Ampliare la conoscenza per combattere l’indifferenza

 

Per poter migliorare la nostra vita e quella degli altri è fondamentale sia sapere come agire per ottenere il bene, sia rendersi consapevoli che il bene e il vantaggio delle persone si equivalgono. Solo prendendo coscienza delle emozioni altrui e impiegando il dialogo è possibile realizzare la propria volontà, combattendo l’indifferenza e le ingiustizie che affliggono l’umanità – dalla dilagante piaga dello sfruttamento del lavoro minorile alla violenza e alla povertà.

 

di Valeria Tusa

 

 

Viviamo in un mondo dove sentiamo spesso frasi come “io faccio il mio bene, non m’importa se, facendolo, provoco del male agli altri” o “non mi riguarda il dolore degli altri, io penso a fare il mio interesse” o ancora “io penso al presente, poi quello che è già successo nel passato o che succederà nel futuro non mi interessa”. Queste parole riflettono un atteggiamento molto diffuso di indifferenza di fronte alle persone che ci circondano, secondo l’idea che il mio bene, il mio vantaggio, o il mio interesse sia separato e diverso da quello degli altri. Ed è questa concezione che genera i mali che affliggono la nostra società.

 

Innanzitutto, non è possibile attuare una separazione tra i beni, i vantaggi o gli interessi delle persone, in quanto questa contrapposizione porterebbe a una contraddizione. Per questo, il bene e il vantaggio di alcuni non possono essere il male o lo svantaggio di altri. In effetti, se si comprende che la parte è indissolubilmente collegata al Tutto e che quindi è anche definita dalle relazioni che instaura con le altre parti con cui viene a contatto, si arriva alla conclusione che se qualcosa fosse bene per una parte – in questo caso una persona – e portasse a un suo miglioramento, lo sarebbe anche per l’insieme che di essa si compone, e di conseguenza anche per le altre parti della totalità, ossia per l’intera società. Il mio bene, dunque, coincide con quello degli altri. Ragione per cui dire che il mio interesse si possa compiere anche attraverso il dolore o la sofferenza di un'altra persona è contradddittorio, visto che la mia volontà è sempre indirizzata a realizzare il mio bene che, a sua volta, corrisponde al bene dell’altro.

 

D’altra parte, quello che succede agli altri riguarda in un certo senso anche me, perché inevitabilmente si rifletterà anche sulla mia esistenza, in quanto siamo tutti membri della società e intratteniamo delle relazioni con le altre persone. Ma anche se non mi coinvolgesse direttamente, dovrebbe comunque interessarmi, in quanto, non conoscendo le emozioni altrui e la complessità della loro esistenza, si ha maggiore probabilità di non compiere il loro bene, che in fondo corrisponde al mio, e quindi di non realizzare la propria volontà.

Come possiamo dire poi che non ci interessi qualcosa che ancora non conosciamo? Infatti, non possiamo essere nella condizione di effetturare una valutazione adeguata riguardo a qualcosa che non ci è noto distintamente. Disinteressandosi, pertanto, inevitabilmente si agirà in modo casuale e arbitrario non sapendo definire le ragioni delle proprie azioni: si correrà dunque il rischio di cadere in errore.

 

È la non conoscenza e, quindi, l’ignoranza della situazione di vita delle persone che ci circondano e delle loro emozioni che porta a fare il male. Perché se io conoscessi quello che gli altri provano e fossi consapevole della stretta relazione e corrispondenza tra l’esperienza specifica, particolare e quella generale e universale, non potrei mai fare volontariamente qualcosa che possa danneggiarli. Innanzitutto perché, essendo la volontà di una persona sempre indirizzata a raggiungere il proprio bene, e siccome la parte è collegata al Tutto, capirei che facendo del male agli altri arrecherei danno anche a me. E siccome nessuno può fare del male volontariamente – come insegnava Socrate –, nessun individuo può compiere una determinata azione essendo consapevole che porti al male. Ma soprattutto perché conoscere l’emozione dell’altro ci approssima a provarla e a vedere il mondo con i suoi occhi e così, di conseguenza, non faremmo mai consapevolmente qualcosa che possa recargli dolore. Sentendo le suppliche degli altri, vedendo la loro agonia e le facce sofferenti, saremmo portati a provare il loro dolore.

