La forza di Artemisia: riflessioni sugli atti del processo per stupro

 

Nel marzo del 1612, a Roma, inizia uno dei processi per stupro più famosi dell’epoca: quello fra Artemisia Gentileschi e Agostino Tassi, che la violentò, complici Cosimo Quorli e Tuzia di Stefano Medaglia, nel maggio 1611.  

 

di Giovanni Pacini

 

Artemisia Gentileschi, "Maddalena penitente" (1617-1620)
Artemisia Gentileschi, "Maddalena penitente" (1617-1620)

 

Leggendo gli atti del processo per stupro di Artemisia Gentileschi, tutto appare confuso e caotico, pieno di menzogne, di sviamenti, di contraddizioni: alcuni fatti coincidono, ma le versioni cambiano in continuazione e non si capisce la loro successione temporale. Quasi tutti i testimoni, corrotti e pagati, parlano a favore di Agostino, un paio, Giovan Battista Stiattesi e sua moglie, a favore di Artemisia; nei confronti in aula volano parolacce, insulti, grida di dolore e implorazioni di pietà. Dopo mesi d’agonia, il verdetto finale sarà proclamato nell’ottobre del 1612, con la condanna di Agostino Tassi.

 

È Orazio Gentileschi, padre di Artemisia, a denunciare il fatto a Papa Paolo V, supplicandolo di prendere provvedimenti e di dare inizio al processo. Però, malgrado la sua iniziativa, la critica moderna tende a considerarlo un opportunista, accusandolo di sfruttare l’abuso della figlia per il proprio tornaconto personale, dato che nella supplica inviata al Papa si parla anche di un quadro con una «Iuditta di capace grandezza» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro) rubatogli da Cosimo Quorli, amico di Agostino e molestatore di Artemisia, che provò a stuprare più volte senza mai riuscirci. In realtà, del furto si discute pochissimo durante il processo (non è altro che un aggravante alla denuncia principale, quella per stupro) e l’accusa più forte che oggi viene mossa dalla critica a Orazio, ossia quella di aver sporto denuncia quasi un anno dopo l’avvenimento dei fatti malgrado ne fosse al corrente, può essere in parte risolta con le parole rivolte da Artemisia ad Agostino in tribunale:

 

«Io dissi con il Schiattese che voi mi havete sverginata quando venne ad habitare in casa nostra che fu di decembre [1611]» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro). 

 

Quindi Orazio, forse fino a quel momento all’oscuro di tutto, può esserne stato messo al corrente solo dopo, probabilmente tra la fine di dicembre e gennaio, non dalla figlia, ma da Giovan Battista Stiattesi e da sua moglie, che durante l’interrogatorio confessa:

 

 « A poco dopo che io venissi ad habitare in questa casa dove abita anco detta Artimitia, che ci venni di novembre o decembre […] ad otto o dieci giorni dopo che venne qui in questa casa raggionando io come si fa tra donne con detta Artimitia, lei mi conferì che questo Agostino era suo amico et che lui l’haveva sverginata et se bene mi ricordo mi pare che dicesse che la sverginasse di maggio » (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro).

 

Però le testimonianze di Artemisia e di Porzia Stiattesi giustificano solo in parte il ritardo di Orazio, perché, anche a voler andare il più indietro possibile nel tempo, e supporre che il fattaccio gli fosse noto intorno alla metà di dicembre, altre due variabili devono essere prese in considerazione. La prima, molto banale, è il tempo che il Papa può impiegare per rispondere a una supplica, tenendo conto della rapidità del servizio postale dell’epoca, del numero di lettere che poteva ricevere ogni giorno, di quante ne leggeva e dei tantissimi impegni che lo tenevano occupato quotidianamente.

 

Pierre Dumonstier, "Mano di Artemisia" (1625)
Pierre Dumonstier, "Mano di Artemisia" (1625)

 

La seconda, invece, è molto più complessa e riguarda un fenomeno sociale profondamente radicato nella cultura dell’epoca, che in Italia è stato abolito solo nel 1981: il matrimonio riparatore, secondo cui il delitto per stupro viene “riparato” se lo stupratore decide si sposare la sua vittima, altrimenti è perseguibile penalmente. Infatti, Artemisia testimonia che Agostino, dopo averla violentata, le disse:

 

« Datemi la mano che vi prometto di sposarvi » (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro).

