano (Engels, Dialettica della natura). Dopotutto era un assunto piuttosto comune che la politica economica britannica, per la percezione che se ne poteva avere all’epoca, si basasse proprio sul concetto tramandato da Hobbes della guerra di tutti contro tutti. 

 

Oggi, attraverso il lungo dibattito teorico che si è susseguito quasi ininterrottamente per oltre un secolo, la nostra idea di selezione naturale, assieme alla percezione che si ha del rapporto cosiddetto di lotta in cui sembra venirsi a trovare ogni essere vivente, è definitivamente cambiata. Questa non è più necessariamente legata nel suo significato alla sola lotta per l’esistenza (come aveva, in maniera forse un po’ ambigua, sottolineato anche lo stesso Darwin, rimanendo però sostanzialmente inascoltato) ma viene ormai concepita nei termini di una semplice riproduzione differenziale, dove non è vero che l’organismo meno adatto sarà sempre costretto a perire e dove semplicemente «alcuni genotipi contribuiscono più di altri, cioè con un maggior numero di discendenti, alla generazione successiva» (La Vergata, L’equilibrio e la guerra della natura). Attraverso queste nuove considerazioni si è eliminato qualsiasi tipo di riferimento alla lotta evolutiva che fosse legato a paradigmi prettamente sociali, umanistici o antropocentrici, assai comuni al tempo di Darwin e verso i quali non risultò del tutto indifferente nemmeno lo stesso autore dell’Origine delle specie.

 

Questo affresco di interpretazioni, letture, appropriazioni e considerazioni, lungo un periodo storico assai recente, ci aiuta a comprendere meglio il senso di quel cambiamento riguardo al nostro modo di considerare e di intendere tanto l’idea di selezione, quanto la visione che abbiamo dell’evoluzione. Un cambiamento realizzatosi soprattutto attraverso le discussioni protrattesi in passato e legate, in questo caso, all’idea della lotta per l’esistenza. In questo modo si può comprendere come le interpretazioni, viste poco sopra, appartengano a una visione antica dell’evoluzione e nessuno, almeno fra chi studia l’argomento, si esprima più in questi modi. Dopotutto, «la selezione naturale cui ogni popolazione è soggetta, risulta in realtà dal sovrapporsi di due diversi processi: la riproduzione differenziale, dipendente dai genotipi dei genitori, e il ridimensionamento selettivo della nuova generazione da parte dell’ambiente che opera sui fenotipi dei figli. È questo il nucleo centrale della teoria darwiniana» (Mario Ageno, Le radici della biologia). In altre parole «la famosa lotta per la vita non è altro che un concorso che ha per posta la possibilità di avere dei discendenti» (François Jacob, La logica del vivente). 

 

Benché le nostre idee, assieme al nostro modo di considerare alcuni concetti della teoria darwiniana, così come il nostro modo di leggere le opere di Darwin, siano cambiati – arrivando quasi a modificarsi del tutto, tanto che un lettore odierno dell’Origine delle specie ha davvero poco in comune con un lettore delle stesse teorie del tardo XIX sec. –, non è detto che ciò valga generalmente per ogni tipo di nozione presente in un simile contesto. Questo è il primo punto da dover considerare, ossia in cosa o su cosa è cambiato il nostro modo di approcciarci a questi temi e cosa invece è ancora oggetto di discussione fra gli studiosi. I termini del dibattito potranno essersi modificati ma, nonostante questo, ancora oggi siamo immersi in un confronto serrato su nozioni che sono rimaste spesso implicite o date per scontate all’interno del dibattito evolutivo o, peggio, all’interno della stessa idea o dello stesso significato da noi attribuito all’evoluzione. Quanto detto per i precedenti casi, che possono apparirci lontani, frutto di concezioni sociali e filosofiche tipiche di quel periodo e ormai totalmente distanti da noi, è in realtà un esempio di quanto accade ancor oggi con altre idee o concetti anch’essi rientranti nel discorso evolutivo di matrice darwiniana, spesso mal interpretati o volutamente conservati. Questo ci porta anche ad interrogarci su cosa significhi esattamente definirsi “darwiniani”: proprio perché la nostra concezione dell’evoluzionismo è cambiata, allo stesso modo è divento necessario ripensare anche le idee di Darwin, poiché queste vengono a trovarsi all’interno di un contesto teorico in continuo mutamento. Facendo riferimento sempre a Jacob, potremmo dire che «il peso e l’incidenza che una determinata epoca attribuisce al tempo [noi potremmo dire ai concetti biologici] dipendono dalla rappresentazione che quella stessa epoca si fa delle cose e degli esseri viventi, dai rapporti che essa vi scorge, dallo spazio in cui li colloca» (Ibidem).

 

Oggi siamo ancora immersi in questo grande dibattito (che non riguardò ovviamente solo le teorie di Darwin, ma coinvolse, e coinvolge ancora oggi, la religione, la morale, l’etica e la società) nato ormai molti anni fa e mai concluso (ammesso che una conclusione possa mai trovarsi). È qui tuttavia che inciampiamo in una prima difficoltà, ossia: come possiamo riuscire a farci strada fra i commenti, le note e gli approfondimenti di una così intricata serie di autori? Le loro voci, susseguitesi nel corso del dibattito evoluzionistico, assieme alle loro idee e lavori, rischiano di cadere facilmente nel dimenticatoio, ancora più facilmente se si tratta di autori a noi cronologicamente sempre più lontani (come quelli a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo). 

 

 

Proprio con lo scopo di venire incontro a questa esigenza e nel tentativo di porre nuove riflessioni su questi argomenti, è stato organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza un grande convegno della durata di due giornate (4 e 5 febbraio), in occasione dell’anniversario dei 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine dell’Uomo di Darwin. Dopotutto, una delle questioni più importanti ed intriganti che interessò per tutta la vita i ragionamenti di Darwin era proprio quella legata al tema dell’evoluzione umana. Dopo 150 anni (1871-2021) dalla pubblicazione della prima edizione dell’Origine dell’Uomo, sono ancora moltissime le tematiche che meriterebbero di essere approfondite sotto la lente dei vari aspetti disciplinari. È proprio alla luce di questa esigenza che è stato organizzato questo convegno dal titolo: L’origine dell’Origine dell’Uomo e i suoi sviluppi: 150 anni sull’evoluzione umana. Difatti, a 150 anni dalla sua prima pubblicazione, L’Origine dell’Uomo di Darwin rimane ancora un’opera centrale per comprendere la storia e lo sviluppo delle teorie evolutive sull’essere umano. Queste giornate di studio mireranno in particolar modo a creare un ponte di collegamento tra la ricerca storica relativa all’evoluzione darwiniana e il dibattito attuale che vede ancora protagonisti questi grandi temi. Non si tratta solo di offrire un quadro storico nel quale contestualizzare le idee e il dibattito nato alla luce della pubblicazione dell’Origine dell’Uomo di Darwin, bensì di tornare ad approfondire una parte della storia del darwinismo, nel tentativo di chiarire alcune grandi questioni ancora oggi fortemente presenti attraverso nuove chiavi di lettura, senza al contempo dimenticare il percorso passato.

 

30 gennaio 2021

 




UN SAGGIO PER APPROFFONDIRE

D.G. Ritchie, Darwinismo e politica

G. Zuppa, Gli strani casi del Dr. Darwin e di Mr. Marx