 

Conoscere implica sapere quale sia il modo migliore di agire per ottenere quello che veramente si vuole e per non cadere in errore. Quindi l’origine di tutti i mali consiste proprio nei nostri difetti di conoscenza che spesso ci spingono ad avvertire come migliore ciò che invece è in realtà peggiore e a essere intemperanti.

 

Risulta essenziale, pertanto, cercare sempre di ampliare la nostra conoscenza e, dunque, moltiplicare le esperienze e le relazioni con gli altri al fine di poter prendere le decisioni migliori che ci permettano di attuare la nostra volontà, ovviamente consapevoli del fatto che non si riuscirà mai durante la vita a raggiungere una completa conoscenza di tutte le cose dell’universo e di tutti i minimi dettagli, in quanto le relazioni con il Tutto sono infinite e il nostro tempo limitato. Di conseguenza, avremo sempre un margine di errore e per questo è necessario confrontarsi con gli altri, perché attraverso la loro opinione e prospettiva si riesce ad ampliare la propria. E, come sottolineato in precedenza, è fondamentale riflettere sulla complessità delle relazioni interpersonali per comprendere che solo aprendosi alla comprensione dell’altro, essendo disposti a tenere conto delle esigenze altrui, interessandosi della vita delle persone che ci circondano e ammettendo i nostri limiti (superando i quali non riusciremmo a realizzarci), si riesce a realizzarsi compiutamente come uomo tra gli uomini. Questo concetto è stato espresso nel passato soprattutto dall’autore latino Terenzio che aveva definito l’ideale dell'humanitas (corrispondente a quello greco di philanthropia) proprio come la solidarietà che lega gli uomini tra di loro e che si esprime nella benevolenza, nella cordialità e nello spirito di fratellanza, in quanto conoscenza che l’uomo ha di se stesso e dei suoi simili. Il nucleo di questo suo messaggio etico è espresso dalla sua celeberrime sentenza nel Heautontimorumenos, v. 77: «Homo sum: humani nil a me alienum puto» (Sono un uomo: niente di ciò che è umano considero estraneo a me). Cosicché quello che accade agli altri, di fatto, non può non interessarci.

 

 

Così, non dobbiamo mai voltare le spalle alla brutalità insensata e rimanere indifferenti di fronte a quanto succede, alle persone perseguitate private dei loro diritti, alle condizioni di estrema instabilità, povertà e indigenza a cui è costretta una grande parte della popolazione mondiale, poiché non c’è niente di più pericoloso dell’indifferenza. In tal senso sono molto rilevanti le parole di Elie Wiesel, poeta sopravvissuto della Shoah:

 

« L’indifferenza riduce gli altri a un’astrazione e, dopo tutto, è più pericolosa della rabbia e dell’odio. Persino l’odio a volte può suscitare una reazione, lo si combatte, lo si denuncia, lo si disarma. Ma l’indifferenza non suscita una risposta, non è l’inizio, è la fine. »

 

Questo è un prezioso insegnamento che possiamo inoltre trarre dalla storia, in particolare dagli avvenimenti del secolo scorso: due guerre mondiali, i campi di sterminio, innumerevoli guerre civili, un’insensata catena di assassinii (Gandhi, i Kennedy, Martin Luther King, ecc.), bagni di sangue in Cambogia e Nigeria, India e Pakistan, il Sarajevo e il Kosovo, la tragedia di Hiroshima. Così tanta violenza e indifferenza. Come ha detto il primo presidente della Germania riunificata, Richard von Weizsacker:

 

« Chi chiude gli occhi al passato è cieco al presente, chiunque rifiuta di ricordare la disumanità è soggetto a nuovi rischi d’infezione. Cercare di dimenticare rende l’esilio più lungo. Il segreto della redenzione risiede nella memoria. »