 

In realtà era tutto un inganno. Agostino aveva già una moglie (fuggita con un amante e fatta uccidere da un gruppo di sicari per vendetta) e con l’escamotage del matrimonio riparatore - il caso più frequente nei processi per stupro dell’epoca e di cui cadevano vittima tantissime donne - riuscì ad avere altri rapporti illeciti con Artemisia, che, dopo essere stata vittima del raggiro, testimonia in tribunale:

 

« E con questa buona promessa mi racquetai e con questa promessa mi ha indotto a consentir dopo amorevolmente più volte alle sue voglie che questa promessa anco me l’ha più volte riconfermata » (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro).

 

Quindi Orazio, venuto a conoscenza dei fatti, è probabile che abbia prima parlato con Agostino per trovare un accordo matrimoniale e quando scoprì che non poteva sposare Artemisia perché, oltre al matrimonio precedente, aveva bisogno del beneplacito di Cosimo Quorli a causa di un vecchio debito, decise di inviare la denuncia al Papa. E fra gli accusati ci fu anche lo stesso Cosimo (morto poco prima dell’inizio del processo), che non permise mai le nozze per invidia nei confronti di Agostino, perché anche lui cercò di stuprare Artemisia per due volte senza riuscirci. 

 

Artemisia Gentileschi, "Giuditta che decapita Oloferne" (1620)
Artemisia Gentileschi, "Giuditta che decapita Oloferne" (1620)

 

Fra le parti più sensazionali del processo spiccano le testimonianze di Artemisia e in particolare - dopo la celeberrima descrizione dello stupro, raccontata ai giudici il 18 marzo 1612 - quelle del suo confronto in aula con Agostino il 14 maggio 1612, un vero e proprio manifesto di emancipazione femminile, fatto di gesti e parole concrete, che mettono in luce la forza dirompente di una ragazza senza paura e pronta a tutto - «Signor sì che son pronta anco a confirmare nelli tormenti il mio esamine et dove bisognarà» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro) - pur di fare giustizia in un contesto sociale dove gli uomini, malgrado le loro violenze, avevano quasi sempre la meglio sulle donne lese. 

 

Durante la tortura dei sibilli, con cui i giudici vogliono accertare l’autenticità delle sue parole, Artemisia non fa altro che gridare a più riprese, incalzata dalle domande del magistrato, mentre le dita le vengono stritolate: «È vero è vero è vero tutto quello che ho detto» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro). È in nome della verità e «per la verità» - chiamata in causa ben sei volte durante il confronto - che lei ha deciso di andare a processo, di subire, davanti agli occhi indiscreti della giuria e dei testimoni, visite ginecologiche invasive, di patire il dolore fisico della tortura, di sopportare le diffamazioni pubbliche della gente e i pettegolezzi dei vicini di casa. Una verità che qui assume il senso greco di a-letheia, ovvero di non-nascosto, di dis-velato, di portare alla luce, tirandolo fuori, quello che c’è sotto; uno scoprimento difficile, pieno di ostacoli, da richiedere uno sforzo sovrumano, ma che alla fine, una volta avvenuto, si rivela completamente rivoluzionario.

 

Infatti, a ottobre, Artemisia otterrà giustizia, la verità avrà la meglio sulla menzogna e il suo grido lacerante - per dirla con Anna Banti - si concretizzerà nei suoi dipinti, forti, sanguigni, animati da un’inquietudine interiore insanabile, dove le parole rivolte ad Agostino Tassi «Voi mi avete tolto quel che voi non mi potete restituire» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro), fanno inconsciamente eco, mille anni dopo, a quelle di Saffo:

 

«- Verginità, verginità, perché mi lasci? Dove vai tu? - Mai più tornerò da te, mai più tornerò» (Saffo, Poesie).

 

Ed è proprio dalla perdita assoluta, dall’impossibilità di restituire, che si accende il fuoco del riscatto, un riscatto ottenuto attraverso l’arte, in cui Artemisia diventa martire, santa, eroina biblica, pronta a far perdere la testa agli uomini, che, insieme alla loro vita, non può essere più restituita.

 

Fino alla fine dei suoi giorni Artemisia porterà avanti la sua rivincita inesauribile e a chi dubitò di lei si può immaginare che rispose, come fece in una lettera del 7 agosto 1649 a Don Antonio Ruffo: «farò vedere a V.S. Ill.ma quello che sa fare una donna.» (A. Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo per stupro)

 

15 gennaio 2021