Potere è volere

 

“Se vuoi, puoi”. È questa una delle affermazioni più pronunciate e sentite nel parlare comune, utilizzata per convincere o autoconvincersi che “tutto è possibile, basta volerlo”. Ma davvero è così?

 

di Benedetta Carlon

 

Benedetto Luti (1666-1724), “Allegoria della Sapienza”
Benedetto Luti (1666-1724), “Allegoria della Sapienza”

 

La frase “se vuoi, puoi”, nel linguaggio quotidiano, viene utilizzata nelle più svariate occasioni, anche molto differenti tra loro – può essere una forma di incoraggiamento o di incitamento, così come può rappresentare un’espressione di rimprovero o di rammarico.

In ognuna di esse, tuttavia, il significato che tale affermazione sottende è comune e può essere espresso come “tutto è possibile, tutto è in nostro potere”.

 

Osservando attentamente questi enunciati, si può, però, notare come essi siano imprecisi. Innanzitutto, cosa è in nostro potere?

 

Ebbene, in ogni determinato momento, ciò che Possiamo – ovvero ciò che è in nostro potere – è rappresentato da ciò che conosciamo, cioè dalla quantità di relazioni a noi visibili e chiare in quell’istante stesso.

Il Potere di una persona non può estendersi oltre quanto è noto distintamente alla persona stessa.

 

Da ciò deriva, di conseguenza, che, esistendo un limite sulla possibilità del nostro agire, tale limite venga trasportato anche sulla volontà – la restrizione che viene posta sul “puoi”, si trasferisce anche al campo d’azione del “se vuoi”.

In tal modo, essendo la “condizione di esistenza” posta dal Potere, si dovrà modificare l’affermazione iniziale in “se puoi, vuoi”.

 

Ma perché la volontà non può estendersi oltre quanto ci è noto?

 

Giovanni Battista Tiepolo, “Apollo e Dafne”
Giovanni Battista Tiepolo, “Apollo e Dafne”

 

La risposta a tale domanda viene proposta da Cartesio nelle Meditazioni Metafisiche – in particolare nella Quarta meditazione, “Il vero e il falso”.

 

Qui Cartesio individua con il termine “intelletto” la facoltà di conoscere e comprendere.

Tale facoltà è nell’uomo quanto mai limitata e finita – è, infatti, impossibile ottenere la conoscenza di tutte le infinite relazioni esistenti nel Tutto – e si estende a quanto l’uomo percepisce con chiarezza e distinzione, ovvero a quelle relazioni che in ogni determinato momento sono chiare e visibili all’uomo, e attraverso le quali egli può agire in modo meno contraddittorio possibile.

 

Con il termine “volontà”, o libertà dell’arbitrio, invece, il filosofo si riferisce alla facoltà di scegliere/volere/giudicare.

Essa viene definita come il procedere ad affermare oppure negare, o a perseguire oppure aborrire, quanto c’è proposto dall’intelletto, senza sentirsi determinati da una forza esterna.

Tale definizione viene individuata da Cartesio riflettendo sull’origine degli errori.

 

La volontà dell’individuo non può, infatti, consistere nel semplice poter fare oppure non fare – vale a dire affermare oppure negare, o perseguire oppure aborrire – una stessa cosa.

Se così fosse, essa si estenderebbe oltre i limiti dell’intelletto, oltre le conoscenze della persona, e agirebbe anche in funzione di quanto non è ancora noto distintamente, ovvero si innalzerebbe su elementi ancora confusi e non compresi.

Non esistendo ragioni che facciano propendere più da una parte che dall’altra, si agirebbe – cioè si indirizzerebbe la propria “volontà” – nell’indifferenza.

 

Ciò, tuttavia, non realizzerebbe affatto la “volontà propria” dell’individuo.

Per fare un esempio, siano le relazioni visibili a una persona, insufficienti a farle giudicare se volare le sia o no effettivamente possibile.

Ebbene, la “volontà” della persona potrebbe essere “non voglio volare” così come “voglio volare”, trovandosi ella nell’indifferenza.

Si può immediatamente comprendere come, mentre nella seconda situazione la persona si troverebbe inevitabilmente in errore, nella prima la “scelta” risulterebbe corretta/positiva e si potrebbe dire che la sua volontà è stata rispettata.

In realtà, però, in entrambe le situazioni la persona non starebbe realizzando la “propria volontà”, poiché il suo giudizio non sarebbe consapevole e la manifestazione di esso sarebbe dovuta al puro caso.

La persona si troverebbe, dunque, in uno stato di “costrizione” e sottomissione all’errore.

 

« L’indifferenza che si prova quando nessuna ragione ci spinge da una parte più che dall’altra rappresenta il grado infimo della libertà. »

 

Jacob Peter Gowy, da bozzetto di P.P. Rubens, “La caduta di Icaro” 
Jacob Peter Gowy, da bozzetto di P.P. Rubens, “La caduta di Icaro” 

 

Essere liberi necessita, quindi, di poter capire quanto meglio possibile la situazione in cui ci si trova, le relazioni che legano ciò che “desideriamo esplicitamente”, e quello che succederebbe in caso ciò si avverasse.

Per tale motivo è compito dell’uomo ricercare e ampliare sempre la propria conoscenza.

Essa sola rappresenta la Possibilità per la nostra Volontà.

Potere è volere.

 

11 gennaio 2021