 

In effetti, comprendendo gli errori del passato possiamo evitare di compierli, facendo sì che la strada verso il bene e la libertà sia più breve e meno dolorosa. Se ricordiamo come sia stato possibile che milioni di persone abbiano perso la vita perché perseguitate in quanto giudicate “impure” o “inferiori”, staremmo più attenti ai giudizi che emettiamo e cercheremmo di proteggere ogni persona la cui dignità venga calpestata e che rischi di essere oppressa. Se riflettiamo sulle pene inflitte al libero pensiero sotto la dittatura, proteggeremo la libertà di ogni opinione e critica, anche se diretta contro di noi. Soprattutto perché è dialogando con l’altro e lasciandogli lo spazio e il tempo per esprimere la sua idea che riusciamo a comprendere meglio il nostro punto di vista e fare in modo che sia meno contraddittorio, avvicinandoci di più alla verità. Poi, se l’opinione dell’altro sarà vera, si avrà avuto il modo di scambiare l’iniziale errore con la verità. Ma anche se fosse sbagliata, scontrandosi con l’errore comunque si avrà avuto la possibilità di constatare quanto si sia nella verità. Se ricordiamo poi come le persone perseguitate sulla base della loro etnia, religione o credo politico e minacciate dalla morte spesso sono rimaste davanti alle frontiere chiuse di altri Paesi, non chiuderemo oggi le nostre porte a coloro che cercano protezione da noi.

 

Abbiamo quindi una grandissima responsabilità: la memoria – perché si deve tenere presente che c’è sempre il rischio che i momenti bui e cupi della storia riappaiano. Per difenderci dall’oblio, che ci renderebbe più sottomessi all’errore, è essenziale capire che affondiamo le nostre radici in ciò che è stato prima di noi; non si può vivere sempre nell’immediatezza, nel qui ed ora, perché se non riflettiamo veramente su quello che è già accaduto nel passato saremo condannati a ripetere sempre gli stessi errori, fermi quasi allo stesso punto. E questo ci impedirebbe di progredire e di migliorarci.

 

 

Quando poi diciamo che non ci importa quello che accadrà nel futuro, cadiamo in contraddizione. Perché tutto quello che facciamo ora è in virtù della previsione che quell’azione si riveli essere buona e che ci faccia ottenere quello che vogliamo. E questo riveste importanza per noi, perché sarebbe nel nostro interesse riuscire a fare il bene. Tutto quello che si fa dunque è correlato al futuro, in quanto causerà qualcosa che poi dovremo affrontare. Chi dica di pensare solo all’attimo non comprende che dei beni momentanei possono opporsi ad altri beni futuri, precludendo così un bene maggiore. Si deve dunque riflettere sempre prima di agire e farsi presenti quanti più variabili al fine di raggiungere un livello superiore di conoscenza, facendo in modo di non avere desideri contraddittori tra loro e non doversi trovare a fronteggiare una situazione che non avremmo voluto succedesse.

 

Il profilo psicologico che deriva dall’incuranza di quello che si può causare con le proprie azioni o scelte e dal pensiero che il mio vantaggio non coincide col vantaggio altrui – e dunque che il mio bene non consista nell’occuparmi del prosperare la società qualora altri se ne occupino – è efficacemente descritto in un articolo di Mazzini del 1846:

 

« L’uomo volentieri ripete per il suo interesse privato la massima diplomatica: “Dopo di me il diluvio”; o, se va così lontano da intravedere una nube nera sorgere all’orizzonte, dice a se stesso: “Aspettiamo la tempesta; se ce ne sarà una, allora ci penseremo”. »

 

Questo comportamento, dunque, rispecchia il pensiero intemperante secondo cui quanto accadrà a seguito alle proprie azioni non viene ritenuto rilevante. Esso non si interessa di quello che si provoca o delle ingiustizie presenti nel mondo, non consapevole del fatto che «l'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque», come disse Martin Luther King. Secondo tale concezione l’unica cosa che ci riguarderebbe sarebbe se stessi e il cosiddetto “proprio utile”, in una realtà che separa da sé quello che accade agli altri. Purtroppo, però, tale prospettiva non si rende conto che essa comporta il contrario dell’utile: l'atteggiamento che auspica danneggia se stessi e gli altri; provocando, con una condotta noncurante e poco lungimirante, quei danni che affliggono il mondo di oggi.   

      

 

Un esempio significativo e diffuso potrebbe essere il caso delle grandi multinazionali che sfruttano il lavoro minorile pensando solamente al loro profitto e al guadagno economico immediato, disinteressandosi ai danni che stanno producendo, in quanto ritengono che non le riguardino. E così milioni di adulti e anche bambini molto piccoli in condizione di grande povertà vengono costretti a lavorare in condizioni disumane. È una situazione molto ricorrente ad esempio nelle piantagioni di cacao, come testimonia anche il documentario Il lato oscuro del cioccolato, diretto dai giornalisti Miki Mistrati e Roberto Romani. I lavoratori sfruttati rischiano ogni volta la loro vita esponendosi a pesticidi, ferite, morsi di serpente, punture di insetti. Secondo le ricerche dell'Unicef, il numero di bambini che lavora nelle piantagioni di cacao supera il milione. In particolare, nella Costa d’Avorio, maggior produttore mondiale di cacao, si stima che lavorino 4 bambini su 5. Bambini che vengono rubati alle loro famiglie e portati in zone sconosciute di cui non conoscono la lingua. Non hanno così nessun modo di orientarsi e non possono far altro che seguire gli ordini degli sfruttatori solo per poter ottenere del cibo e non morire di fame.

 

Ma questo non riguarda solo le piantagioni del cacao. È un problema molto più ampio ed esteso, come ci dimostra il gran numero di bambini e di adolescenti che intrecciano i tappeti indiani e pakistani, quelli impiegati nelle miniere della Cambogia; i raccoglitori di canna da zucchero in Brasile; quelli di tabacco nel Kazakistan; quelli nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe; o i milioni sfruttati in Mali, Nigeria, Guinea Bissau e Ciad; coloro che, cercando di sopravvivere, raccolgono rifiuti da riciclare, o sono costretti a prostituirsi, o vendono cibi e bevande nelle metropoli africane, latino-americane o asiatiche.  

 

 

A fare riflettere di più sulla gravità di questa situazione sono le statistiche di Save the Children:

 

« Se vivessero tutti in unico Paese, costituirebbero il nono Stato più popoloso al mondo: sono i 152 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni, 1 su 10 al mondo, vittime di sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà costretti a svolgere lavori duri che ne mettono a rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico. »

 

Il lavoro infantile è non solo conseguenza, ma anche causa di povertà sociale. In effetti, essendo costretti a lavorare, i bambini non hanno la possibilità di frequentare la scuola e quindi di accedere alle risorse che nel futuro potrebbero permettere loro di riuscire a difendere i loro diritti. Rimangono così analfabeti e viene loro preclusa l’opportunità dell’educazione, e quindi la possibilità di capire cosa sia effettivamente bene per loro, nonché la partecipazione attiva a dibattiti e confronti con gli altri. Giustificare poi il loro trattamento con la loro ignoranza o mancanza di competenze è contraddittorio, in quanto inverte i rapporti di causa-effetto perché è proprio questo trattamento sbagliato che lo determina.

 

 

Questa situazione drammatica mostra, oltre ad alcuni degli svantaggi del sistema capitalistico così come viene concepito oggi, cosa le multinazionali sono disposte pur di ottenere un profitto economico. Arrivano così a sfruttare le persone, causando dolore, sofferenza, tanta tristezza e svantaggi per tanta parte di umanità.

 

Ma, come sottolineato all’inizio, il problema è sempre l’ignoranza del bene. I grandi capitalisti che si arricchiscono sulla tribolazione di questi lavoratori quando decidono di fare certe azioni lo fanno in quanto pensano che porteranno loro vantaggio. In realtà, poiché abbiamo detto che il male di una persona non può essere il bene di un’altra, essi non raggiungono quello che veramente vorrebbero. Infatti, emotivamente perdono molto di più rispetto a quello che guadagnano, procurandosi un bene assai minore rispetto a quello che potrebbero raggiungere agendo diversamente. Riescono così a ottenere grandi profitti economici che li soddisfano nel breve termine, ma si privano di molte emozioni positive e relazioni che porterebbero loro maggiore soddisfazione: sorrisi sulla faccia dei bambini, la gratitudine di tantissime persone che riuscirebbero ad aiutare con le loro risorse, la consapevolezza di aver salvato dalla povertà e dalla fame le persone a cui potrebbero dare legittimamente lavoro. Per non contare le potenzialità che, a causa dello sfruttamento e della povertà, non hanno la possibilità di esprimersi e le competenze e abilità che, se impiegate nel modo giusto, potrebbero essere potenziate per il vantaggio e il beneficio dell’intera umanità. Se dunque i grandi capitalisti sapessero cosa perdono, sicuramente agirebbero in modo diverso.

 

Così, sfruttando gli altri arrivano all’errore. Prima di tutto, poiché pensano erroneamente che quello che provocano non li riguardi direttamente. Ma anche e soprattutto perché non conoscono il male che causano e quindi le emozioni degli altri. Certo, si può replicare: “Come non conoscono? Sono i primi a dire di provare ribrezzo di fronte a ogni tipo di violenza e sfruttamento in quanto modi ingiusti! E poi, cosa fanno?”. Però bisogna considerare che quello che una persona pensa non si deduce soltanto dalle sue parole, ma soprattutto dalle sue azioni. In questo caso, visto che agiscono in un determinato modo e siccome una persona compie quello che pensa porti al bene, si evince che loro, ovviamente, agendo con intemperanza, non si rendono veramente conto del male provocato. Se vedessero quelle persone soffrire e fossero messi nelle condizioni di affinare la loro sensibilità verso le persone, sentirebbero su se stesse quel dolore, comprendendo così che l’io si estende all’umanità e non potrebbero fare a meno di cercare di alleviare l'altrui sofferenza. Una persona che conosce, di fatto, sa qual è il modo migliore di agire per fare in modo che venga attuata la sua volontà e per ottenere quello che porti vantaggio a lei, e quindi anche a tutti gli altri.

 

Con le parole di Nietzsche in Umano, troppo umano (1878), I, 104:

 

« Fin dove arriva il nostro sistema nervoso, noi ci difendiamo dal dolore: se esso giungesse oltre, cioè fin nei nostri simili, non faremmo del male a nessuno. »

 

Considerazioni analoghe si possono fare anche rispetto a molte altre problematiche attuali: al razzismo, alla discriminazione, all’odio, alla vendetta, al cambiamento climatico, alla violenza, e all’iper-arricchimento capitalista sulla sofferenza di altri e quindi alla povertà assoluta, alla fame e allo “sottosviluppo” del Terzo Mondo.

 

Quando si discrimina o si maltratta qualcuno non ci si rende veramente conto del dolore provocato, perché i difetti di conoscenza e l’intemperanza inducono a una “cecità” che spinge a guardare solo il fastidio che l’altro sta provocando in quel determinato momento, senza portarci a riflettere sulle sue emozioni. Quando si odia qualcuno non si è consapevoli del fatto che l’odio non costruisce, ma distrugge e distrugge anche colui che odia. Mentre ci si vuole vendicare di un torto subito in virtù della giustizia, e per questo si applica violenza, non ci si rende conto di cadere in contraddizione e in errore, in quanto, andando contro la volontà dell’altro, si compie una vera e propria ingiustizia. Nel momento in cui ci si vendica, inoltre, non si comprende che il vero problema non sia che qualcuno ci abbia rubato qualcosa ecc., ma che abbia fatto questo contro la nostra volontà; quindi, se si vuole migliorare la situazione, non ha alcun senso replicare il torto, perché in questo modo non si fa altro che amplificare il problema, senza educare l’altro; ma, anzi, peggiorando la sua condizione, in quanto sentirà a sua volta di aver subito altra violenza.

 

Quando si danneggia l’ambiente non si è consapevoli di danneggiare se stessi. Mentre si impone il proprio volere momentaneo con la forza, non si ha la consapevolezza di negare la libertà dell’altro e anche la propria, che non consiste infatti nel “non avere limiti e fare quello che si vuole”, ma nel comprendere che fare qualcosa è sempre non fare qualcos’altro e, pertanto, che per raggiungere il bene maggiore è fondamentale rispettare dei limiti le cui ragioni vengano devono essere adeguatamente esplicitate e comprese.

 

Nel momento in cui si pensa solo al profitto economico immediato a spese dei più poveri, distruggendo tutti gli ostacoli che ne sbarrano la strada, pensando erroneamente che si possa raggiungere il benessere attraverso la distruzione e la rovina delle vite degli altri e che il fine possa essere separato dal mezzo, ossia dal processo che ha permesso di raggiungerlo, non ci si rende conto che  «una società libera che non può aiutare i molti che sono poveri, non riuscirà a salvare i pochi che sono ricchi» (John Fitzgerald Kennedy). Per non sottolineare quanto sia problematico pensare di considerare i membri di una società – ricchi e poveri che siano – o i Paesi del mondo – sviluppati, in via di sviluppo e sottosviluppati – «come una serie di individui che non hanno alcun collegamento tra loro, come dei corridori su una pista atletica che gareggiano ciascuno nella propria corsia». (Jason Hickel, The Divide, 2017). In effetti, siamo tutti collegati, ci influenziamo a vicenda e non riusciremo mai a fare il bene pensando solo limitatamente al nostro profitto e sperando di non dover rendere conto a nessuno delle nostre azioni: crederlo, significa non rendersi conto che riusciamo a realizzarci nella maniera in cui questo ci è reso possibile dalla società in cui viviamo e ignorare le relazioni evidenti che intercorrono al suo interno.

 

 

In tutti i casi citati, agendo in modo intemperante, si finisce per distruggere quello che in realtà si vorrebbe costruire, arrivando così a una contraddizione.

L’unica soluzione per non cadere in errore, quindi, è assumere maggiore consapevolezza di quello che si fa attraverso l’educazione alla temperanza e all’empatia, per percepire – anche nelle situazioni momentanee di paura, rabbia o dolore in cui siamo offuscati dalle ragioni presenti – con altrettanta forza i mali che il fare o meno una certa azione può comportare; in quanto è solo sentendo i sentimenti degli altri che ci approssimiamo a provarli e a capire che ci appartengono. Questo non lo si ottiene in altro modo che ampliando la conoscenza, e quindi riflettendo sulle proprie azioni prima di farle, considerandone le ragioni e moltiplicando le relazioni con gli altri, attraverso il confronto costante e il dialogo con le persone. Per sapere che quello che facciamo è veramente bene dobbiamo accertarci che non presenti contraddizioni e che quindi rispetti la giustizia – perché non contiene violenza e ottiene il consenso dell’altro – e la libertà, perché ci permette di attuare la nostra volontà e di potenziare quel valore che ci consentirà di raggiungere il bene maggiore e, dunque, quello che veramente desideriamo.

 

Soltanto così riusciremo a fare in modo che quanto abbiamo ereditato grazie all’intrepido impegno delle persone, che nel corso della storia hanno votato l’intera esistenza per pavimentare la strada per la nostra realizzazione, non crolli; avremo così la possibilità di continuare a costruire – basandoci su solide fondamenta e imparando dal passato – un mondo migliore per il presente e il futuro, dove ciascuno venga messo nelle condizioni di sviluppare le sue potenzialità e dove ciascuno voglia vivere e abbia la possibilità di farlo.

 

5 giugno 2021